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***STRAGE IN SIRIA***
I CARRI ARMATI IRROMPONO AD HAMA. FRATTINI:«UN ORRIBILE ATTO DI REPRESSIONE. CESSINO LE VIOLENZE». MA ORA SI PASSI ALL’AZIONE: IL GOVERNO INTERVENGA

luglio 31, 2011 di Redazione 

A 29 anni dal massacro che costò la vita a 20 mila civili, la storia si ripete nella città di Hama. Siamo in Siria: le vittime negli ultimi tre mesi sono state più di 1.400, ben oltre i 10.000 i “dissidenti” arrestati –ai quali, per altro, non verrà garantito un processo equo– oltre i 10 mila i profughi in fuga dalla violenta repressione del Raìs. Ed il nostro governo temporeggia, perdendo ogni credibilità nelle vicende del Mediterraneo. L’appello al governo parte dall’Aula. E lo si grida dalle fila del centrosinistra come  da quelle del centrodestra. Solo oggi, al crescere di ora in ora del novero delle vittime, arriva una prima dichiarazione della Farnesina: «Basta violenza». E’ tutto quel che riesce a dire il ministro Frattini. Andrea Sarubbi riporta qui sulle colonne della politica italiana la mozione bipartisan che invita il governo all’azione. Sentiamo.

Nella foto, i carri armati per le strade di Hama

di Andrea SARUBBI*

Fa sempre un certo effetto leggere di carri armati fra le case e di bombe contro la folla, ma ad essere sinceri il massacro di oggi nella città ribelle di Hama non ci coglie, purtroppo, impreparati: è da tempo evidente, infatti, che senza un intervento della comunità internazionale non si risolverà nulla. Chi ha il compito di sollecitarlo è naturalmente il governo, ma visto che il nostro presidente del Consiglio appariva distratto da altri temi, lo abbiamo svegliato noi proprio questa settimana, con una serie di mozioni sulla crisi siriana. Erano destinate ai cassonetti di Palazzo Chigi, come sta capitando spesso agli atti parlamentari, ma dopo la strage di stamattina credo che Berlusconi faccia bene a leggerle e ad applicarle, se vogliamo conservare un minimo di credibilità nelle vicende mediterranee.

Quello che segue è il testo della mozione bipartisan firmata da tutti i gruppi parlamentari ad eccezione dell’Idv, che l’ha comunque votata pur presentandone una propria.

La Camera,

premesso che:

dal 15 marzo 2011, nell’ambito delle rivoluzioni popolari chiamate complessivamente «primavera araba», anche in Siria si svolge una rivolta contro il regime alawita di Bashar al Assad. Iniziata con una manifestazione di universitari, in pochi giorni si è trasformata in un movimento popolare di enormi proporzioni. Il 18 marzo 2011 è stato proclamato il «giorno della collera» contro il regime, sfociato nel sangue con la repressione violenta delle manifestazioni da parte delle forze di sicurezza. Il primo focolaio degli scontri è stata Daraa, al confine con la Giordania, ma le proteste si sono presto estese, fra l’altro, a Homs, Banias, Latakia, Samnin e Damasco;

secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, in tre mesi sono stati uccisi oltre 1.400 civili e circa 10.000 sono stati arrestati. Più di 10 mila siriani in fuga dalle violenze hanno trovato rifugio in Turchia. Altri 5.000 profughi sono accampati sul lato siriano del confine con la Turchia;

nei primi giorni della rivolta il presidente Bashar al Assad ha dichiarato: «si tratta solo di un piccolo malcontento che non giustifica un cambiamento politico». A tre mesi di distanza le richieste di cambiamento politico continuano a crescere e l’intero Paese è oramai caratterizzato da una situazione di vero e proprio conflitto civile, represso duramente anche con la tortura e l’assassinio di bambini, come documentato da diversi filmati e dalle testimonianze dei parenti delle vittime;

la repressione è guidata dalla famigerata quarta divisione corazzata agli ordini di Maher al Assad, fratello del Rais Bashar al Assad, dimostrando così che la famiglia Assad, il cui capostipite Hafez già nel 1982 aveva compiuto un massacro di 20.000 dissidenti nella città di Hama, continua sulla linea di una sanguinosa repressione dei dissidenti da parte di una minoranza etnico religiosa, attualmente sostenuta con forti mezzi dal regime iraniano;

Bashar al Assad ha consolidato anche il sostegno all’organizzazione terroristica di Hamas, riconosciuta come tale anche dall’Unione europea dal 2004, la cui presenza a Damasco consta del principale ufficio dell’organizzazione guidato da Khaled Mashal. Assad mantiene anche stretti rapporti con gli Hezbollah, organizzazione estremista islamica sciita, armata dall’Iran con l’aiuto siriano, che tiene oggi il Libano in uno stato di intimidazione tramite un Governo minoritario;

la Repubblica islamica dell’Iran osserva con attenzione quel che accade in Siria, offrendo appoggio alle forze del regime e alla repressione della rivolta nel Paese; secondo quanto riferiscono diverse testate giornalistiche e testimonianze, a guidare i poliziotti antisommossa nella città di Latakia ci sarebbero elementi che non vestono la divisa della polizia e che tra loro parlano in persiano; sono stati notati anche diversi elementi identificati come Hezbollah;

il 5 giugno 2011, nell’anniversario dell’inizio della guerra dei sei giorni, centinaia di siriani palestinesi hanno cercato ripetutamente di sfondare il confine tra Siria e Israele e fare irruzione attraverso la linea di frontiera lanciando pietre e ordigni incendiari. Secondo quanto emerso da fonti di intelligence, il regime di Damasco avrebbe offerto 1000 dollari a ogni rivoltoso disposto a recarsi al confine e a provocare la reazione dei soldati israeliani, di modo da distogliere l’attenzione mondiale dalle stragi perpetrate in Siria contro i manifestanti anti-governativi;

il 20 giugno 2011, il presidente Assad ha parlato per la terza volta dall’inizio delle agitazioni in Siria, accusando la rivoluzione popolare di essere «una cospirazione progettata all’estero e perpetrata all’interno del nostro Paese»;

nel mese di aprile 2011, tuttavia, il Rais aveva ammesso che «la distanza tra il Governo e la sua gente ha generato la rabbia popolare». C’è la «piena e assoluta convinzione nel processo di riforma perché rappresenta l’interesse nazionale», ha affermato anche Assad. «Il problema è quale riforma vogliamo e quali sono i suoi contenuti»;

appare evidente, dunque, per ammissione dello stesso Presidente Assad, che in Siria non si trattava e non si tratta di un malcontento marginale e che, al contrario, appaiono indispensabili cambiamenti politici fondamentali;

nel maggio 2011, l’Unione europea ha imposto sanzioni a 13 esponenti del regime siriano che prevedono il bando del visto d’ingresso all’interno dei Paesi dell’Unione europea e il congelamento dei beni posseduti sul territorio europeo;

il 22 giugno il Ministro degli esteri siriano, Walid al Muallim, a seguito dell’accordo raggiunto in sede di Unione europea per estendere la lista delle sanzioni nei confronti del regime siriano a tre iraniani accusati di fornire sostegno alla violenta repressione messa in atto dal governo di Damasco, ha dichiarato: «Cancelleremo l’Europa dalla nostra mappa geografica. Da ora in poi guarderemo ad est» e ha definito le sanzioni «un atto di guerra»;

il rischio che la Siria si trasformi, di fatto, in una fonte di instabilità gravissima per il Medio Oriente e per il mondo intero è molto serio. Soltanto una corretta politica di sanzioni e di condanne può bloccarne la deriva e fermare la strage e la violazione di tutti i diritti umani, che peraltro ha radici consolidate nella storia del regime alawita;

la Siria è rimasta soggetta ininterrottamente a uno stato di emergenza nazionale in vigore dal 1963 che, negli anni, è stato impiegato per reprimere e punire anche il pacifico dissenso;

militanti politici, difensori dei diritti umani, blogger, esponenti della minoranza curda e altre persone che avevano criticato il Governo o avevano attirato l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani sono stati sottoposti ad arresti arbitrari e spesso a detenzioni prolungate, oppure sono stati condannati a pene detentive al termine di processi iniqui davanti a tribunali altamente inadeguati; tra questi figuravano prigionieri di coscienza. Ad altri ex detenuti è stato altresì interdetto l’espatrio;

secondo il rapporto diritti umani del 2011 di Amnesty International, la tortura e altri maltrattamenti sono comunemente utilizzati contro i dissidenti, il sistema giudiziario funziona secondo evidenti scelte politiche, le morti sospette in custodia sono svariate e la pena di morte è prevista in un largo numero di casi. In due occasioni, il 18 dicembre 2008 e il 21 dicembre 2010, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la Siria ha votato contro la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali. In Siria le esecuzioni (almeno 17 nel 2010 secondo l’associazione Nessuno tocchi Caino) sono tenute assolutamente nascoste, le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali e gli stessi famigliari, quando vengono restituiti loro i corpi, non sanno se i loro cari sono morti sotto tortura o sono stati giustiziati;

le donne hanno continuato a veder loro negata la parità rispetto agli uomini in ambito legislativo, in particolare in riferimento alla legge sullo status personale in materia di matrimonio e di eredità e al codice penale, che prevede pene minori per l’omicidio e altri reati violenti commessi nei confronti di donne, in cui la difesa dell’«onore» della famiglia viene considerata un’attenuante;

la Siria è abitata da una maggioranza arabo-sunnita e da 74 gruppi etnici e religiosi, di cui alcuni vedono violati costantemente i propri diritti. I curdi, che comprendono il 10 per cento della popolazione e risiedono per lo più nel nord-est del Paese, continuano a subire discriminazioni; migliaia di essi sono risultati d’un tratto apolidi e pertanto privati della parità di accesso anche ai diritti socio-economici;

l’asse Damasco-Teheran, che si è consolidato e integrato sotto il profilo militare durante la guerra Iran-Iraq tra il 1980 e il 1988, oggi è saldamente presidiato e difeso dai «consiglieri» pasdaran, in quanto la possibile caduta del regime di Bashar el Assad costituirebbe un vulnus esiziale per la Repubblica islamica, che infatti definisce le manifestazioni in corso in Siria «un complotto dell’Occidente»;

nel febbraio 2011, a pochi giorni dalla caduta del regime di Mubarak in Egitto, due navi da guerra iraniane, dopo aver attraversato il canale di Suez per la prima volta dopo la rivoluzione islamica del 1979, hanno attraccato nel porto di Latakia in Siria. In seguito al loro arrivo, il 2 marzo 2011, Mahmoud Ahmadinejad e Bashar al Assad hanno firmato il protocollo che avvia i lavori, subito iniziati, per trasformare il porto di Latakia in una grande base militare per la marina iraniana, in grado di ospitare navi da guerra, sommergibili e batterie lanciamissili antinave e antiaeree;

le speranze della comunità internazionale, in primis degli Stati Uniti, sembrano ormai, anche nelle dichiarazioni del Sottosegretario di Stato Hillary Clinton, da ritenersi irrealistiche e irrealizzabili;

è di questi giorni un appello rivolto ai 15 componenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, firmato da 7 scrittori di fama internazionale, Bernard-Henri Levy, Amos Oz, David Grossman, Salman Rushdie, Umberto Eco, Orhan Pamuk e Wole Soyinka, che chiede di approvare una risoluzione di condanna della repressione in Siria come crimine contro l’umanità;

in questo quadro appare necessario un intervento diplomatico sistematico finalizzato a evitare che la questione siriana venga lasciata a se stessa,

impegna il Governo:

a operare affinché si crei, a livello internazionale, una pressione determinante nei confronti del Governo siriano volta a far cessare qualsiasi violenza nei confronti del popolo siriano e a garantire che siano compiute scelte politiche che rispecchino le sue richieste;

a promuovere l’estensione delle sanzioni contro il regime siriano di modo che la riprovazione del consesso internazionale assuma un carattere concreto;

a monitorare la posizione internazionale della Siria di modo che non possa compiere azioni di destabilizzazione regionale;

ad adoperarsi per impedire che la Siria introduca potenze e forze di sicurezza straniere sul suo territorio onde reprimere i manifestanti;

a esercitare pressioni, a livello europeo e internazionale, affinché una missione di inchiesta delle Nazioni Unite, già richiesta dall’Alto Commissario per i diritti umani, possa visitare la Siria e valutare la situazione umanitaria del Paese, nonché ad assumere iniziative perché il regime siriano garantisca l’accesso alla stampa internazionale;

a impegnarsi in sede di Nazioni Unite affinché il Consiglio di sicurezza si pronunci sulla crisi siriana;

ad operare affinché le autorità siriane rendano innanzitutto disponibili le informazioni rilevanti circa l’uso della pena di morte (numero di condanne a morte ed esecuzioni) e limitino progressivamente il ricorso alla pena di morte nella prospettiva della completa abolizione, come ribadito dalla risoluzione Onu per la moratoria della pena di morte approvata nel mese di dicembre 2010.

Il testo della mozione è frutto di parecchi compromessi, lessicali e non, ma alla fine è politicamente accettabile.

Con il suo intervento tutto filo-israeliano e anti-palestinese, Fiamma Nirenstein ha cercato di farmi passare la voglia di votarla, ma non c’è riuscita. Ora vediamo che cosa faranno i nostri governanti, tanto loquaci di fronte alle servili telecamere nostrane quanto silenti nelle più opportune sedi internazionali.

ANDREA SARUBBI*

*deputato del Partito Democratico

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