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Il nuovo “spazio” di arte contemporanea La mostra che indaga la cultura digitale
di FABRIZIO ULIVIERI

giugno 19, 2011 di Redazione 

Nel sogno del giornale della politica italiana l’arte torna a costruire e ad indicarci la strada. Così cominciamo, a parlarne. E a parlare di “noi”. La firma non può che essere quella del nostro professore. Che apre la nuova rubrica con VIRTUAL IDENTITIES, a Palazzo Strozzi di Firenze dal 20 maggio al 17 luglio. Che “inclina il visitatore a pensare nel modo in cui si pensa oggi: il pensiero digitale”. Quattro stelle: da non perdere. di FABRIZIO ULIVIERI

Foto di Evan Baden

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di FABRIZIO ULIVIERI

In scena la mostra VIRTUAL IDENTITIES, che indaga le connessioni ormai impossibili a disconnettersi, pena la disconnessione stessa della vita dal mondo (digitale, che è quello vero).

La prima sala conferma subito le nostre parole: qui espone Evan Baden, che con le sue foto (davvero impressionanti) ci raccoglie nella stessa luce, come in un feto, il device e l’user. Li accomuna una luce che pare tenerli in vita entrambi, in una bolla che può solo dissolversi staccando la connessione: l’elemento che tiene in vita l’HOMO DIGITALIS.

Nella seconda sala si trova Robbie Cooper, che indaga la dannazione, la gioia, la delusione o l’atarassia che un videogame genera sull’user, cooperando entrambi al gioco come una stessa estensione della stessa mente digitale che li accende.

Terza sala dedicata a Christopher Baker che indaga el ruido (il rumore) del mondo digitale tenuto in vita da youtube e piattaforme simili: un mondo many-to-many che si proietta come tante bolge infernali che vivono ascose, fino al click che le reifica, nella connessione che vive indipendentemente da chi vi si connetta o meno.

La pelle d’oca viene generata nella quarta sala. Ovvero la storia di Neda. La storia di due Neda in verità: la Neda uccisa in Iran in una dimostrazione in nome della libertà, che in virtù di un tag errato su Facebook assume l’identità di un’altra Neda, viva, ma dannata alla fuga da quel tag in poi.

Nella quinta sala infine la realtà mostruosa di Michael Wolf che indaga la solitudine degli esseri umani nelle strade di Parigi, ma non fotografando i soggetti solitari per le strade reali, bensì in quelle di Google Street View, o taggando/ scannerizzando i soggetti solitari ripresi dalle telecamere dei grandi magazzini. Questo e quello di Neda offrono begli esempi di come un semplice tag possa rideterminare la vita di un soggetto in una nuova vita che non aveva prima del tagging…

Una mostra sicuramente da non perdere. Una mostra stimolante che inclina il visitatore a pensare nel modo in cui si pensa oggi: il pensiero virtuale.

Quattro stelle a questa stimolante idea di mostra.

FABRIZIO ULIVIERI

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