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***EMERGENZA CARCERI ITALIANE***
Una “questione sociale” rispetto alla quale la politica continua a dimostrarsi sorda, muta e cieca di ANNALISA CHIRICO

agosto 5, 2011 di Redazione 

Sono 39 i suicidi accertati dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane. Il primo è avvenuto nel carcere di Aversa il 5 gennaio 2011, l’ultimo martedì scorso a Perugia. Ad alzare il novero in questo caldissimo agosto, un detenuto 36enne originario di Rieti che , come molti altri, era ancora in attesa di giudizio. Solo negli ultimi tre giorni si segnalano dunque un morto e tre tentativi di suicidio. Per rendere più chiara l’idea facciamo parlare i numeri: nel 2011 i detenuti morti in carcere fino ad ora sono 113, di questi 39 sono suicidi. Nel 2010 delle 184 morti in carcere, 66 erano suicidi. Parliamo di 1.859 morti dal 2000 al 2011 di cui 664 suicidi. Praticamente un bollettino di guerra. Numeri allarmanti per un sistema penitenziario al collasso. Nelle carceri italiane, secondo il dossier “Morire di Carcere”, «le persone si tolgono la vita con una media 19 volte superiore rispetto alle persone libere e spesso lo fanno negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori, quindi in strutture particolarmente fatiscenti». Mentre si rinvia al neoeletto ministro Nitto Palma, Marco Pannella parlando di quanto questa realtà disumana ci umili in tutta Europa, rimarca come su questa da parte della classe politica vi sia «un mutismo clamoroso, che fa paura». Annalisa Chirico prova qui sulle nostre colonne a rompere questo silenzio, raccontandoci un’iniziativa svoltasi a Roma proprio per sensibilizzare la politica sul tema delle carceri.

Nella foto, celle di prigione

di Annalisa CHIRICO

 

Nella quasi totale indifferenza dei mass media si è svolto a Roma il convegno “Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano”. A volerlo fortemente sono stati i radicali di Marco Pannella, il quale con un lungo sciopero della fame è riuscito, come solo lui sa fare, a imporre nell’agenda politica la grande questione delle carceri e della giustizia in Italia. Una questione “sociale”, come la definisce il leader dal codino bianco, rispetto alla quale la politica è muta, sorda, cieca. Mezzo mondo della giustizia riunito nella Sala Zuccari del Senato alla presenza del Capo dello Stato Napolitano e del Presidente del Senato Schifani.

 

La diagnosi, che ne vien fuori, è da tutti condivisa. Nelle carceri italiane la tortura è legalizzata. Quasi 70mila detenuti stipati nelle patrie galere, che potrebbero ospitarne, in via regolamentare, 44mila. Meno di tre metri quadri a testa. Fuori da ogni standard di umanità e di legalità nazionale e internazionale.

 

Parole forti quelle del Presidente Napolitano, che sottolinea la diversità “dell’impronta e dell’ispirazione” di questo convegno organizzato da un “raggruppamento d’avanguardia e da una personalità non riconducibili agli schemi dominanti della politica” e incentrato “su una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”. I fenomeni degenerativi, cui assistiamo, sono il frutto di “scelte politiche oscillanti e incerte tra tendenziale depenalizzazione e depenitenziarizzazione, e ciclica ripenalizzazione con crescente ricorso alla custodia cautelare”. Spetta alla politica uno scatto “se non fosse altro per istinto di sopravvivenza nazionale”.

 

Tasto dolente quello della carcerazione preventiva. Oggi si chiama più eufemisticamente “custodia cautelare”, ma nella sostanza nulla è cambiato. In totale 26mila gli appellanti e ricorrenti in Cassazione, di cui 15mila sono in attesa di un primo giudizio. E’ questa la schiera dei presunti innocenti, per i quali, citando Giuliano Vassalli, “sempre di più il giorno del processo diventa il giorno della libertà”. E’ Ernesto Lupo, Primo Presidente della Corte di Cassazione, a rivolgere un appello ai magistrati per “un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva”. Lupo pone due obiettivi: la riduzione progressiva della popolazione carceraria e un programma selettivo e ponderato di depenalizzazione. Del resto, poco meno della metà dei detenuti scontano pene per l’esecuzione di reati contro il patrimonio. Circa il 35% è ristretto per la commissione di reati concernenti le sostanze stupefacenti. In attesa che la politica faccia le scelte che le compete, secondo Lupo, spetta ai magistrati utilizzare “nel rispetto della legge ogni possibile soluzione alternativa o sostitutiva alla pena carceraria”.

 

Dello stesso tenore l’intervento di Giorgio Lattanzi, Presidente della VI sezione della Corte di Cassazione, che ricorda che ben il 40% dei detenuti è in regime di custodia cautelare e che l’Italia è già stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. L’articolo recita testualmente: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

 

Le critiche all’abuso della custodia cautelare arrivano, dunque, dall’interno della magistratura. Anzi, dalle sue massime cariche. Lo nota Gian Domenico Caiazza, Presidente del Comitato Radicale per la Giustizia “Piero Calamandrei”, secondo il quale “l’istituto della custodia cautelare si trova fuori dall’alveo della legalità costituzionale per responsabilità quotidiana ed esclusiva dei magistrati di merito e di cassazione, che quotidianamente ne evertono il significato testuale”. “Mi fa specie – afferma Caiazza – aver sentito il Presidente della Corte di Cassazione denunciare tale condotta abusiva dal momento che la stessa Corte di Cassazione è la principale responsabile di questa deriva giurisprudenziale avendo da tempo rinunziato ad effettuare controllo di legalità sui criteri di applicazione della misura cautelare”. Caiazza parla di una “resistenza culturale sostanzialmente ingovernabile da parte della magistratura italiana a comprendere che la custodia cautelare non è un’anticipazione di pena, né può essere uno strumento di pressione per ottenere condotte processuali dal soggetto che ne diventa destinatario”. Per disinnescare l’abuso di questa misura estrema Caiazza rilancia la proposta del professore Luca Marafioti, che prevede il ricorso alla custodia cautelare motivato dal pericolo di reiterazione del reato esclusivamente nel caso in cui il soggetto sia stato dichiarato delinquente abituale.

 

Sull’informazione in materia di giustizia si è soffermato Corrado Calabrò, Presidente dell’Agcom, secondo il quale “la tecnica della spettacolarizzazione dei processi a fini di audience amplifica a dismisura la risonanza di iniziative giudiziarie, che per il loro carattere prodromico e cautelare potrebbero nel prosieguo del processo anche rivelarsi infondate”. Calabrò mette in guardia dal rischio che la televisione si sovrapponga alla funzione giudiziaria (la cosiddetta “gogna mediatica”), alimentando, nel contempo, la “tentazione di protagonismo mediatico” da parte di alcuni magistrati.

 

Per Pannella “contro una giustizia elusa, strutturalmente impedita” l’amnistia e l’indulto sono la “precondizione alla riforma strutturale e legalizzatrice dell’amministrazione della giustizia”. Del resto, che cosa sono i duecentomila procedimenti che ogni anno si chiudono in prescrizione se non un’amnistia strisciante, clandestina e di classe? Di fronte a questo la politica del Palazzo non batte ciglio. A questo convegno (disponibile sul sito di Radio Radicale) il merito di aver riaperto una breccia nel muro del silenzio complice. Perché c’è da sperare che, oltre che di processo breve e lungo, si torni a parlare di riforme vere. Al neo ministro della Giustizia Nitto Palma l’arduo compito.

 

ANNALISA CHIRICO

 

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