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La ‘croce’ del debito sulle spalle dei giovani: la strada della Casa Bianca e quella dell’Islanda di ATTILIO IEVOLELLA

agosto 2, 2011 di Redazione 

Una “rivoluzione”, in corso ormai da due anni, è stata completamente taciuta ed insabbiata dai mainstream internazionali. Siamo in Europa, in un paese con una delle democrazie più antiche al mondo, le cui origini risalgono all’anno 930: l’Islanda. Nella glaciale isola, allo scoppiare della bolla finanziaria nel 2008 si è dapprima provveduto a far dimettere il governo in carica, poi si è proceduto alla nazionalizzazione delle principali banche, decidendo di non pagare i debiti che queste avevano contratto con la Gran Bretagna e l’Olanda a causa di un’ignobile politica finanziaria, infine si è eletta un’assemblea popolare per riscrivere la propria Costituzione. Una vera e propria “rivoluzione” che non è costata una sola goccia di sangue. Una rivoluzione contro il potere politico-finanziario neoliberista vinta a suon di colpi di casseruola, lanci di uova ed urla in piazza. I cittadini in protesta a Reykjavik hanno avuto la meglio, e a poco è valsa la mossa del Fondo Monetario Internazionale di congelare l’aiuto economico all’Islanda, con la quale speravano di imporre il pagamento dei debiti. Al contrario, la direttrice islandese è andata nella direzione opposta. La coalizione socialdemocratica e del movimento della sinistra-verde, guidata dalla neoeletta premier, Jóhanna Sigurðardóttir, apre un’inchiesta per individuare e perseguire penalmente i responsabili della crisi. Arrivano così i primi mandati di cattura e gli arresti per banchieri e top-manager, mentre l’Interpool diffonde un ordine internazionale di arresto contro l’ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Nel giorno in cui a Capital Hill si scansa la bancarotta USA con il voto per l’innalzamento del tetto del debito pubblico (269 voti a favore e 161 contrari per la Camera, i risultati del Senato arriveranno in queste ore), in altre parole si procede a un processo di socializzazione delle perdite con i tagli sociali e precarizzazione dilagante per scongiurare il rischio del default, c’è chi guarda all’Islanda. Che cosa succederebbe se il resto dei cittadini europei, o statunitensi, seguisse l’esempio islandese?  Il giornale della politica italiana lascia a voi la risposta, ma vi invita alla lettura di questa interessante riflessione del nostro Attilio Ievolella sulle due linee di tendenze che hanno fatto seguito alla crisi finanziaria.

Nella foto, le proteste a Reykjavik

di Attilio IEVOLELLA

 

Dalla ‘Casa Bianca’ è arrivato l’annuncio tanto atteso: accordo per evitare il default economico degli Stati Uniti d’America. Punti sostanziali l’aumento della soglia limite del debito e la previsione di un piano decennale di riduzione del deficit. Tutti contenti e soddisfatti. Anche se, alla fine, unico elemento certo è il debito americano. Quello resterà intatto, anzi potrebbe allargarsi – come spiegare altrimenti l’innalzamento del tetto massimo consentito? –, mentre i dubbi sulla capacità reale di ammortizzarlo anno dopo anno sono legittimi.

Dall’altra parte del mondo, da una piccola isola dell’Europa, invece, è arrivato un atto eclatante. Sempre sul tema delicatissimo del debito. Nessuna operazione complicata, nessun ‘laboratorio’ politico, nessun accordo multilaterale. Solo e soltanto il ricorso alla democrazia: un referendum popolare, che ha visto i cittadini esprimersi in maniera netta. La piccola isola è l’Islanda. La posizione, netta come detto, dei cittadini è il rifiuto assoluto di pagare il debito gravante sullo Stato (e, quindi, sui cittadini), legato al fallimento di tre banche islandesi (ma divenute, nella sostanza, di proprietà estera). Facciamo, però, un passo indietro, per provare a capire. All’ingresso nel terzo millennio, la Repubblica d’Islanda – Iceland – diviene d’improvviso l’Eldorato. Una piccola isola, abitata da poco più di 300mila persone, con un’economia profondamente legata ai settori del pesce e della metallurgia, e con alcune chicche a livello di tecnologia, come, ad esempio, le protesi al carbonio utilizzate dal famoso Oscar Pistorius, si trasforma in un punto di riferimento per le attività finanziarie mondiali. Volendo utilizzare un’immagine forte, se Adamo ed Eva avessero deciso di far soldi senza produrre nulla, beh, avrebbero scelto l’Islanda! Fin qui nulla di nuovo sotto il sole. Anche se, all’inizio degli anni 2000, certe cifre avrebbero dovuto far riflettere: prodotto interno lordo che navigava sui 10miliardi di dollari l’anno; un reddito pro capite che superava i 50mila dollari l’anno; una disoccupazione ridotta ad appena l’1 per cento. Il palloncino Islanda, gonfiato troppo, però, è esploso. Proprio com’è esploso il sistema finanziario. La crisi mondiale nata nel 2008 – e i cui effetti si avvertono anche tre anni dopo, nonostante i ripetuti annunci sull’avvio della ripresa economica – si era manifestata in Islanda con qualche anno d’anticipo. Protagoniste sempre le banche, che, di fronte alla difficoltà di gestire i propri bilanci, erano ricorsi a un debito ‘spinto’. Che ha poi generato ulteriore debito. Fino alla logica conseguenza: crack finanziario, arrivato – casi strani della vita – dopo una valutazione negativa da parte di un’agenzia di rating. La parola crisi è ciò che meglio riassume la situazione vissuta dall’Islanda, passata dalle stelle alle stalle. Emblematico l’aumento della disoccupazione arrivata a superare anche la soglia dell’8 per cento. Emblematici, ancor di più, il crollo delle banche e l’esposizione debitoria complessiva, che sarebbe dovuta ricadere sullo Stato, e quindi sui cittadini. E qui sta il nodo gordiano della vicenda, nelle parole “sarebbe dovuta ricadere”. Perché di fronte a questa ipotesi, l’Islanda ha fatto qualcosa di inimmaginabile: non ha semplicemente accettato ciò che il sistema economico-finanziario imponeva di fare, ovvero spingere a mille la tassazione sui cittadini per (sperare di) rientrare dal debito accumulato, ma ha invece chiesto proprio ai cittadini di esprimere un parere vincolante sulla proposta di rimborsare o meno i correntisti esteri (soprattutto inglesi e olandesi) che avevano gonfiato ancora il palloncino delle banche nazionali (o presunte tali). Per ben due volte alla popolazione dell’Islanda è stata data l’opportunità – l’onere e l’onore, potremmo dire – di prendere posizione su una questione delicatissima. E per ben due volte i cittadini hanno detto “no”, prima a gennaio del 2010 e poi ad aprile del 2011, “no” alla decisione di rimborsare quasi 4miliardi di euro a Regno Unito e Olanda. E “no”, soprattutto, all’idea di ‘spalmare’ i debiti accumulati da banche spregiudicate su loro stessi, sui loro figli, sui loro nipoti. “No”, infine, all’idea di ipotecare il futuro delle nuove generazioni.

Cosa accadrà? Più che rispondere, bisogna valutare il ‘peso’ di questo precedente. Clamoroso, forse irripetibile, ma concreto. E testimonianza della possibilità di respingere l’idea – che oramai si sta affermando in tutti i Paesi – di buttare la ‘croce’ del debito (creato da un sistema finanziario folle) sulle spalle dei più giovani.

 

ATTILIO IEVOLELLA

 

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