Top

***Il commento*** IL RICHIAMO DELLA FORESTA di Andrea Sarubbi

luglio 27, 2011 di Redazione 

La legge contro l’omofobia si arena alla Camera. Martedì sera infatti i 293 sì fanno passare le pregiudiziali di costituzionalità, presentate da Udc, Pdl e Lega, sullo scomodo decreto. Non si fa troppo rumore, se ne parla sottovoce e nessuno sembra essere troppo sorpreso dall’esito della votazione. Con questo governo sarebbe mai potuta passare una simile legge? Si sarebbe mai potuta vincere in Italia una simile battaglia di civiltà? Evidentemente no. Non si è potuto. L’unica cosa che ci resta è lo spartiacque sempre più nitido della polarizzazione dell’arena politica italiana, e forse anche della società civile, che su una battaglia, che dovrebbe essere di tutti, tace. Intanto, le alleanze si ridisegnano sul fragile scacchiere nostrano e fra incoerenza e incompetenza, il nostro Andrea Sarubbi, ci racconta come la legge sull’omofobia sia «crollata al quarto round».

Nella foto, Andrea Sarubbi*

di Andrea SARUBBI*


Come un pugile suonato dai ganci del suo avversario, la legge sull’omofobia è crollata al quarto round. Aveva resistito al suo ridimensionamento in Commissione, al primo stop in Aula e alla bocciatura del nuovo testo in Commissione – con conseguente dimissioni della relatrice, la nostra Paola Concia – ma oggi è capitolata definitivamente, stretta all’angolo dalla gang dei benpensanti: i soliti noti della Lega, il Pdl guidato dalla corrente di Alemanno, i fidati Responsabili e le guardie svizzere dell’Udc. Alemanno e Bossi non andavano così d’accordo dai tempi della mangiata collettiva in piazza Montecitorio, con menù a base di polenta e porchetta: sui grandi valori, alla fine, ci si ritrova sempre.

Certo, se parli uno ad uno con i colleghi del Pdl ne scopri parecchi in dissenso dal gruppo. Ma il guaio è che nessuno di questi ha avuto il coraggio di votare contro la linea del proprio partito: neppure il ministro delle Pari opportunità, che lo aveva annunciato pubblicamente ma che poi, al momento di schiacciare il pulsante, si è fermata su quello bianco dell’astensione. Per la cronaca, era la stessa che condannava il sindaco di Sulmona, che incontrava le delegazioni lgbt e che solo 8 giorni fa dichiarava testualmente, in un’intervista radiofonica: “C’è grande bisogno della legge contro l’omofobia. Mi auguro che la prossima settimana, quando se ne discuterà alla Camera, si riesca finalmente a approvarla”. Che

Mara Carfagna fosse in buona fede o meno, a questo punto, mi interessa poco: la realtà è che il Centrodestra ha tentato fino all’ultimo momento di giocare tutte le parti in commedia – pensiamo all’efficace campagna di spot televisivi sul “non importa” – ma poi, arrivati al dunque, il richiamo della foresta ha avuto la meglio sui tentativi di civilizzarsi un po’. E gli ex compagni di avventura finiani, che a differenza del Pdl hanno votato con noi, non hanno mancato di sottolinearlo:

FLAVIA PERINA. Signor Presidente, cari colleghi, ad oltre mille giorni dall’approdo in Aula del primo provvedimento contro l’omofobia, torniamo qui a discuterne immagino per l’ultima volta. L’approvazione della pregiudiziale di costituzionalità, infatti, metterà una pietra tombale su tale tema e sancirà una volta per tutte che questo Parlamento può essere prodigo di solidarietà verbale per le vittime dell’omofobia, ma non può e non vuole indicare con chiarezza alla società italiana sanzioni specifiche per la violenza omofoba. L’aspetto per me più sorprendente è l’ostinazione con cui la maggioranza in quest’Aula ha fatto muro contro ogni tipo di formulazione di norme contro l’omofobia, pur teorizzandone in tante occasioni la necessità e l’importanza. Penso alle aperture dei Ministri Alfano e Carfagna dopo l’appello del Presidente Napolitano. Sarebbe stato più onesto pronunciare un deciso «non possumus» ed evitare la perdita di tempo delle infinite riscritture e riproposizioni.

Tra le scuse giuridiche più singolari addotte per giustificare la presunta incostituzionalità del testo, la migliore per distacco è quella della privacy, che fa vincere al Pdl l’oro nella specialità olimpica dell’arrampicata sugli specchi:

GAETANO PECORELLA. Ci sono sicuramente altre forme di discriminazione che non sono meno gravi e che non sono tenute in considerazione, non meno gravi e riprovevoli di quelle contenute nell’aggravante al nostro esame; si pensi ai reati commessi in ragione delle condizioni di handicap o di malattia della persona offesa, o della sua età o delle sue convinzioni politiche. Ma per un altro profilo l’aggravante entra in collisione con i principi costituzionali: mi riferisco al diritto alla privacy. In materia sessuale il nostro codice, benché sia del 1930, ha tenuto particolarmente conto della tutela della vittima di abusi sessuali, prevedendo la querela così da lasciare a lei – cioè alla vittima – la valutazione se esporsi alla curiosità del pubblico o se preferire non procedere in sede penale. L’aggravante viceversa imporrebbe oggi che la condizione sessuale di un dato individuo divenga comunque oggetto di un accertamento pubblico e giudiziario. Credo che, anche da questo punto di vista, la norma, così com’è stata scritta, e cioè non collegando ad alcuna possibilità per la vittima di scegliere il silenzio piuttosto che non l’esposizione al pubblico, determini una violazione della privacy.

Dopo l’approvazione di questa pregiudiziale di costituzionalità, che è arrivata a bloccare un testo già abbastanza annacquato, il discorso per l’attuale legislatura è definitivamente chiuso: un motivo in più per andare a votare e cambiare gli inquilini del Parlamento.

 

ANDREA SARUBBI*

*deputato del Partito Democratico

 

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom