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Matteo (Ricci): ricambio. Quando il nome è un programma Bartolazzi

luglio 5, 2011 di Redazione 

37 anni, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, una lunga tra- fila nel Pd, ma, soprattutto, prima, nei Democratici di sinistra. Uno di quelli cresciuti nel partito e nelle amministrazioni. Quelli che Bersani cita ad esempio (di come dovrebbero essere i giovani – che possono ambire a prendere il posto dei “vecchi”). Perché hanno esperienza. Ma, soprattutto, perché sono allineati e fedeli. E aspettano di essere cooptati. Ma… no. Adesso non più. Matteo Ricci parla (infatti) di “rinnovamento della classe dirigente del centrosinistra. Ora, è necessario”. Per un fronte che si spezza – quello dei (possibili) patrocinati – ce n’è uno che si ricompatta: quello dei giovani. A parte poche eccezioni, tutti si ritrovano nel chiedere il rinnovamento. Alcuni, per sé, certo. Nel senso che quella è la cosa che hanno a cuore. Ma altri per il partito. Ovvero per il Paese. Perché capiscono tutti, ormai, che c’è bisogno dei “figli di questo tempo”. Persone che vivano sulla propria pelle le esigenze di questo tempo; persone che, avendo un futuro, hanno anche voglia di costruirlo. Il proprio. Per alcuni. Sì. Ma soprattutto quello dell’Italia. Questo è il criterio attraverso cui non – attenzione – essere scelti. Ma scegliersi. Qualcuno propone altri criteri. Di certo c’è una cosa sola: il vostro (dei Bersani, dei D’Alema, dei Veltroni; dei Fioroni, dei Franceschini, e così via) tempo è finito; avete dato ciò che era possibile alla nostra politica e alla nazione. Il giornale della politica italiana ha sempre riconosciuto che non è stato poco. Il Pd. Il PdL – con tutti i suoi limiti (attuali: appunto). Il bipolarismo. Ma adesso avete esaurito la vostra spinta. Tocca ad altri. Matteo Ricci docet. Non più solo Renzi. Sempre Matteo. Appunto. 
di MARIANNA BARTOLAZZI

Nella foto, Matteo Ricci

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di MARIANNA BARTOLAZZI

Dalle pagine del Resto del Carlino emerge un altro rottamatore. Matteo Renzi? No. Matteo Ricci. 37 anni, Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino. Il ragazzo afferma candidamente che “c’è bisogno di rinnovamento nella classe dirigente (del centrosinistra)”. Ops.

Perchè stavolta non stiamo parlando di un 30enne ribelle, che si è imposto con le primarie nella città più veterocomunista del Paese, che proviene dalle fila della Margherita, e che si fa spazio a forza di sfrontatezza e battute caustiche (oltreché di buona amministrazione, mi verrebbe da aggiungere). Certo, la Provincia di Pesaro e Urbino vanta una solida tradizione di sinistra, e anche una storia di buona amministrazione. Ma Matteo Ricci non è mai stato un pasdaran del nuovismo, quanto più un ottimo quadro di partito, cresciuto a pane e Democratici di Sinistra, che ha scalato tutte le posizioni di dirigenza nel Pd marchigiano e successivamente, solo successivamente è giunto alla gestione amministrativa.

Cosa succede, quindi? Impazzimento? Arrivismo? Fretta di emergere?

Mi rimangio immediatamente l’ultima ipotesi: in un qualunque altro paese, se un 37 enne avesse “fretta di emergere”, gli verrebbe detto che si è svegliato tardi.

Eppure qui tutto è possibile. A 40 anni si può essere visti come rompiscatole che non sanno stare al proprio posto.

Ma in fondo cosa chiede Matteo Ricci? Cosa chiediamo, e siamo sempre di più, al Pd, ma che dico, all’intero centrosinistra?

Un po’ di buon senso. E di coerenza.

Buon senso: perchè non è più accettabile, e non è neanche comprensibile, che nell’Italia dei referendum e della rivincita di Milano e Napoli, si possa prendere a pretesto una legge elettorale vergognosa, per continuare a mantenere in Parlamento elementi impreparati, poco produttivi, e che non hanno alcun legame coi cittadini. A chi propone le primarie tra i parlamentari, anche in presenza di Porcellum, viene risposto: “Ehm… ma poi bisogna tener conto delle teste di lista, la dirigenza nazionale va tutelata…”.

Perchè? Perchè va tutelata? Da cosa va tutelata? Va tutelata dal confronto con gli elettori? Va tutelata da una sana competizione in cui viene offerta l’opportunità di mettere in campo le proprie capacità e di essere valutati in base a queste? Va tutelata dalla dirompente voglia nel Pd di mettere fine ad un sistema di cooptazione che non funziona solo per correnti, ma anche per livello di compiacenza, livello (basso) di istruzione, livello di inutilità?

Non amo essere generica. Ovvio che non tutti i nostri parlamentari siano così, ovvio che la maggioranza di loro sia preparata e all’altezza del ruolo. Tanto quanto è ovvio che proprio quelli preparati e all’altezza del ruolo dovrebbero essere i primi a pretendere una selezione più curata e giusta.

Coerenza: basta con gli slogan sulla giustizia sociale e il progressismo. Basta con gli inneggiamenti alla sacralità del lavoro retribuito e garantito. Mi macchio di populismo se affermo che una buona parte dei “lavoratori della politica”, negli uffici dei partiti, negli uffici dei parlamentari, nelle partecipate, sono i primi lavoratori precari? Contratti co.co.pro. a vita, no contributi, 700, a volte 1000 euro al mese.

Eppure sono all’ombra della nostra macchina organizzativa. Nessuno ne parla, nessuno lo dice. Come se questa categoria dovesse sempre ringraziare delle briciole, come se essere un tecnico o un professionista in campo politico fosse un peccato da nascondere. E il silenzio persiste, anche quando accade che, se smentisci il referente politico, ti ritrovi senza lavoro, o con lo stipendio dimezzato. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, secondo me Matteo ha ragione. In fondo, chiede solo che si abbia buon senso e che si mostri coerenza. Sarà un problema di nome? Allora da oggi chiamate Matteo anche me…

MARIANNA BARTOLAZZI

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