Top

Pontida, oggi la Lega (e Bossi) non l’ha più duro (?) di Ginevra Baffigo

giugno 20, 2011 di Redazione 

Da partito di lotta a parte del sistema. A Pontida si consuma la frattura con la base. Che chiede una cosa sola: “Via Berlusconi”. Bossi ora prende tempo. Ma in assenza di riforme dovrà ascoltarli. O i leghisti rischiano di implodere. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, il leader del Carroccio domenica sul palco di Pontida

-

di Ginevra BAFFIGO

La canottiera del Senatùr è stata riposta in fondo al cassetto. Con Pontida 2011 è ormai chiaro che la Lega non è più la stessa.

Fa la voce grossa, come sempre, il partito del Carroccio. «Conquisteremo la libertà della Padania» esordisce un ormai stanco Umberto Bossi. Ma sul “pratone” di Pontida, la miriade di bandiere con la croce di San Giorgio ed il Sole delle Alpi sorrette dalle tante camicie verdi («siamo 80 mila», commenta con entusiasmo il ministro Calderoli) vogliono molto di più.

I sondaggi rivelano che un elettore leghista su due è deluso dal governo. Le ultime tornate elettorali ne sono la prova. E quindi ad un anno di distanza, alle minacce interne si aggiungono quelle ben più pericolose di elettorato deluso e della militanza tradita.

Il leader del Carroccio prova a dare ai suoi quel che si aspettano. Il pollice verso a Roma conforta gli animi bellicosi dei ‘lumbard. Ma ci vuole di più.

Bisogna mostrare i muscoli, avanzare le richieste “padane” al capo del governo.

Bossi ci prova: «Caro Berlusconi, la tua premiership è in discussione alle prossime elezioni, se non vengono approvate le nostre richieste, che vedrete elencate nella lista che vi daremo». Ma a leggerla la lista, si palesa che quelle che Bossi intende avanzare sono solo le richieste “ricevibili”. Nulla di più.

Niente braccio di ferro con il Pdl. Non è più il ’95 quando in gioco c’era solo il governo nazionale.

Oggi la Lega ha ipotecato se stessa in molti comuni e provincie, in ben due Regioni, ed in tutti i Palazzi di “Roma ladrona”.

Non è più la Lega di lotta. E’ quella che incassa gli schiaffi al referendum e alle amministrative ed in tutta risposta lancia uno sguardo arcigno a palazzo Chigi incalzando – a parole – sulle Riforme, di cui proprio il suo leader ne è ministro.

Bossi detta l’agenda: riempie di gioia i cuori rilanciando la più attesa delle riforme, quella fiscale. Lo sguardo marziale si posa sull’ormai inviso a molti, Giulio Tremonti, che «ha fatto delle cose vergognose che neanche la sinistra aveva fatto» (il riferimento è all’azione di Equitalia, ndr).

«Lascia stare i Comuni – è il messaggio che il Senatùr lancia al titolare di via XX settembre ― soprattutto quelli virtuosi, che i soldi li hanno. Ci vuole un nuovo patto di stabilità. Caro Giulio, se vuoi avere ancora i voti della Lega in Parlamento non toccare più gli artigiani e le piccole imprese, altrimenti metti in ginocchio il nord».

Poi alzando i toni: «Berlusconi dice di alzare le tasse, Tremonti dice che non si può perché i mercati ci farebbero fare la fine della Grecia. La guerra in Libia ci è costata un miliardo di euro tra bombe e immigrati che sono arrivati qui, tutti i clandestini arrivano dalla Libia. Per abbassare la pressione fiscale i soldi si possono trovare diminuendo le missioni di guerra che costano moltissimo». La Lega non è più un partito belligerante, ma solo bellicoso?

La climax ascendente si conclude con l’attesa stoccata al premier: «Se staremo con Berlusconi? Dipenderà dalle scelte che saranno fatte. Il sostegno della Lega a Berlusconi potrebbe finire con le prossime elezioni politiche».

Quali saranno le conditiones sine quibus non per rinnovare il sostegno al Cavaliere?

Anzitutto, due ministeri al Nord.

Il leader della Lega e Roberto Calderoli, che a Pontida può parlare solo nelle pause del Senatùr, hanno già firmato «due decreti ministeriali» per il trasferimento in Lombardia: «Il mio ministero e quello di Calderoli – grida alla folla Bossi – verranno in Lombardia a Monza, dove il sindaco ci ha messo a disposizione una sede». Niente di meno che Villa Reale: distante dall’austero spirito lombardo, ma che ai palazzi romani non ha proprio nulla da invidiare!

«Sui ministeri Berlusconi aveva già firmato il documento, poi si è cagato sotto», chiosa. «Che senso ha avere un ministero dell’Industria a Roma? A Roma c’è solo la cultura della burocrazia. Tutti i giorni saremo lì». Ed ancora: «La Brianza è piena di mafia e con i ministeri a Monza diamo un segno di rilancio alla gente brianzola. Maroni, sai che la Brianza è piena di mafia? Dagli una soppressata».

Ma poi lo spirito d’intesa con la folla viene meno. E la radice del dissenso si palesa come una densa nuvola a ciel sereno.

«Se adesso facciamo cadere Berlusconi favoriamo la sinistra. Non ci prenderemo la responsabilità di far andare in malora il Paese», sostiene il Senatur, rimarcando che se si andasse alle elezioni subito «questo sarebbe un momento favorevole alla sinistra».

A Bossi non resta che incassare i fischi della sonora divergenza con la base del partito. Poi riprova: «Qualcuno si illude. Non possiamo andare da soli anche quando vogliamo. Non ci prenderemo la responsabilità di mandare in malora il Paese, ma può darsi che la gente ci dica stop, basta con Berlusconi, ed allora dovremo decidere tutti assieme». Ancora fischi: «Lo so, altro che i fischi… La destra storica durò 15 anni e finì quando Bava Beccaris andò a sparare in piazza a Milano, la sinistra storica durò anche lei 15 anni, poi Giolitti». Reinterpretata la storia italiana Bossi prova a concludere: «È quasi fatale che ogni 15 anni c’è un vento nuovo».

La folla non è convinta ed i dubbi dei leghisti sulla propria classe dirigente evidentemente non si fermano nella ”rete”.

La Lega è ormai un partito di sistema. Un partito che gestisce potere vero. Non solo nelle amministrazioni. Un partito in cui stridono le correnti interne, così come si vide a Pontida 2010, e che se non potesse più stringersi attorno all’immagine di Umberto Bossi rischierebbe di frantumarsi in un batter d’occhio.

Da Treviso è questo il messaggio che lanciano il presidente Luca Zaia ed il sindaco Gobbo, vittima delle colonne al vetriolo dell’Economist di questa settimana. Il loro dissenso e quello dei trevisani è rivolto a Bobo Maroni. Non solo per la gestione dell’immigrazione, che ha infatti trovato chiara risposta nella debacle elettorale, ma anche, se non soprattutto, per quella che molti vedono come una fin troppo rapida ascesa.

«Maroni presidente del consiglio!» recita uno striscione proprio di fronte al palco. Nessuno lo tocca e per tutto il discorso di Bossi resta lì, con l’evidente avallo degli organizzatori.

E nel corso della giornata altri militanti innalzano molti cartelli con la stessa scritta, alla quale viene aggiunto un entusiastico: «Subito!!!».

Maroni premier, subito, è dunque possibile? «Penso che nove su dieci la pensino così» risponde Matteo Salvini, capogruppo leghista a Palazzo Marino. E poi aggiunge: «Oggi si lanciano dei messaggi, vediamo quali verranno raccolti».

Un altro messaggio emerso dalla folla è quello decisamente allarmante delle ripetute grida di «Secessione».

Più volte interrotto, Bossi è infine costretto a rispondere: «Questo è il risultato che si otterrà se si continua a trattare il nord come un somaro per trascinare tutta la macchina costosissima, non vedo possibilità». Alle rinnovate grida, Bossi alza la posta: «Se volete la secessione ci si prepara: la Lega verrà incontro ai popoli del Nord che vogliono una pressione molto forte verso il centralismo, e lo avranno. L’altra volta ci ha fermato la magistratura, questa volta saremo ancora più incazzati».

La Lega è ormai incrinata nella sua monolitica presenza, ma Bossi si dimostra ancora una volta un politico ben più sottile di quanto i suoi modi non facciano sospettare.

Il leader del Carroccio non esorta in nessun momento alla secessione, ma calma la base parlando della battaglia per il federalismo. Poi, prima di congedarsi con un risoluto «Padania libera», paventa al premier di non dare «nulla per scontato. Può darsi che la Lega dica stop».

E nel crescendo degli applausi, il Senatùr ripete il gesto del «pollice verso».

Ginevra Baffigo

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom