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Appalti&favori, campano con nostri soldi Decidendo poi chi ci può stare o meno(?) Ma la colpa è nostra perché lo accettiamo Sperando di esserne scelti a partecipare Rinunciamo ora a un pizzico di ‘comodità’ Perché nostri figli (ri)siano tutti ‘alla pari’ E l’Italia (con loro) possa tornare a volare

giugno 21, 2011 di Redazione 

Se Bisignani prosperava, insieme agli altri amici della Cricca, usando i posti pubblici, gli enti pubblici, i soldi pubblici (cioè tutta roba nostra!, di tutti), è (anche) perché noi glielo abbiamo permesso. E noi glielo abbiamo permesso perché, in fondo, fare parte della Cricca consente di avvantaggiarsi (sia pure indebitamente; ma bisogna pur arrangiarsi, quando non ci sono altri “accessi” e il sistema è questo!) sugli altri e di accedere ad una vita comoda. E noi abbiamo “tutti” “sognato” (si fa veramente per dire) di farlo. O lo abbiamo fatto proprio. Così il nostro compagno di banco è rimasto senza lavoro fino a 35 anni; così nostro cugino (anzi no, in quel caso gli avremmo dato una mano noi), plurilaureato e soprattutto dotato di una grande esperienza e intelligenza, è stato costretto, alla fine, ad adattarsi e fa un lavoro che non valorizza (nella sua vita, ma anche in quella della nazione, che infatti è una nazione dalla quale sembrano scomparse le persone come lui) le sue capacità. Immaginate ora invece un Paese libero, in cui, nel rispetto delle regole e lealmente, le persone più adatte a svolgere la determinata funzione di cui ha bisogno l’Italia lo fanno, e gli altri semplicemente fanno ciò che può loro riuscire meglio (in un Paese che voglia crescere e realizzarsi c’è “posto” – si fa veramente per dire, specie in questo lancio - per tutti!). Di più: in cui i giovani, i bambini sono motivati (dalle loro famiglie! Dalla politica) sin dall’inizio ad esprimere loro stessi, ad individuare (liberamente!) le proprie qualità, perché, oltre tutto, anche fare lavori oggi cosiddetti “umili” – ma sono tali solo se a farli sono persone che non sono “disposte” (in tutti i sensi) a fare quel lavoro – se (appunto) è ciò in cui in una società che non li penalizza ci si vuole impegnare è un fattore di crescita (per sé e per tutti). E  chi “deve” svolgere (invece) una funzione “alta” (così) lo può fare, non essendo che al suo posto ci sia il figlio dell’amico di Bisignani. E siamo al punto di partenza (in tutti i sensi, ancora). Noi glielo abbiamo permesso perché ci siamo fatti irretire (nella loro, rete) e abbiamo rinunciato alla nostra anima, e al futuro (dei nostri figli e dell’Italia). Il vero moto dal basso è quello che, (sia pure) indignandosi, dice no a tutto questo, e si riprende un pezzo di Paese. E poi, la politica: la nuova politica onesta e responsabile è dalla parte di tutti, e quindi dalla parte di “nessuno”, e comincia, a sua volta, dall’alto, a stroncare questo sistema, a tagliare la rete. E mentre proietta tutti quanti verso la costruzione del futuro dell’Italia, libera (e insieme regolarizza) il mercato del lavoro, abbatte gli ordini professionali (nella loro forma costitutiva, non certo, naturalmente, nelle professioni). Avendo contestualmente (ri)fatto della nostra scuola il punto più avanzato (e aperto) dell’istruzione nel mondo, e dell’università e, su di un altro piano, della ricerca il motore dello sviluppo (non solo economico) della nazione. Possiamo conoscere, invece del declino, decenni di sviluppo progressivo e (da un certo punto in poi) non più arrestabile. Facciamo (tutti noi, intanto) la nostra parte, e, con un po’ di fortuna, torneremo, come un tempo, al centro del mondo. Massimo Donadi, ora, sui meccanismi della Cricca. di MASSIMO DONADI

Nella foto, patrocinato e padrino (a mezzobusto, in basso)

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di MASSIMO DONADI*

Una pioggia di smentite. “Fatti poco rilevanti”. Solo un gesto di cavalleria”. “Lo conosco da 30 anni”. Una vicenda ridicola, già chiariti i dettagli”. “Al telefono ero ironica”. “Ricevo tutti i giorni chiamate così”. “Non ho mai chiesto un interessamento per la mia nomina”. “Ho già chiarito tutti i dettagli di questa vicenda ridicola”. “Ci stanno arrivando addosso troppi schizzi di fango”.

I magistrati chiariranno gli aspetti dell’inchiesta P4 e le responsabilità, ove fossero accertate, di ciascuna delle persone coinvolte. Non entro, dunque, nel merito delle indagini ma mi preme fare due o tre considerazioni.

Il sistema che soffoca il merito e controlla i gangli della nostra economia è sempre quello: pressioni, raccomandazioni, fino ad assunzioni facili, senza merito né competenza.

Da Tangentopoli ad oggi, dalla maxi tangente Enimont, la madre di tutte le tangenti, nulla è cambiato: il sistema si è solo ingegnerizzato.

Una neolaureata che, per ragioni del tutto personali, sarebbe stata assunta all’ufficio legale delle Poste spa, con un cv artatamente taroccato alla bisogna. Nessun merito, nessuna esperienza per un contratto a tempo indeterminato, una assicurazione a vita grazie a “conoscenze in alto”.

Alla faccia dei tanti giovani, pieni di titoli e meriti e delle tante belle parole “di certa politica”, di chi definisce i precari “l’Italia peggiore”.

Società che non reggono il confronto del mercato che avrebbero ottenuto la sopravvivenza grazie a commesse ottenute con buoni uffici.

Alla faccia delle tante imprese e dei tanti imprenditori sani di questo paese che, nonostante i sacrifici, sono costretti a gettare la spugna.

Appalti e contratti d’oro con enti pubblici, Eni, Poste, Enel e soprattutto la Rai, usata come un pozzo artesiano da cui attingere favori e prebende per amici e amichette, in cambio magari di un giretto in Maserati.

I principali enti economici pubblici italiani usati come bidoni aspira-contratti per gli amici degli amici. Quegli enti pubblici che di fatto governano le nostre bollette degli italiani in regime di monopolio.

Su questo scenario deprimente e, a tratti angosciante, dove è finita l’Italia migliore, quella che lavora davvero, produce, si impegna, studia, si specializza, rischia in prima persona? Io sogno un paese libero e liberato da chi lo soffoca, da chi gli impedisce di crescere e volare alto.

MASSIMO DONADI*

*Capogruppo alla Camera di Italia dei Valori

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