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Il futuro dell’Italia passa (soltanto) di qui Prodi: precarietà si vince con formazione Nostro direttore lo scrisse a febbraio ’10 Via per tutti moloch del posto fisso a vita Formazione permanente per innovazione Sì a (nuova) Italia (più) libera e creativa

giugno 14, 2011 di Redazione 

Ma, come abbiamo ripetuto in tutte le occasioni in cui ci siamo tornati su, rilanciando e sviluppando il concetto, creatività non può fare rima (appunto) con la precarietà – che la nega – e prima di libera(lizza)re ulteriormente il mercato del lavoro, o contestualmente, è necessario fissare quelle regole e rivoluzionare quella cultura per le quali tutti si sia protesi all’obiettivo di salvare e rifare grande questo Paese, dando il là ad uno sviluppo finalmente duraturo, che ci porti non solo a riconquistare posizioni ma a conquistarne di nuove (rispetto al passato). Matteo Patrone scriveva un anno e mezzo fa: “La soluzione di lungo periodo al problema del lavoro non sono – naturalmente – gli ammortizzatori sociali che pure sono necessari, come paracadute per le persone che oggi perdono il lavoro e rischiano di crollare nella povertà; la soluzione di lungo periodo è l’istituzione di un sistema di formazione permanente, che offra sia alle persone che escono dall’istruzione primaria e non scelgono lo sbocco universitario sia ai nuovi disoccupati, continue nuove opportunità di apprendimento e quindi di formazione verso un nuovo inserimento anche in altri ambiti nel mondo del lavoro”. La chiave di volta è l’innovazione: il posto fisso viene superato non per precarizzare le vite dei lavoratori, o per fare un regalo unilaterale alle aziende (che però, alla fine, si ritorcerebbe contro di loro); ma perché l’intera nazione è proiettata nella chiave di un rinnovamento (di sé), che la porti a diventare sempre più il luogo più avanzato della ricerca, dell’innovazione, appunto, fatta (anche) di aziende che producono le idee migliori e le realizzano con le tecnologie più avanzate. E che si mettono nella condizione di farlo offrendo continuamente ai propri lavoratori nuove opportunità di formazione, tali da renderli in grado di stimolare e di seguire il processo di innovazione stessa. L’ex presidente del Consiglio giunge alle stesse conclusioni, domenica sul Messaggero, analizzando i punti di forza dell’economia tedesca. Ma quella del nostro direttore non è (“solo”) una soluzione “tecnica” ad un problema di settore; è parte del complessivo progetto per la costruzione del futuro dell’Italia che trovate sintetizzato qui. E del quale la (sostanziale) “convergenza” di Prodi, un anno e mezzo dopo (!), rivela tutta la straordinaria forza e credibilità. Ma andiamo a rileggere quell’editoriale del 5 febbraio 2010, al quale sono seguito tutti gli altri letti (che pure riproponiamo in coda) in questi mesi sull’Italia creativa. di MATTEO PATRONE

Nella foto, una ricercatrice al lavoro

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(5 febbraio 2010) Il giornale della politica italiana guarda al futuro. Lo fa in ogni momento della sua narrazione quotidiana. Oggi il nostro giornale apre lanciando una proposta-provocazione per il futuro del Paese: guardare ai prossimi decenni non significa rattoppare il sistema Italia qua e là, bensì concepire un rinnovamento totale sulla base di un piano organico e complessivo. Come sempre accade nella storia i grandi cambiamenti sono nell’aria. Lo spirito del tempo effettivamente contiene già i semi di questa evoluzione. La chiave, lo abbiamo capito tutti, sta nell’innovazione. E quindi nella ricerca. Ma per questo non basta aumentare gli investimenti – senza che ciò diventi un pretesto per non investire – bensì è necessario riorganizzare, internamente e in rapporto con il resto del Paese, il sistema. il Politico.it si fa carico non di “inventare”, cosa per la quale abbiamo l’umiltà di non credere di essere nella condizione, bensì di esplicitare e di tirare le somme di questo spirito del tempo. Lanciando una proposta concreta per il rinnovamento dell’Italia. Il dibattito è aperto, naturalmente. Buona lettura.

***Il futuro dell’Italia***
LA RICERCA AL CENTRO DI UN NUOVO SISTEMA-PAESE

La questione è posta nei termini sbagliati. Non si tratta di dare più risorse alla ricerca. Si tratta di reimpostare il sistema Italia in modo tale che la ricerca ne divenga oggi uno dei pilastri, e in futuro il motore di uno sviluppo senza il quale il nostro Paese è destinato ad un declino inarrestabile.

La sfida lanciata da Cina e India non può essere vinta. La competizione in termini assoluti è impossibile. La qualità è il passaporto per un mercato di nicchia; a queste condizioni l’Italia perde (sempre più) posizioni nella classifica mondiale della competitività diventando più povera.

Apertura o protezionismo sono un falso problema. Perché non è quello il campo nel quale l’Italia può competere. L’Italia ha di fronte una sola strada per assicurarsi un futuro degno: puntare a diventare la culla mondiale dell’innovazione, e innovazione significa ricerca, e ricerca significa non, dare più soldi al sistema attuale, bensì rivoltare completamente sia il mondo dell’università e della ricerca in sè sia cambiare completamente il rapporto con il resto del Paese, da un punto di vista culturale, sociale, economico.

Internamente convivono, lo sappiamo, ancora baronie e familismo. I concorsi vengono vinti raramente dai più bravi. Il ricambio delle cattedre è un’utopia. E’ necessario aprire e liberare il sistema, applicando quella meritocrazia che finora è solo un’arma retorica nelle mani della nostra politica.

Culturalmente l’abbiamo detto: la ricerca deve cessare di essere concepita come un lusso o qualcosa di superfluo bensì deve diventare la stella polare del futuro sistema Italia. Per far questo bisogna aprire e liberare, come detto, e poi investire, ma investire nell’ambito di un piano che intrecci anche socialmente ed economicamente la nuova stella polare con il resto del Paese.

Socialmente, l’università e la ricerca devono diventare il vertice superiore di un triangolo fatto da un lato di un’istruzione primaria rinnovata e in cui vengano iniettati nuovi stimoli, verso lo sbocco del vertice del triangolo ma anche verso un mondo del lavoro che acquisisca insieme mobilità e sicurezza e questo è l’altro lato del triangolo: la soluzione di lungo periodo al problema del lavoro non sono – naturalmente – gli ammortizzatori sociali che pure sono necessari, come paracadute per le persone che oggi perdono il lavoro e rischiano di crollare nella povertà; la soluzione di lungo periodo è l’istituzione di un sistema di formazione permanente, che offra sia alle persone che escono dall’istruzione primaria e non scelgono lo sbocco universitario sia ai nuovi disoccupati, continue nuove opportunità di apprendimento e quindi di formazione verso un nuovo inserimento anche in altri ambiti nel mondo del lavoro. Indennità di disoccupazione, magari, per le sole persone che accettano di aderire a questo sistema di formazione e per il periodo necessario alla preparazione al reinserimento nel nuovo lavoro.

E qui entra in gioco il piano economico: il sistema delle imprese in Italia ha bisogno di rinnovarsi – ed essere stimolato a rinnovarsi – e aprirsi alle specializzazioni e all’innovazione della nuova ricerca italiana, e contemporaneamente partecipare al sistema della formazione permanente e disporsi ad accogliere le persone che escono da quel sistema. Fondato, quest’ultimo, magari su un’iniziativa congiunta dell’università e delle imprese stesse, con fondi privati e finalizzati appunto all’innovazione (di sé) e quindi alla riconquista di posizioni nel mercato globale.

Solo così si salva l’Italia. Anzi: si torna a fare dell’Italia, nel tempo, un grande Paese moderno.

MATTEO PATRONE

(27 aprile 2011) Nelle ore in cui il governo batte un colpo e mette in campo alcune misure per far ripartire la nostra economia – ne parleremo approfonditamente nel Diario politico – il giornale della politica italiana ripropone l’editoriale del suo direttore uscito il 27 aprile scorso. Il decreto sviluppo dell’esecutivo è un apprezzabile inizio di ripresa – in tutti i sensi – ma rischia di essere insufficiente a fronte della persistenza di un debito che ci appesantisce, così come la mancanza di provvedimenti per il taglio della spesa consoliderà e manterrà la pericolosità di questa tendenza. E il problema della disoccupazione dei giovani resta affidato (solo) ad una speranzosa prospettiva di crescita (lieve). Una nuova politica figlia del nostro tempo vuole avere (invece) l’ambizione di guardare oltre l’ordinaria gestione (sempre meglio comunque dell’immobilismo). Nell’inserirsi sulla scia della proposta Amato per l’abbattimento del debito pubblico – rilanciata oggi su Facebook anche da Mario Adinolfi - Matteo Patrone scrive una nuova pagina del racconto del (possibile) futuro de il Politico.it. Proposte (concrete), il beneficio (è proprio il caso di dirlo) del dubbio. Il dibattito, come sempre, è aperto.

***Il futuro dell’Italia***
IL CORAGGIO DI INNOVARE

Oggi l’Italia è impantanata. Per tenere a bada la pressione del debito il ministro dell’Economia non consente più alcun intervento. Ma la nostra nazione non è un Paese libero, florido (in modo futuribile) e dinamico, che si possa permettere di mantenere lo status quo. I giovani non trovano lavoro. E quando lo trovano, non si apre nessuna prospettiva per loro ma (proprio perché) nemmeno per il proprio Paese.

La “liberazione” (economica) dell’Italia passa dunque necessariamente (anche) attraverso la messa in sicurezza del debito. Ma saremmo pronti a vedere di nuovo scoppiare, irrimediabilmente le valvole che tengono a bada quella pressione se non avessimo contemporaneamente creato le condizioni per un rilancio dell’economia che passasse anche attraverso maggiori opportunità – e sicurezze – per i giovani.

Tremonti suggerisce di tirare i remi in barca: i nostri venti-trentenni si accontentino di fare quel che viene loro proposto -ma in questo senso è necessaria quella parte di rivoluzione culturale che ci liberi dal vincolo “sociale” di fare solo certi lavori – e nessuna idea di sviluppo viene messa in campo.

Da sinistra giungono mesti e fiacchi propositi. Si alza (semmai) una sola voce capace di un pensiero forte: quella di Giuliano Amato. Che, stimolato a trovare una soluzione dall’ipotesi di nuovo governo formulata dal giornale della politica italiana, propone un prelievo (“forzoso”) di diecimila euro (in media) dai conti correnti di ciascuno di noi proprio allo scopo di dimezzare il debito, alleggerirci (in tutti i sensi?) e “liberarci” così per la fase due.

La proposta viene subito rigettata sdegnosamente da destra, e (ancora una volta) mestamente incompresa a sinistra. Manca (appunto) il pensiero forte, e del resto in una nazione sfiduciata in una propria (?) politica autoreferenziale che pensa a fare solo i propri interessi, nessuno sarebbe disposto a concedere ancora (proprie risorse) ad uno Stato che viene visto come nemico poiché, in effetti, come tale oggi si (rap)presenta.

Ma ora immaginate uno scenario ulteriore. Se – al contrario – alla proposta Amato si accompagnasse una contemporanea riforma strutturale della spesa, a cominciare dai costi della politica – un taglio radicale che ha l’obiettivo di perpetuare la possibilità, e non il contrario, dei servizi essenziali – l’Italia sarebbe forse meglio disposta nei confronti di un contributo che verrebbe visto come propria con-partecipazione allo sforzo collettivo per liberarci di questo peso. Il debito, ridotto, non tornerebbe a crescere (subito) perché sarebbe appunto stata riformata la propria principale fonte costitutiva.

E se alla ristrutturazione della base si associasse una riforma del mercato del lavoro che rimettesse tutto in gioco, ma per giocare la partita dell’innovazione e dello sviluppo, il nostro Paese potrebbe probabilmente ritrovare quell’entusiasmo che lo renderebbe capace di rimettere in campo il proprio genio, e di farcela.

Un mercato del lavoro dal cui campo venisse dunque tolto il moloch, oggi insostenibile, del posto (necessariamente, irremovibilmente) fisso. Anche per chi, quel posto fisso, oggi ce l’ha. E per – in tutti i sensi – chi oggi non ce l’ha. “No” al posto fisso, ma – attenzione – sì alla continua occupazione. La chiave per risolvere questo (apparente) paradosso si chiama formazione permanente, finalizzata all’innovazione.

Se le aziende (e lo Stato) fossero liberate dal vincolo di mantenere (in tutti i sensi) i propri dipendenti a prescindere dalle proprie esigenze di crescita, ma contemporaneamente fossero responsabilizzate (con leggi apposite) – e coinvolte dalla Politica – a riconsiderare la “crescita” non più (solo) come un esercizio di riduzione dei costi, bensì come continuo investimento in una innovazione sostenuta (anche) dallo Stato (stesso), la flessibilità potrebbe trasformarsi in un costante impegno al rinnovamento (di sè) delle aziende e dei lavoratori, per uno sforzo congiunto a salvare e rifare grande – in un unico tempo – l’Italia.

Che, per riuscirci, ha un solo ruolo da interpretare: quello di culla della civiltà. E questo significa, inevitabilmente, cultura; innovazione; formazione permanente.

MATTEO PATRONE

(23 maggio 2010) Continua la narrazione del giornale della politica italiana sul domani della nostra nazione. Un’Italia che si prepara ad un (possibile) futuro (anche) post-industriale: quello di un Paese in cui la produzione è – soprattutto - produzione delle idee. Su questa strada, l’imprenditoria (di sé stessi, soprattutto dei giovani), sì, ma ciò non sarà (pienamente) consentito finché il mercato del lavoro non sarà stato a sua volta concepito (o, meglio, compiuto) così come Marco Biagi lo aveva presumibilmente in mente: un lavoro non precario, ma libero, libero di essere creativo. Un’Italia (ri)fondata sulla creatività, che ha un solo modo per farcela: (ri)cominciare dalla Politica (in tutti i sensi). La firma è del nostro direttore.

***Il futuro dell’Italia***
ART. 1: (RI)FONDATA SULLA CREATIVITA’

La riforma del mercato del lavoro immaginata da Marco Biagi – costata la vita al giuslavorista – era fondata su di un sogno: quello di un’Italia libera e creativa. Un’Italia in cui il lavoro non sia semplicemente ciò che è necessario fare per guadagnarsi da vivere, bensì l’occasione della piena espressione di sé (nel servizio alla società). Una società (sempre più, di nuovo)-comunità, coesa e solidale, in cui ciascuno porta il proprio mattoncino alla costruzione del futuro.

L’Italia sognata da Biagi è un’Italia liberata dal moloch del posto uguale per tutta una vita. E’ l’Italia in cui ciascuno ha il proprio settore di “appartenenza”, ma all’interno di esso crea (le opportunità e i contenuti, il “prodotto”) a seconda delle esigenze o meglio continuamente reinventando la strada da percorrere.

La riforma Gelmini dell’Università, che liberalizza, in qualche modo, l’accesso alla ricerca, è incompiuta – come la riforma del mercato del lavoro fatta dal precedente governo Berlusconi – ma raccoglie il messaggio biagiano di una liberazione del sistema. Per le aziende (o per lo Stato), si tratta di cessare di dover mantenere anche chi non produca; per i lavoratori (intellettuali) il problema (da evitare) è ristagnare nello stesso filone, (auto)ponendo un limite alla creatività.

Ovviamente la libertà non può tradursi in precarietà, o segna la fine della creatività (stessa). Per i mestieri intellettuali, a cominciare dalla ricerca, la chiave è prevedere stipendi adeguati ad un impegno decisivo per la costruzione del futuro dell’Italia, che compensino un impiego “strettamente” legato alla propria capacità produttiva. Le direttrici sono del resto fatte per essere interpretate, e la produttività non sarà (soprattutto per la ricerca stessa) un unico, dirimente e (non) esaustivo criterio di valutazione.

Per l’Italia “industriale” (in un’era che, tanto più se seguiremo questa strada di sviluppo, sarà appunto sempre più post) il modo di riuscire è offrire ai lavoratori la possibilità di partecipare alla definizione delle scelte, e contemporaneamente prepararli ad una sempre maggiore esigenza di specializzazione – e di libertà creativa – con la formazione permanente, associata all’indennità di (dis)occupazione.

Ma tutto questo non basta ancora in un Paese depresso e abituato alle rendite di posizione e alla “comodità” (si fa veramente per dire) dell’attuale stagnazione. Serve un completo cambio di prospettiva, e la responsabilità di offrirlo è di chi dà il “senso” (di marcia) alla (nostra) società; ovvero della politica.

E la (nostra) politica ha un “solo” modo per riuscirci (oltre a “regolarizzare”, si fa ancora una volta per dire, quella maggiore libertà): cominciare a realizzare l’Italia libera e creativa partendo da se stessa. Politica che cessi di essere una professione, e torni a rappresentare un (puro) servizio alla società. (Ri)diventandone l’espressione: composta, come dev’essere, via via dalle personalità che, per onestà e responsabilità, per dimostrata capacità e per la possibilità di offrire prospettive (attraverso le idee) alla nostra nazione – si presentino come le migliori per perseguire il bene del Paese, nella costruzione del domani. In un “impiego” (soltanto) a tempo, ma senza ossessioni. Un’Italia che torni ad avere orgoglio di sé, e voglia tornare grande, ancora una volta, ce la può fare.

MATTEO PATRONE

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