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La “guida allegra” dei nostri fratelli greci Il rischio (ora) di attacco a debiti sovrani Pure humus politico della strage di Utoya I tentennamenti nella ripresa economica C’è 1 sola causa-risposta a tutto questo Nei giorni più “neri” dell’Europa dal 1945 è (adesso!) il momento dell’unità politica

luglio 25, 2011 di Redazione 

Al giornale della politica italiana ha colpito un aspetto, in particolare, dell’ideologia (o sarebbe meglio dire della psicologia) dell’autore delle atrocità di Oslo. Il continuo richiamo al proprio essere europeo. Immaginate un giovane che avesse avuto la stessa “sensibilità” (si fa veramente per dire) politica di Breivik non diciamo negli anni dei totalitarismi – ovviamente – quando chi avesse parlato di unità europea sarebbe stato scambiato per un pazzo o per un dispensatore di barzellette, ma anche solo venti, trenta anni più tardi. “Europa” non sarebbe (ovviamente) mai stato il punto di partenza. E in qualche caso (non troppo) estremo avremmo forse assistito a rigurgiti di nazionalismo anti-europeo, se non (da questo punto di vista) “peggio”. Non è (infatti) un “qualunque” cittadino europeo, quello che ha compiuto la strage norvegese, ma qualcuno (teoricamente) ”contrario” (appunto) agli stessi valori fondanti dell’Europa – che un tempo si decinavano nel rapporto, sempre più stretto, con i (rispettivi) ”vicini” europei. Ciò rappresenta (e lo diciamo in parte paradossalmente) il (primo) successo dell’Europa. E ci dice che ce la possiamo fare anche al di fuori dei nostri confini. A patto che il lavoro, meticoloso e paziente, di tessitura culturale non venga ora non tanto disperso – appare difficile, almeno nel breve periodo, “tornare indietro”, anche proprio per ciò che stiamo indicando – ma massimizzato-coronato. E’ naturalmente paradossale sostenere che il multiculturalismo sia la causa della uccisione dei 92 ragazzi norvegesi, e l’assassino di Oslo, come tutta l’ultradestra, avrebbe comunque trovato un “nemico” da perseguitare – o, come in questo caso, un amico non abbastanza “zelante” su cui “sfogarsi”, e perdonateci per la grevità dell’espressione – anche in un’Europa profondamente identitaria e monoliticamente cristiana; e tuttavia sarebbe politicamente poco lungimirante trascurare l’evidenza di un substrato politico, che riscontriamo nel senso di smarrimento, o di rabbia, di persone che, nel bene e nel male, si sentono cittadini europei e non trovano nelle istituzioni del vecchio continente una sintesi, un punto di riferimento, una guida a questo loro sentire (comune). Il punto non è (tanto) multiculturalismo sì, multiculturalismo no, ma di (ri)cominciare a discuterne (di identità europea); e chi dovrebbe/ potrebbe farlo ”più” efficacemente di quanto sia avenuto finora è, naturalmente, l’Europa unita - che però, appunto, non esiste (ancora). Se guardiamo alle fibrillazioni dei mercati, scopriamo che il punto di debolezza è lo stesso: un’Europa che non avesse tentennato tanto nel (/prima di, e non l’ha ancora fatto) compiere il passo conclusivo verso la propria unità (politica), avrebbe oggi tre volte la propria forza: una volta perché il disastro greco e in parte – anche se quest’ultimo ha una storia più lunga – quello italiano sarebbero stati contenuti, quando non evitati; una (seconda) volta perché l’Europa avrebbe risposto, e prima ancora sarebbe arrivata, alla crisi con un’economia (molto) più forte in quanto frutto dell’unione – o almeno, ancora, della ”convergenza” - della contaminazione e della programmazione (di lungo periodo!) unitaria delle sue attuali economie; e, infine, perché ci sarebbe arrivata con una consapevolezza, e una autorevolezza maggiore della propria identità, del proprio ruolo, della propria missione. Per non parlare della guida politica “unica”. Insomma, proprio di fronte alla morte (possibile), l’Europa capisce, come George Bailey ne La vita è meravigliosa, di essere indispensabile. Prima la facciamo, meglio è per tutti.

La vignetta è di theHand

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