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***DL ANTICRISI*** LA MANOVRA SPORCA di EMILIO D’ALESSIO

agosto 15, 2011 di Redazione 

La manovra non piace al Cavaliere, ma «non sarà stravolta». A nulla, o quasi, è valsa la pressione dei frondisti del Pdl: «ormai è fatta – dice Paolo Bonaiuti -, ci saranno modifiche ma saranno limitate: i mercati sono giudici severi, e non vogliono un allentamento del rigore, purtroppo». Quel “purtroppo” è la sintesi dell’«incapacità del governo italiano di guardare avanti e cercare di costruire un futuro migliore per il Paese», come afferma in questo imperdibile articolo Emilio D’Alessio. Leggendo tra le righe della manovra, si prepara un vero e proprio aborto dello sviluppo del Paese ed il rilancio dell’Economia. Le misure anticrisi, a fronte dell’urgenza del pareggio di Bilancio e della rassicurazione dei mercati, affossano uno dei pochi, se non l’unico, settore in crescita. Si risponde così alla ben nota mancanza di strategie di lungo periodo a favore della sola logica emergenziale che ha portato il Paese in questo baratro stagnante, cui ora questa manovra vorrebbe regalare una via d’uscita, senz’altro non verde. Ma alla logica dell’emergenza si accompagna anche la ben più grave arroganza, o criminosa miopia, di un governo che concentrato sulla tutela di pochi interessi, non è neppure in grado di guardare all’investimento che le nazioni leader dell’Economia ispirano da anni. Tutto questo, e molto altro ancora, nella “manovra sporca” di cui ci parla Emilio D’Alessio.

Nella foto, Silvio Berlusconi e la sua crociata “sporca”

di Emilio D’ALESSIO

 

La manovra economica presentata da Berlusconi e Tremonti è lo specchio della incapacità del governo italiano di guardare avanti e cercare di costruire un futuro migliore per il Paese.

Dietro alle nuove tasse e agli ulteriori tagli che condannano le regioni e le città non c’è alcun progetto, neppure l’ombra di una strategia, solo una concitata logica emergenziale. Lo ha giustamente sottolineato il WWF, che ricorda come questo sarebbe il momento delle scelte e degli investimenti nel futuro. Già, sarebbe. «Occorre puntare sulla decarbonizzazione e sulla rivoluzione energetica, vale a dire individuare il percorso e le politiche per l’efficienza e il risparmio energetico e per avere il 100% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Ma anche una chiara indicazione di politica industriale, delle infrastrutture (reti), di innovazione, della ricerca, che rispondano a corrette forme di pianificazione rispettose del territorio. Occorre puntare su una politica del riciclaggio e del riuso che non sia solo una prospettiva di diminuzione dei rifiuti, ma anche di risparmio e di efficienza nell’uso dei materiali. Occorre puntare al benessere sociale, mirando a sconfiggere e non a incrementare la povertà. E’ questa la prospettiva su cui seguire l’Europa, a differenza di quanto fatto sinora, a partire da un approccio strategico, non continuamente tattico, seguendo gli esempi positivi, come quello della Germania, la cui economia in crescita si distingue per avere la decarbonizzazione come asse strategico. Del resto, nonostante la crisi economica, quelli delle energie rinnovabili e dell’efficienza sono gli unici settori in crescita esponenziale in tutto il mondo» scrive il WWF.

Il governo di queste cose non si occupa, né si è mai interessato. E continua a dare il peggio di sè, se è vero che nelle anticipazioni della manovra si era parlato per l’ennesima volta di tagli agli incentivi per le energie rinnovabili (ancora!), tanto per destabilizzare di nuovo l’unico settore industriale in crescita. Il testo finale poi cancella il SISTRI, il sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti speciali, scelta inspiegabile che lo stesso ministro dell’ambiente ha definito «un vero e proprio regalo alle ecomafie». Non basta: sono previsti tagli ai fondi FAS destinati alla prevenzione dei rischi di dissesto idrogeologico, decisione che ha scandalizzato persino Formigoni, il quale ha ricordato come l’accordo stato-regioni sui fondi FAS fosse stato raggiunto solo 15 giorni fa, dopo una faticosa trattativa. Il piano di interventi contro il dissesto idrogeologico prevede l’utilizzo di un miliardo di fondi FAS e di un altro miliardo e mezzo circa di fondi regionali. E ora Tremonti dice che «ci sono altri equilibri da salvare». Se il miliardo destinato alla sicurezza del territorio sparisce, il governo non mette in discussione la previsione di spesa di 40 miliardi di armi e aerei da guerra, così come conferma gli oltre otto miliardi destinati al ponte sullo stretto di Messina.

L’innovazione e la green economy sono da tempo al centro dei programmi di sviluppo di tutte le nazioni che guardano al futuro. «Sosteniamo l’accelerazione di una green economy e di una economia a basse emissioni di carbonio per conquistare una posizione vantaggiosa nel mercato industriale internazionale» diceva due anni fa il premier cinese Wen Jiabao. Sono scelte economiche, non solo ecologiche. Si guarda alla competitività, ale strategie globali. Non a caso la green economy è il tema centrale del summit delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile che si svolgerà a Rio de Janeiro nel giugno 2012. Dal governo Berlusconi invece arrivano solo segnali di conservazione, di insipienza. Sono passati solo due mesi dal plebiscito antinucleare del referendum. Il premier, ad urne ancora aperte, aveva dichiarato: «L’Italia probabilmente a seguito di una decisione che il popolo italiano sta prendendo in queste ore, dovrà dire addio alle centrali nucleari e quindi dovremo impegnarci fortemente sul settore delle energie rinnovabili». In questi due mesi invece il governo ha totalmente ignorato la questione energetica salvo minacciare, in tre diverse occasioni e sempre per esigenze di cassa, di ridurre i contributi per le fonti rinnovabili. «La prima bozza del piano energetico nazionale sarà pronta a metà settembre» ha dichiarato una settimana fa il ministro Romani. Eppure la manovra decisa venerdì, che contiene le linee guida di politica economica dei prossimi anni, dovrebbe essere necessariamente collegata alla strategia energetica, e viceversa. Invece niente, non ci sono riferimenti. Anche in questo il governo fallisce e perde una occasione cruciale.

Del resto se abbiamo il tasso di crescita più basso dell’OCSE un motivo deve esserci, ed è l’incapacità dei nostri decisori politici di guardare avanti, di immaginare. Fino a ieri si diceva che fosse una tattica precisa, per evitare scelte impopolari che magari avrebbero pagato tra decenni, ma che nell’immediato portavano a una perdita di consenso. Ma ora che anche Berlusconi ammette di avere messo le mani nelle nostre tasche, ora che la favola del «meno tasse per tutti» è davvero finita, il momento sarebbe perfetto per lanciare la sfida dell’Italia del futuro. Per parlare di nuove opportunità di sviluppo, di green economy, di prospettive per le nuove generazioni. Macché, buio assoluto.

«Questo è il tipico caso di decreto per necessita e urgenza» ha detto Tremonti con la severa aria notarile che sfodera nelle grandi occasioni (solo martedì scorso si faceva fotografare sorridente con Bossi e Calderoli a Gemonio). Questo governo al futuro penserà quando sarà passato, e le colpe naturalmente saranno sempre di altri. Per adesso riempiamo le pagine con boutade come quella di abolire 38 provincie (di cui 15 al nord). Con che soldi, entro quando, ridistribuendo come le competenze e l’occupazione? Non è un problema immediato, l’importante è fare qualche annuncio. «Ci sono altri equilibri da salvare». E buon ferragosto all’Italia.

 

EMILIO D’ALESSIO

 

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