Top

NON BISOGNA CAMBIARE I GOVERNI MA LA NOSTRA NATURA DI POPOLO INETTO di PAOLO GUZZANTI

agosto 17, 2011 di Redazione 

A Londra sono oltre 1000 i civili accusati da Scotland Yard per le rivolte di inizio Agosto, scatenatesi con il crollo delle borse occidentali. Nel frattempo, ben al di sotto della Manica, fra i temi scottanti dell’Estate non compare minimamente l’abisso in cui sono finiti i listini di mercato: tutt’al più si parla del Ferragosto ormai alle spalle e del rapido incedere della fine delle vacanze estive. Gli unici che sembrano essersi accorti della manovra anticrisi, e del rincaro fiscale con effetto immediato cui seguirà l’approvazione, sembrano essere i calciatori. E questa non è una barzelletta. Le città sono deserte, malgrado la crisi il “tutti al mare” non è stato messo in discussione nel Bel Paese, e di conseguenza (o per contagio?) il Parlamento è (semi?)-deserto, malgrado si stia lavorando sul pareggio di bilancio, cruciale per la sopravvivenza dell’Italia. Ed a intervenire nel dibattito sono loro, i calciatori! Alzano i toni, incrociano le braccia (anzi, attaccano al chiodo gli scarpini– solo provvisoriamente, sia ben chiaro!–) e proclamano il loro personale, e personalistico, “non ci stiamo” al contributo di solidarietà previsto nel decreto della manovra-bis (quello del 5% per chi guadagna oltre 90mila euro lordi e del 10% per chi ne guadagna più di 150 mila euro lordi l’anno). E’ il mondo alla rovescia! Senza entrare nel merito della “rivolta” della “serie A”, riportiamo solo le parole del marziale ministro Calderoli: «Se dovessero continuare a minacciare scioperi o ritorsioni proporrò che come ai politici anche ai calciatori venga raddoppiata l’aliquota del contributo di solidarietà». Merita davvero la simmetrica relazione tracciata fra le due categorie: il ministro della Semplificazione normativa –giustamente–, semplifica. Ma non percepisce la tematica di fondo. Se in Italia gli unici ad intervenire nel dibattito sono i calciatori, o giorni fa – a dimostrazione della perspicace osservazione del ministro leghista– di Silvio Berlusconi, il problema è evidentemente più radicale e profondamente “nostro”. Nostro. Della politica. Della società. Dell’Italia. Del popolo italiano che “scende in campo” solo quando è leso un interesse piccolo e privato, ma che sull’interesse generale della nazione può tranquillamente rimandare a settembre, alla chiacchierata da bar cui sarà destinato una volta tornato a lavoro. Dov’è l’indignazione? Dove sono i disoccupati, prime vittime della crisi passata e futura? quelli che a fronte di una manovra che inibisce l’Economia, come è stato più volte denunciato sulle nostre colonne, saranno i primi a pagare, ancora una volta, ancora di più. E i giovani? Sempre in prima fila quando si cambia qualcosa nel già di per sé difficile –lo riconosciamo– mondo universitario, anche quando in ballo oltre ai loro diritti ci sono gli interessi dei baroni universitari. Dove sono ora? loro, a cui la recessione non garantirà alcun futuro nel post laurea, dove sono? Mentre il piccolo mondo antico della Penisola sembra disgregarsi all’ombra del più scevro disinteresse collettivo, noi del giornale della politica italiana vi proponiamo un estratto di Paolo Guzzanti. In risposta alle critiche a lui rivolte, coglie l’occasione per tracciare il quadro della situazione: «Non bisogna cambiare tanto i governi, ma la nostra natura di popolo inetto». Uno sguardo a Leopardi, uno all’Italia di oggi, non così diversa da quella che il poeta vedeva dall’ “ermo colle”. Una breve, ma incisiva, analisi di quello che in parte siamo ed in parte siamo sempre stati.

Nella foto, Paolo Guzzanti

di Paolo GUZZANTI

Non bisogna cambiare tanto i governi, ma la nostra natura di popolo inetto, come collettività (geniale e fantastico preso a segmenti e unità singole). Noi italiani dobbiamo essere cambiati. Cambiare i governi, tra una finta destra e una finta sinistra, non produce di per sé alcun effetto ed è per questo che non riesco ad appassionarmi sulle furie berlusconiste ed antiberlusconiste, cui – pure – ho dato io stesso e seguito a dare un certo contributo.

Ma è proprio così: o gli italiani cambiano o sono definitivamente fuori dal mondo moderno e dalle sue crudeli sfide. Chi deve cambiare è proprio l’italiano, il quale invece come i bambini si rifugia sempre dietro la colpa di qualcun altro: Berlusconi, i comunisti, la chiesa, i sindacati, la casta, i poteri forti, il grande complotto internazionale, la massoneria, i meridionali, i settentrionali, i romani, e così via in una noia mortale e infinita. Ho letto e riletto l’appena ri-edito discorso sul carattere degli italiani di Giacomo Leopardi: una fotografia eterna. Eccoci qua. Un popolo pieno di vizi, pregiudizi, mammone, mammista, piagnone, un po’ assassino e un po’ perdonista, pronto al compromesso e al linciaggio, dipende. E – sì – penso che questo paese abbia qualche chance soltanto se e quando riuscirà a rinnegare i propri caratteri collettivi di merda e a somigliare finalmente ai popoli che guidano la ricerca scientifica e culturale, che producono ricchezza e ne rinnovano gli strumenti, che hanno scuole severe e selettive, popoli di paesi in cui la scuola non è prima di tutto un posto di lavoro.

(…)

Sì, gli italiani nella loro stragrande maggioranza piangono e fottono, si lamentano, barano, evadono tutti quelli che possono (e quelli che non possono urlano la loro virtù alla luna).

Se lei (rivolto all’autore delle accuse, ndr) fosse meno sciocco saprebbe che ci sono due figure cardine di italiano: l’arcitaliano e l’antitaliano. Sono entrambe figure patriottiche. Io sono un italiano antitaliano per pena, per dolore, per consapevolezza e mi ha stretto il cuore trovare in Leopardi un mio antenato morale e politico.

 

PAOLO GUZZANTI

 

 

 

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom