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Sulle (nostre) radici, Renzi, il Papa e anche altre cose di E. Procopio

agosto 2, 2011 di Redazione 

Quanto sono vere le nostre radici cristiane? E quanto vengono stru- mentalizzate?  Il tema è comples- so, ma ciò che è certo è che dopo la strage di Oslo la sirena del fondamentalismo è stata innescata. Una sirena che minaccia la pace e grida l’allarme non più per i soli devoti del Corano. Dall’altra parte, con grande sorpresa nella nostra piccola Italia, l’illustre capo della giunta Democratica di palazzo Vecchio proclama con fierezza: «In questo clima di profonda crisi delle istituzioni, la parola del Papa è un punto di riferimento per la nostra amministrazione, perché è sbagliato relegare a un mero fatto privato la dimensione religiosa. L’ispirazione religiosa e la fede cristiana non vanno chiuse a chiave nello scrigno del privato». Sorge dunque un dubbio, legittimo: che spazio trova la dichiarazione del sindaco Matteo Renzi nell’Italia del 2011? Quale senso dovrebbe trovare in una società realmente laica? E soprattutto, in che modo si può relazionare una simile affermazione con un partito laico –quale dovrebbe essere– quello Democratico? Su questo, sulle nostre presunte radici cristiane e su molto altro ancora, il nostro Enrico Procopio si interroga e ci interroga in questo splendido articolo.

Nella foto, Enrico Procopio

di Enrico PROCOPIO

“Ti porterò in un posto

Dove troveremo Le nostre radici, grondanti sangue”

-Sepultura, Roots Bloody Roots-

A Piva.

 

Uno dei concetti ricorrenti nello scenario politico italiano è quello che fa riferimento a (presunte) radici cristiane della nostra cultura – ma potete sostituire a “nostra” termini quali “europea”, o “italiana” e cose simili. È una forzatura enorme, e spesso viene utilizzata da chi sostiene posizioni semplicemente indifendibili e inadatte ad una società laica: queste radici cristiane spuntano sempre quando c’è una decisione estremamente importante da prendere, quando la situazione è estremamente delicata.

A nulla vale ricordare le storture, i soprusi, la violenza operata dai religiosi, dai dogmatici, dai fondamentalisti, e provare a spiegare come il progresso non possa che provenire da culture e idee libere da elementi dogmatici, e non da retaggi culturali di stampo religioso. La risposta è sempre quella: “le nostre radici sono quelle cristiane!”.

La lotta contro il fondamentalismo religioso (non solo cristiano, ovviamente) dovrebbe essere, oggi, un punto di riferimento per chiunque si dichiari “intellettuale” (ma ce ne sono?). Una lotta condotta avendo bene in mente come il dogmatismo e la religione applicata come fosse una legge siano una piaga per milioni di persone.

Non possiamo, come progressisti, come persone di sinistra (ma anche di destra), come laici, tollerare che vengano sbandierate queste presunte radici cristiane, così come non tolleriamo i fondamentalisti islamici e la loro repressione di qualunque valore positivo l’Occidente abbia conosciuto.

Se non siamo in grado di capire come una cultura reazionaria e violenta come quella fondamentalista islamica non sia accettabile, se allo stesso modo riteniamo accettabili le parole del “non-più-rottamatore” Matteo Renzi, quando dice «la parola del Papa è un punto di riferimento per la nostra amministrazione», allora vorrà dire che avremo perso: come progressisti, come laici, come democratici. Non è necessario ricorrere all’ateismo più radicale (e spesso becero: di Christopher Hitchens ce n’è uno solo, purtroppo), è sufficiente un po’ di misura, e di buon senso.

È giusto e doveroso fornire, per esempio, come amministrazione, uno spazio per costruire un luogo di culto: sia esso una moschea, una chiesa, un tempio, o quello che si vuole, senza preclusioni dovuti alla religione che vi si professerà. È giusto tutelare le minoranze religiose, e concedere loro gli strumenti per potersi riunire e pregare senza essere disturbati. È da persone civili e democratiche rispettare l’altrui credo, ma non per questo si può tollerare che questo culto venga descritto come parte della cultura di ognuno di noi, piaccia o no: non siamo tutti cristiani, non siamo tutti mussulmani, non siamo tutti buddhisti, e così via.

Allo stesso modo in cui abbiamo odiato l’ottusità dei taliban e il loro professarsi portavoce di intere popolazioni, nonostante il loro marcato elemento violento non potesse essere condiviso da tutti, non possiamo permettere che un esponente politico di un paese laico e democratico (cosa ancor più grave: un esponente di sinistra) affermi che le parole del Papa siano un punto di riferimento. Perché non devono esserlo: nessuno vieta a Renzi di concordare col Papa, ma non è accettabile che la parola del Papa sia punto di riferimento perché è la parola del Papa, a prescindere.

Questi sono vecchi schemi che non vorremmo mai più rivedere, specie in mano ad uno di quelli che deve (doveva) rappresentare una nuova pagina della politica italiana. Deve finire l’era delle strizzate d’occhio alla Chiesa, del credo sbandierato come convenienza politica, del Family Day a cui partecipano solo esponenti con due o tre famiglie (la coerenza!), dei messaggi lanciati ai vescovi. Non siamo più in quella fase della nostra storia politica, non dobbiamo più esserlo: dobbiamo avere il coraggio di andare contro, se necessario, al volere dei religiosi. E difendere gli omosessuali, garantire il diritto all’aborto, ad un fine vita decoroso, e tante altre cose: queste è ciò che è giusto fare, e non l’ha detto il Papa.

Senza dimenticare il rispetto da provare verso chi crede, certamente: ricordando però ai credenti che, con più diritti, siamo più liberi. Tutti.

ENRICO PROCOPIO

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