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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Petrucciani rompe tutti i nostri pregiudizi Bellezza si cela dietro mostruosità (fisica) Ulivieri: oggi do *** a questo Body & Soul

giugno 26, 2011 di Redazione 

Documentario di Michael Radford sulla vita del grande pianista jazz morto a 37 anni per gli effetti prolungati di una malattia genetica che ne ha reso le ossa fragilissime, costringendolo ad un’esistenza (anche) di dolore (continuo), e nel corpo di una persona alta solo 91 centimetri. Sciocchezze o meglio elementi necessari alla vita eccezionale (nel senso letterale di “fuori dalla norma”) di quest’uomo che trova nei vizi un palliativo alle sofferenze e la linfa vitale per generare la propria musica. Un paradosso (per i canoni dell’italiano – e non solo – medio e per quanto tramandatoci e ossessivamente reiteratoci dalla religione) ben rappresentato dalle chiarificatrici parole del figlio, che si chiede perché un essere abnorme come il padre abbia deciso di averlo. Appunto. E’ il giorno del cinema sul giornale della politica italiana. Cinema che ci aiuta a recuperare quel respiro etico e filosofico necessario alla (ri)generazione del domani. E lo fa con tutti gli strumenti al loro posto, su il Politico.it. Il giornale di Attilio Palmieri&Fabrizio Ulivieri. Come per la politica, il miglior cinema è qui. di FABRIZIO ULIVIERI

Nella foto, Michel Petrucciani

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Michel Petrucciani – Body & Soul

Un film di Michael Radford, con Michel Petrucciani

GENERE: Documentario

PRODUZIONE: Francia, Germania, Italia 2011

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di FABRIZIO ULIVIERI

Dov’è Dio? – mi sono domandato vedendo questo film, perché Petrucciani è la vittoria dell’Uomo sulla malattia, senza l’aiuto di Dio. La vittoria sulla malattia attraverso i vizi e gli eccessi. La menzogna, l’arroganza, l’egoismo e la volontà di vivere senza perdere un secondo, nemmeno facendoselo rubare dal dolore di un corpo che continuamente si rompe per una malattia congenita sin dalla nascita: l’osteogenesi, che gli ha regalato ossa fragili come il vetro.

Quest’uomo aveva paura di morire e lo diceva, e per questo aveva fretta. Sapeva di avere poco tempo per fare quello che voleva. Il suo scopo era la musica e la musica è stata la guida della sua vita, fino alla morte.

Michel amava ridere, scherzare, raccontare balle. Amava la stupidità, perché come la musica gli riempiva la vita e dimenticava il dolore.

Tutto accadeva in corpo di 99 centimetri, ogni giorno rotto dal dolore.

Un Leopardi della musica, che come il Leopardi deve molto al padre ossessivo, e come il Recanate studiava dieci o dodici ore al giorno Michel suona il piano dieci o dodici ore al giorno.

Michel sa che non vivrà a lungo e va di corsa.

A tredici anni inizia a fare concerti e stupisce tutti. A diciotto parte per gli Stati Uniti e comincia a suonare con Charles Lloyd e la sua vita cambierà. In sei mesi impara l’inglese in modo perfetto. Conosce la sua prima moglie, che lo porta fuori tenendolo in collo come un bambino. Le donne lo cercano. Piace alle donne. La sua mostruosità inquieta ma affascina il lato oscuro femminile. Suona con i più grandi nomi del mondo della musica. E’ il momento dei first times: la prima volta degli hotel a quattro stelle, la prima volta in limousine, la prima volta nei grandi concert halls…. E’ arrogante, è spaccone, è fanfarone…ama la vita e cerca di dimenticare la morte (che per lui sarà prematura). Gli Stati Uniti sono Lourdes per lui.

Aborre la solitudine e si butta nelle droghe: ho usato un sacco di droga e non posso dirlo – si confesserà disperato davanti alla camera.

Non guarda indietro: è sempre moving forward, come dice la sua prima moglie, che piantò in asso per un’altra.

E’ un film che ci insegna ad amare i vizi, come forza della vita, come antidoto al dolore, che invece le misconoscitrici religioni ci hanno insegnato a vedere come il male della vita.

Michel voleva disperatamente vivere e trovò nel vizio e nel piacere l’unica forza vitale, al di là della musica, che poteva tenerlo al centro del mondo.

Ha vissuto com’era fisicamente: in modo mostruoso.

Fanno male le parole del figlio, che si domanda perché un padre così abnorme abbia deciso di generarlo.

Voto: tre stelle.

FABRIZIO ULIVIERI

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