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Questione di linguaggio. Pd, basta retorica: ecco la realtà Montorro

settembre 8, 2011 di Redazione 

E’ retorica retrodatare di (solo) ”lavoro” in un mondo il cui futuro (altrove già “presente”) ha come proprie parole-chiave conoscenza – cultura – e creatività. E’ retorica difendere “gli insegnanti (e i ricercatori)” quando ciò di cui ha bisogno l’Italia è di sfidare (anche) loro, rifacendo della scuola (e della ricerca) il motore propulsivo della costruzione del domani. E’ retorica “difendere” (tout court), quando oggi difesa significa perdita progressiva di posizioni, se non cadere a picco, tutti insieme. E’ retorica vaneggiare di frontiere aperte, in un mondo ancora attraversato da squilibri e per un’Italia che oggi ha piuttosto da pensare a rimettere in piedi se stessa, smettendo di essere la palla al piede dell’Europa (e dell’Occidente intero). E’ retorica, insomma, la sinistra (così come lo è la destra). Camicie di forza “ideologiche” (? Magari!) che impongono di (non) vedere le cose (in un certo modo). Pacchetti all-inclusive che male si adattano alle esigenze della Storia (che non si è – sarebbe, in presenza della Politica – fermata al ’900). Pensieri (?) (di altri) messi in bocca ad una nuova generazione che così non ha più la capacità di “leggere” (e scrivere) il (suo) Tempo. L’Italia oggi ha bisogno di verità, di (ideale, in tutti i sensi) pragma- tismo, di soluzioni insieme alte e concrete. Ma prima bisogna smettere di giocare a fare il verso ai compa- gni del secolo scorso. di FRANCO MONTORRO

Nella foto, Pigi: “Ma non ci avevo mica pensato”

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di FRANCO MONTORRO

Il governo annaspa, in un´ultima parte dell´estate che ha visto esplodere tutte le contraddizioni del suo operato e della sua sostanza. In più, quel mesetto di vacanza mediatica che ha sempre staccato la gente dalla politica, quest´anno non c´è stato, con anche i TG più benevoli costretti al minimo sindacale di cronaca. Mai come in questi casi, obbligatoriamente vicina alla critica.

Lasciamo stare l´opposizione o minoranza, che dir si voglia. Ed anche i giornali schierati per il capo, anche se a volte Libero e il Giornale sono fantastici nel cercare di catturare il malumore del popolo berlusconiano-destrorso con qualche battuta/invito a Silvio fintamente critica, eppure significativa nell´individuare il mal di pancia di un elettorato sorpreso e deluso. Soprattutto quello (ben) oltre gli “anta”.

Il gioco facile ed esplicito della destra irritata è guardare in casa d´altri, oltre il possibile dualismo Maroni-Alfano per la futura leadership, incurante del peggioramento generale di Bossi. E naturalmente senza tenere conto dello stato generale di un Paese alle corde e sul piano internazionale ridotto al ruolo di panchinaro (termine sportivo, spero di facile comprensione).

No, ho sentito più di un commentatore-attore conservatore ribattere a qualsiasi critica con il più usurato dei «Sì, ma nel centrosinistra chi…».

Che sarebbe un po´ come dire quali campioni ha prodotto di recente il calcio o il basket italiano, ma che contemporaneamente sa di salvataggio in corner… E vedete quanto è bello eppure bistrattato il giornalismo sportivo italiano, con i suoi termini e con la vecchia, consolidata fortuna che chi ne scrive non si può rifugiare dietro a niente, perché chi legge sa bene come sono andate le cose in campo, ne capisce, lo vede.

Torniamo alla politica: è vero, il centrosinistra è appiattito. Comprende ancora, inspiegabilmente, vecchi tromboni come D´Alema. Ma non è una questione generazionale, basta vedere l´ancheggiare mediatico della nuova starlette Renzi.

L´appiattimento è figlio del compromesso, che dall´Ulivo in poi ha costretto all´unione forze distanti fra loro in nome solo dell´antiberlusconismo. Sentimento giustificato, per carità ed entrambe le vittorie di Prodi sono nate grazie all´equilibrio che lui sapeva gestire, mentre nel caso di Occhetto, Rutelli e Veltroni la gente ha saputo cogliere ad intuito una provvisorietà che le parole dei presunti leader non sapevano mascherare.

Poi, dal 1994 ad oggi il centrosinistra è stato una specie di Jugoslavia di Tito senza dittatori, ovvero un´alleanza fittizia che però pian piano l´elettorato ha sfrondato di rami secchi e di frutti marci.

Non solo a livello nazionale, ma anche grazie al temutissimo eppure efficace sistema delle primarie. Sistema che in più di un caso ha messo in discussione l´egemonia numerica del PD, cancellando l´immagine sovietica di una sinistra che decide dall´alto. Che ancora esiste e lotta, ma che deve fare i conti con un diffuso sentire dal basso di diversa natura.

In questo momento, il salto di qualità che deve fare il PD è quello di rimettersi tutto in discussione e di non temere impoverimento da contributi esterni. Con un PDL chiuso su se stesso e naturalmente forgiato sul suo capo, la forza più importante del centrosinistra dovrebbe rompere gli indugi, indire un congresso immediato e successive primarie per individuare subito un leader per la prossima tornata elettorale. Fare un passo indietro, riconoscere 20 anni di fallimenti con le diverse denominazioni, stabilire un processo chiaro e non cercare alleanze-scorpione, avere l´umiltà – se necessario – a livello locale di appoggiare anziché cercare appoggi.

Tornare ad essere un partito e ripartire dalle cose, non dalle parole. Riconquistare la gente sul territorio, via dalle televisioni e via dai nidi comodi, dalle Feste dell´Unità.

Riscoprire l´importanza della comunicazione fatta bene.

FRANCO MONTORRO

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