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Tav, ora necessaria per (stare in) Europa (Sia) fatta senza far “ammalare” i cittadini Ma (non) è giusto modello di sviluppo (?)

luglio 4, 2011 di Redazione 

In gioco non c’è la possibilità di portare più “velocemente una mozzarella ad Amsterdam”, come arringò populisticamente Grillo. E nemmeno (semplicemente) di far arrivare un treno “venti minuti prima” a Parigi. Si tratta di restare, con il nostro settentrione – e si pone il problema, semmai, di come agganciare a tutto questo il mezzogiorno – sull’”autostrada” sulla quale si svolgono i traffici nel Vecchio continente e, soprattutto, dall’Europa da e verso l’est. Dire no alla Tav significherebbe ritrovarsi, con tutto il nostro Paese, nella condizione nella quale (anche, oltre al problema della criminalità) si trova oggi il nostro sud: ovvero a non avere logisticamente, e (quindi) a non poter giocare come attore, un ruolo nel sistema di relazioni industriali e commerciali del mondo. La questione non è (dunque) “sì Tav”/”no Tav”: la Tav di per sé rappresenta una conseguenza della premessa dell’attuale modello di sviluppo che non può essere messo in discussione azzoppandolo, ovvero facendo sì che la Tav, da noi, nel nord-ovest, non si faccia e che, insomma, l’attuale modello di sviluppo resti, ma, oltre a non essere stato superato, nemmeno sia più adeguatamente funzionante. Come direbbero a Genova, si rischia, in questo modo, di non avere né la botte piena né il marito ubriaco. Perché è illusoria la prospettiva di ribaltare il capitalismo non mettendolo in discussione programmaticamente – e dunque fornendo un’alternativa credibile fondata su di un pensiero forte – ma, appunto, tentando di azzopparlo, cercando di impedire che l’attuale governo – e in generale la tendenza maggioritaria nella nostra politica – realizzi i propri piani, senza “cambiarglieli”. Cosa che non avverrebbe – e l’ipotesi che segue è irrealistica, proprio perché l’opposizione è messa in campo nell’unico, ma inadeguato, modo possibile – se non si riuscisse a fare la Tav per le resistenze dei cittadini. Ciò a cui semmai le proteste servono è a far capire ciò che ci indica il professor Ulivieri su Fb: “I fatti di Val di Susa denotano l’incapacità delle democrazie occidentali di ascoltare i veri bisogni della gente, l’essere incapaci di rappresentare le vere istanze della gente. La frattura è sempre più grande fra politici che non rappresentano e i non rappresentati”. Non (tanto, in sé) Tav sì o Tav no, ma semmai quale (altro) futuro per il nostro Paese e per l’Europa e il mondo. Solo che (appunto) ciò non si definisce boicottando il modello di sviluppo, ma – anche a partire però come appunto in questo caso dalla protesta – mettendo in campo (altro) pensiero forte. La rivoluzione culturale che rifaccia della cultura il nostro ossigeno, e il criterio della sostenibilità delle scelte – stop al consumo di territorio: e, certo, (non solo) in questo la Tav non va nella direzione auspicata; energie rinnovabili – sono la base da cui (ri)partire. il Politico.it ha già fatto, e farà la propria parte nella definizione di ciò che verrà dopo. Gad, ora, sulle violenze nelle proteste. di GAD LERNER

Nella foto, Gad Lerner

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di GAD LERNER

Sono parassiti di un movimento popolare. I manipoli violenti che si sono staccati dalla grande manifestazione odierna in Val di Susa, eludendo il suo servizio d’ordine e scatenando la guerriglia, sono la maledizione che purtroppo si accanisce con puntuale sistematicità sulla mobilitazione democratica e sulle istanze della popolazione locale. La forza di un movimento di protesta dal basso si misura anche sull’efficacia con cui esso riesce a contenere e espellere questi suoi parassiti. Pena finire ostaggio delle loro mire strumentali. Purtroppo i No-Tav non sono stati capaci di imporre il punto di vista maggioritario sulle forme di lotta. E ne pagheranno il prezzo.

GAD LERNER

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