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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Redford, è Mankiewicz in versione liberal

luglio 10, 2011 di Redazione 

Solo due stelle di Ulivieri a The Conspirator del “capo” del Sundance che riprende e innesta la grande tradizione americana del genere processuale-bellico/politico (legato ancora una volta alla guerra civile tra nordisti e sudisti) con la “verbosità” (in positivo, brillante e “filosofica”, qui meno riuscita) del cinema del regista di Eva contro Eva, “colorandola” della sensibilità democratica della “sinistra” Usa. Un film nel quale, scrive uno dei nostri due critici, proprio i dialoghi, che dovrebbero rappresentarne la spina dorsale – come in Mankiewicz – prendendosi gran parte del tempo, si mostrano inadeguati. E’ grande cinema ogni domenica su il Politico.it. Il cinema (e il giornale) di Attilio Palmieri, tra i più brillanti giovani studiosi italiani, e firma (anche) de Gli Spietati, una tra le più prestigiose e seguite riviste specializzate. E di Fabrizio Ulivieri, con la sua recensione domenicale. The Conspirator, dunque. di FABRIZIO ULIVIERI

Nella foto, Robert Redford

The Conspirator

REGIA: Robert Redford

ATTORI: James McAvoy, Robin Wright Penn, Kevin Kline, Evan Rachel Wood, Justin Long

GENERE: Drammatico

DURATA: 122 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Un campo di battaglia pieno di morti e feriti. Sotto un dosso un coraggioso capitano nordista (siamo infatti nel periodo della Guerra Civile americana, fra nord e sud) gravemente ferito parla (intrattiene) un commilitone anche lui presumibilmente ferito gravemente.

Arrivano i barellieri e il loquace capitano si dimostra anche generoso concedendo al commilitone di essere soccorso per primo…

Dai campi di battaglia si passa ai salotti, dove i reduci fanno da attrazione per dame assetate di storie e di matrimonio e i politici sono attratti a incontrarsi “come le mosche dalla merda” (tanto per citare una frase dal film).

In uno di questi salotti, si consumano le vicende politiche dell’epoca ed anche il peggior crimine che fino ad allora sia stato consumato negli Stati Uniti: l’assassinio del presidente Lincoln.

Il giovane capitano; Frederick Aiken, guarito dalle ferite e avvocato ora in tempo di pace, viene forzato ad assumere la difesa, davanti a un tribunale militare, di Mary Surratt, una donna accusata di complicità nell’assassinio di Abramo Lincoln. Mary Surratt è infatti la proprietaria di una pensione in cui si riunivano i cospiratori, e il di lei figlio è infatti uno di loro.

Aiken, convinto all’inizio della colpevolezza della donna e dunque poco propenso a difenderla, tuttavia nello svolgersi del processo capisce uno dei diritti fondamentali della costituzione dei Padri della Costituzione: nessuno è colpevole prima di essere giudicato. Cosa che invece sembra aver dimenticato il pubblico ministero. Per questo vi si appassiona e si cala completamente in questo ruolo: lui che è stato difensore per 4 anni dei diritti dell’uomo sui campi di battaglia, sarà ora difensore dei diritti civili in un’aula di tribunale.

Iniziano con il processo i grandi discorsi sulla democrazia e sui diritti dei cittadini garantiti dalla costituzione, che però ancora una volta, oggi (vedi la brutta figura della giustizia americana con il caso Strauss–Kahn), sembrano solo favole hollywoodiane [non per nulla questo è un film di Robert Redford; non per nulla i valori alla base e la struttura della storia ricordano “I tre giorni del Condor” (1975) e “Tutti gli uomini del presidente” (1976) di cui lui è stato interprete].

Il film si snoda né troppo veloce né troppo avvincente, fra ambienti ricostruiti, in modo molto cartonato, alla Cinecittà dei tempi di Ben Hur, tanto per intendersi.

Naturalmente il film si sarebbe dovuto giocare sull’abilità dei dialoghi che oppongono le motivazioni costituzionali dell’avvocato difensore e il modo prevaricatore di ogni diritto civile da parte del pubblico ministero, che sarebbe stato l’elemento che avrebbe dovuto tenere su tutta la storia e renderla avvincente, senza però riuscirci, a nostro avviso.

Uno dei pochi meriti del film è, eventualmente, di farci riflettere sulla debolezza delle democrazie che, mutatis mutandis, sono un po’ come l’antidoping: sempre in ritardo rispetto alla verità dei tempi, ma tuttavia perfettibili.

Voto: 2 stelle.

FABRIZIO ULIVIERI

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