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L’editoriale. Se noi fossimo un Paese serio…! di Franco Laratta

luglio 6, 2011 di Redazione 

Ma in realtà lo siamo. Un Paese se- rio capace di risorgere dall’azze- ramento totale della guerra e di arrivare ad essere la quinta economia del mondo. Un Paese che negli anni sessanta era alla testa dell’umanità nel settore su cui oggi si (ri)costruisce la (nuova) civiltà: l’informatica. Il Paese di Adriano Olivetti – ma non solo – è un Paese serio. Talmente serio da arrivare così lontano da potersi permettere, a quel punto, di banchettare. Ma… no. (Invece) chi si ferma è perduto. Vale per le persone ma anche per le nazioni. (Ma) fu un peccato di gioventù, un passo falso dovuto all’immaturità (ma ampiamente “giustificata”, appunto, dalla giovane età: avevamo fatto tutto ciò in trent’anni!), quello di pensare di avercela fatta e di cominciare a prendercela comoda – in tutti i sensi. Quando l’Italia, e non ci vorrà molto, sarà di nuovo sulla corsia di sorpasso del mondo, dovrà ricordarsene: e non fermarsi più. quando riavremo tutto quello, e molto altro – insieme al resto dell’umanità - dovremo guardare con distacco ai nostri successi e continuare, sulla strada di uno sviluppo (in senso ampio) duraturo. Intanto paghiamo lo scotto dell’errore di gioventù dei nostri “padri(gni)”: anzi, ormai, quasi, i nostri nonni. La generazione dei “nipoti”, di Bettino Craxi – a cominciare dalla generazione dei nati dopo il 1980. Tra l’altro, appunto - farà quello che i figli, diseducati dai padri, non hanno saputo fare. I punti di partenza sono tutti nel sentito editoriale del deputato del Pd, che commuove con questo atto d’amore nei confronti dell’Italia, “regalato” al giornale della politica italiana. di FRANCO LARATTA*

Nel disegno, il “sogno” di Laratta

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di FRANCO LARATTA*

Aboliamo le province.

Dimezziamo il numero dei parlamentari.

Chiudiamo le Comunità Montane.

Aggiungiamo le città metropolitane.

Facciamo Roma-Capitale.

‘Eleggiamo’ il presidente del Consiglio.

Legiferiamo solo con decreti legge.

Poniamo sempre la fiducia.

Abroghiamo il ‘mattarellum’.

Inventiamo il ‘porcellum’.

Proponiamo un referendum per la nuova legge elettorale.

Sottoponiamo a giudizio popolare temi complessi come l’acqua pubblica.

Mandiamo in parlamento condannati per mafia.

C’è un premier con un gigantesco conflitto d’interesse.

Non abbiamo una legge che regoli il conflitto di interessi.

Ci sono due camere. Ma anche centinaia di organismi inutili.

La corruzione avanza ovunque.

La ndrangheta ha conquistato il nord.

Se fossimo un Paese serio, governato da persone serie, faremmo una cosa dannatamente seria: a questo punto aggiorneremmo la Costituzione, cambieremmo radicalmente l’ architettura istituzionale del Paese, elimineremmo enti, organi, fondazioni, associazioni del tutto inutili.

Se fossimo un Paese serio non perderemmo altro tempo: faremmo subito eleggere dal corpo elettorale un’Assemblea costituente composta da 100 parlamentari, giuristi, costituzionalisti ed esperti, chiamata a reinventarsi in pochi mesi le nuove Istituzioni democratiche, a semplificare gli apparati a tutti i livelli, ad operare una cura dimagrante delle troppe leggi, a riorganizzare gli enti locali, a porre fine al bicameralismo perfetto, a dare vita ad un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato, a rivedere l’impianto della magistratura al fine di renderla più efficiente e rapida. Il tutto con l’obiettivo fondamentale di dare vita ad una profonda modernizzazione del Paese, adenguandolo ai tempi e alle mutate esigenze economiche e culturali dei cittadini.

L’Italia è invecchiata. Le sue istituzioni sono per lo più arretrate. Il nostro è un Paese vecchio che mal sopporta il cambiamento, che isola le nuove generazioni, che è gestito, diretto, governato -come se fossimo ancora negli anni ’70- dallo stesso gruppo dirigente di allora.

Ma nel frattempo il mondo è cambiato. La modernizzazione tecnologica ed il crescente utilizzo dell’informatica, hanno reso pesante quel modello di Stato e di società che i padri costituenti avevano previsto e organizzato. Le scoperte tecnologiche e scientifiche e la rivoluzione della rete hanno radicalmente cambiato la società negli ultimi 20 anni: oggi le rivoluzioni si fanno grazie ad internet e facebook, in America è stato eletto un presidente di colore, si sono svegliati i giganti asiatici, è morta la prima Repubblica in Italia, il comunismo è finito e il nord africa e medioriente sono in rivolta, sono finalmente pronte le energie rinnovabili.

Ma in Italia la transizione è sempre più infinita. Molte cose sono le stesse della Prima Repubblica, mentre la seconda è morta sul nascere e la terza deve essere ancora inventata, il Paese è ostaggio di una maggioranza di destra che è illiberale, la politica tarda a rinnovarsi, incurante degli indignados che avanzano nelle coscienze popolari di mezzo mondo.

Detto questo, occorre ripensare il Paese, la sua Costituzione, i suoi Poteri, la politica, le Istituzioni.

Non bastano più le toppe che qua e là vengono messe ad un impianto ormai consumato. Puoi anche chiudere le province ed eliminare le Comunità Montane, puoi pure tagliare il numero dei parlamentari e portarli a pane ed acqua. Ma così non si ottiene praticamente nulla. Occorre di più, molto di più. Occorre, dicevamo, un’Assemblea costituente per riscrivere le regole e per cambiare radicalmente il sistema politico-istituzionale nato negli anni ’50. Un Paese moderno ha bisogno di istituzioni e regole adeguate ai tempi, ha bisogno di rigore e austerità, ha bisogno di una classe dirigente figlia di nostri tempi.

Se fossimo un Paese serio non esiteremmo ancora. Proprio ora che una drammatica crisi finanziaria mette in ginocchio l’Europa e minaccia il nostro Paese come fosse una Grecia qualsiasi, proprio ora che ci sarebbe bisogno di coraggiosissime scelte economiche, di tagli consistentissimi a sprechi ed enti inutili, dell’abbattimento dei costi degli apparati, di una durissima battaglia all’evasione fiscale (basterebbe la tracciabilità dei pagamenti al di sopra dei 100 euro per chiudere la partita!) e alla corruzione nella Pubblica amministrazione (che ci costa 60 miliardi all’anno!), di mettere mano ai 500 miliardi di fondi depositati all’estero.

Proprio ora servirebbe una classe dirigente illuminata, forse meglio: responsabile. Consapevole che in queste condizioni non si va da nessuna parte, mentre alle nuove generazioni è stato rubato il futuro.

Ora, non fra un anno o peggio ancora due-tre, il Paese avrebbe bisogno di reinventarsi, di riscoprirsi più efficiente, moderno, trasparente, austero.

Se il nostro fosse un Paese serio molte cose sarebbe già cambiate.

FRANCO LARATTA*

*Deputato del Partito Democratico

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