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***L’ora di ribellarci***
MA NON E’ CHE A NOI “GIOVANI” (?) VA BENE COSI’(?)
di MARIANNA BARTOLAZZI

settembre 5, 2011 di Redazione 

Non è che nemmeno noi crediamo nella nostra, possibile - necessaria – “diversità”? Non è che, in fondo, ci siamo lasciati (anche noi) corrompere da questi signori – che poi sono i nostri padri – e ora facciamo un po’ (poco) di rumore solo per lasciarci cooptare indisturbati “domani”? Il giornale della politica italiana no, è il giornale dei giovani che rompono (gli schemi). Possiamo guardare molto più in là, e molto più in alto, e non abbiamo nessuna intenzione di partecipare ai bagordi e di lasciarci cadere addormentati, ubriachi, affianco ai “nostri” (?) “padri”  (?) degeneri mentre la (nostra!) casa crolla. Marianna Bartolazzi prova a ricordare che, presto, li potremo “cacciare”. Ma dobbiamo muoverci. Ora. di MARIANNA BARTOLAZZI

Nella foto, una neo-laureata

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di MARIANNA BARTOLAZZI

Ci ho riflettuto un po’. Sì, bisogna riflettere prima di interpretare la miriade di dati sulla disoccupazione giovanile in Italia, il cui quadro in attesa del 2012 è più disastroso che mai.

Tra gli under 35, 16 su 100 non hanno un’occupazione; tra gli under 24, 3 su 10.

È la crisi economica. È il destino di un Paese bloccato. È il prodotto di un tappo in cima, negli ordini professionali, nelle categorie lavorative, nella dirigenza industriale, politica ed intellettuale made in Italy.

Ma queste sono tutte cose che sappiamo già. Ce lo siamo detti mille volte, su queste basi abbiamo strutturato centinaia di iniziative, scritto milioni di articoli, siamo scesi in piazza. Quasi tutti.

Mi chiedo se invece, a monte della nostra frustrazione, ci fossimo posti la domanda da cui tutto ha sempre origine, e della cui risposta abbiamo tutti sempre paura.

Chi, cosa siamo, noi?

Qualche anno fa, in un’iniziativa organizzata dai Giovani per la Costituzione, alla presenza di Oscar Luigi Scalfaro, ho ricordato ai miei coetanei che nella Costituzione non è presente la parola “giovani”.

Non si è trattato di una dimenticanza o di una volontà di esclusione; semplicemente, nell’Italia alle porte degli anni ’50, la categoria sociale dei giovani non esisteva.

Il giovane era un figlio, completamente a carico della famiglia. Una volta inserito nell’ambito del lavoro, era considerato un uomo, un cittadino indipendente.

I giovani, le loro esigenze di generazione, arriveranno con i movimenti della fine degli anni sessanta.

Perché mi sono buttata in queste reminiscenze storico-sociali?

Perché questi strani tempi che stiamo vivendo non mi sembrano gli albori del 2012, ma quelli degli anni ’50. Del ’900, però.

Fateci caso. Quando sentiamo parlare di giovani? Negli articoli sulla disoccupazione, sulle tendenze di moda e culturali, all’apertura delle scuole. E poi quando? Nei periodi caldi delle manifestazioni.

E, anche in quel caso, siamo un corpo gassoso, estremamente eterogeneo, dipinto come istintivo, da cui ci si aspetta “casino”, non elaborazione, festa, non riflessione e programmazione, “sconvolgimento dell’ordine”, ma temporaneo, non storicamente determinante e rilevante.

Aivoglia a lamentarsi che “veniamo dipinti così ma abbiamo un progetto”, o che “i media non danno abbastanza spazio perché non siamo una categoria sociale che conta nel sistema dei poteri forti”.

I media non danno abbastanza spazio (oltre che per la sete di sensazionalismo e di notizie veloci quanto vacue di cui ormai sono intossicati da tempo) perché fondamentalmente non esistiamo.

Mi si comprenda. Esistono i movimenti, ogni anno diversi, esistono centinaia di sigle studentesche, costantemente in lotta tra di loro, esistono le giovanili dei partiti, i cui comunicati arrivano saltuariamente nei sottotrafiletti di alcuni giornali, soprattutto on-line. E ancora, esistono i comparti sindacali dei precari, esistono le associazioni dei praticanti nei vari ordini professionali, esistono persino i giovani CL e i papa-boys (gli unici, a dir la verità, ad avere attenzione mediatica, chissà perché…).

Siamo un fiume organizzato in molteplici rivoli, che anche quando è in piena e fa l”Onda”, è forse poco consapevole che per mantenere la sua forza, ha bisogno di argini solidi.

In parole semplici, viviamo un contesto generazionale che presenta numerosi picchi di talento, capacità, professionalità, e la giusta grinta per emergere. Ma è una generazione che non si conosce, e se si conosce si evita: scollata, diffidente, in cui l’universitario non parla e non sa nulla del giovane operaio o dell’impiegato e, forse ancor più grave, in cui lo stesso ricercatore non sa nulla del giovane studente universitario, pur vivendo lo stesso ambito. Le nostre forze di rappresentanza nei luoghi dell’istruzione e nei partiti politici sono impegnate troppo spesso a darsi battaglia a vicenda o semplicemente a sopravvivere, in una società che si impegna costantemente a tagliar loro le risorse e gli spazi di visibilità.

Insomma, anche nel 2012 la parola “giovani” in Italia continua a contar poco. Forse perché nei giovani ci crediamo poco anche noi.

MARIANNA BARTOLAZZI

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