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TREMONTI VITTIMA DI SPIONAGGIO (?): «in caserma non mi sentivo più tranquillo». E dalla procura di Roma partono le indagini

luglio 30, 2011 di Redazione 

L’autodifesa del titolare dell’Economia innesca un effetto domino. La procura di Roma intende aprire un fascicolo processuale sulle affermazioni del ministro, nelle quali dichiarava di sentirsi «spiato, pedinato, controllato». Tremonti vittima di spionaggio? Su questo interrogativo gli inquirenti inizieranno a lavorare dall’inizio della prossima settimana. Nel frattempo però il dibattito politico non si fa attendere. Continuano i cori di protesta di coloro che vorrebbero un po’ più di senso delle istituzioni anche qui nel Bel Paese. Andrea Sarubbi, ricordando alcuni esempi svedesi, analoghi per quanto assai meno gravi, ne descrive le conseguenze. Ed in un sillogismo che parte dalla Scandinavia sembra pretendere molto di più dell’autodifesa del titolare di Via XX settembre. Sentiamo.Nella foto, il ministro Giulio Tremonti

di Andrea SARUBBI*

 

Mi dispiace essere poco originale, ma dopo aver letto l’autodifesa di Tremonti sui giornali non posso non pensare alle sue colleghe svedesi. Riassumo per i dieci italiani che ancora non conoscono la storia: nel 2006, il ministro Marie Cecilia Stegö Chilò, appena nominato alla Cultura, fu obbligato a dimettersi dopo dieci giorni. Aveva pagato la babysitter in nero – illecito già prescritto ai tempi, perché erano passati più di 5 anni – e non era in regola con il canone della tv. L’esponente del Partito moderato si dimise, pagò gli arretrati, dopodiché scrisse una lettera al ministero per rinunciare allo stipendio che le spettava per quei 10 giorni di incarico. Stessa sorte toccò alla sua collega Maria Borelius, nominata al Commercio estero, anche lei colpevole di aver pagato in nero la tata dei figli: provò a giustificarsi (“Ho quattro bambini e un’azienda, se avessi pagato i contributi alla babysitter avrei dovuto chiudere l’azienda”) e venne massacrata da tutti. Compreso il primo ministro, Reinfeldt, che nei giorni successivi la trattò come un paria: “Mi ha assicurato che considera sbagliato utilizzare servizi in nero e che non lo farà mai più. La interpreto come una rettifica”.

 

Rispetto alla Stegö, che non aveva nemmeno provato a giustificarsi, e alla Borelius, che l’aveva messa sull’indigenza, Tremonti ha adottato la strategia di zio Paperone: io vivo in un deposito blindato e normalmente mi faccio la doccia con i dollari, e se voglio – a differenza di Scajola, che si era accontentato di un appartamento con vista – io il Colosseo me lo compro tutto. Ergo, quei 4 mila euro al mese che versavo cash per l’affitto in nero sono bruscolini, che cosa volete che me ne freghi di una casa a Roma, eccetera eccetera. Tralascio i commenti sul cattivo gusto – anche se, lo confesso, manderei volentieri il ministro a spiegare questi stessi concetti alla pressa di Pomigliano, così ce lo infilano dentro – e mi concentro sul resto, perché mi ha fatto rabbrividire: se di mestiere non facesse il commercialista, e per hobby il ministro dell’Economia, Tremonti mi sembrerebbe un pastore Masai in gita turistica in Occidente. “Non era necessaria fattura”, scrive oggi al principale quotidiano in Italia, e infatti nessuno gliel’ha chiesta. Anzi: nelle locazioni non c’è neppure l’obbligo della ricevuta. Ma i rapporti tra privati cittadini normalmente si regolano tramite contratti, e questi contratti – quando hanno alla base un rapporto economico, di qualunque natura – vanno registrati. Era un subaffitto? Andava registrato. Era un comodato d’uso? Andava registrato lo stesso. La registrazione comporta, naturalmente, un bel po’ di tasse: quella di registro che pagano a metà entrambe le parti, ad esempio, è pari al 2% dell’importo della locazione, e sui 75 mila euro cash che Milanese dichiara di aver ricevuto da Tremonti equivale a 1500 euro (almeno 13 abbonamenti alla Rai, almeno 4 mesi di contributi alla babysitter). Ma il grosso sono le altre imposte, a carico del locatore: tra Irpef, addizionale regionale e comunale, infatti, si arriva intorno al 50%, e non ci allontaniamo dalla realtà se diciamo che la mancata registrazione di questo affitto ha tolto alle casse dello Stato circa 40 mila euro. Se il contratto fosse stato regolare, per incassare mille euro al mese Milanese avrebbe dovuto chiederne a Tremonti quasi duemila: è evidente, dunque, che anche il ministro ci ha guadagnato un bel po’. E se pure così non fosse, perché Milanese è di mestiere un benefattore, in qualsiasi Paese civile sarebbe comunque impensabile che un ministro dell’Economia aiuti qualcuno ad evadere le tasse, tanto più se nel frattempo le ha aumentate a quelli che le pagano davvero. Ma Tremonti, dicevamo, fa finta di passare in via XX settembre per caso, fingendo pure di non sapere la differenza tra un pagamento in contanti e uno che lascia tracce: è grave, per il capo di un ministero che sta lanciando lo spesometro proprio per risalire ai ricavi di un contribuente partendo dalle spese effettuate; è grave, considerando che da quest’anno tutti i titolari di partita Iva (che siano professionisti o proprietari di negozi) devono comunicare all’agenzia delle Entrate il codice fiscale di qualsiasi cliente che abbia speso più di 3600 euro; è grave, pensando che – se al posto delle mazzette di banconote ci fossero stati bonifici bancari – anche l’ultimo stagista delle Entrate avrebbe ripreso a tassazione questi versamenti sul conto di Milanese come redditi fondiari da locazione. Il comportamento doloso di Tremonti è dunque piuttosto evidente, ma ipotizziamo di credergli: ha sbagliato in buona fede, perché lui di queste cose – contratti, partite Iva, tasse, contributi, addizionali, imposte di registro – non ci ha mai capito un tubo.

 

Noi lo sapevamo anche prima, ma ora che si è costituito davanti all’Italia intera può finalmente dimettersi.

 

ANDREA SARUBBI*

*deputato del Partito Democratico

 

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