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L’Italia (in)vecchia. Il rinnovamento cominci dalla stampa Bartolazzi

giugno 10, 2011 di Redazione 

Perché il (nostro) giornalismo non è un circolo (chiuso) di intellettuali (o non dovrebbe esserlo), ma il (contro)potere mastino di guardia della politica, chiamato ad incalzare la politica italiana a mantenere sempre la (retta) via della costruzione del futuro. Ma se anche la stampa è animata da coetanei e da sodali dei nostri uomini politici politicanti autoreferenziali di oggi, come se ne esce? “L’onestà e la coerenza - scrive Marianna Bartolazzi – impongono che si cominci con la regolarizzazione dei giornalisti precari, dei giovani che nelle redazioni fanno fotocopie, nello sforzarsi a dare un po’ di spazio a qualche nuova firma”. O il circolo sarà (rimarrà) chiuso. Un circolo vizioso. di MARIANNA BARTOLAZZI

Nella foto, Giuliano Ferrara: non è d’accordo

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di MARIANNA BARTOLAZZI

Qualcuno la chiamerebbe “la scoperta dell’acqua calda”. Ma stamattina, sul treno, sfogliavo un noto settimanale che esce ogni venerdì in accompagnamento ad un altrettanto noto quotidiano. Nelle prime pagine, tra una pubblicità cool e l’altra, ci sono i pezzi degli editorialisti, che forniscono il proprio punto di vista sull’attualità, soprattutto politica, del nostro Paese degli ultimi sette giorni.

Poi, a colazione al bar, mi ritrovo a sfogliare un altro famosissimo settimanale di inchiesta giornalistica italiano, di chiaro orientamento progressista. Scorro velocemente le firme degli editorialisti: almeno 3 su 5 sono le stesse del settimanale sfogliato sul treno.

Facendo mente locale, mi rendo conto che almeno altri due settimanali, in questo caso rivolti ad un pubblico femminile, sfoggiano in qualità di editorialisti almeno 2 dei 3 sopracitati.

Ma allora?

Sto leggendo un libro molto interessante di Bruno Arpaia. Si intitola “Il passato davanti a noi”, e narra di alcuni ragazzi della provincia napoletana che aderiscono ad Autonomia Operaia e vivono intensamente quei quattro anni di movimentismo, dal 73 al 74, più o meno.

Arpaia cita anche articoli di giornali, che si riferivano a questo o a quell’episodio, di attualità al tempo, di valenza storica oggi, e guarda caso, le firme, almeno alcune, sono le STESSE!

Non credo di potermi definire una rottamatrice, non sono per le rivoluzioni culturali tout court (anche se, a volte, mi piacerebbe essere più irresponsabile e sparare a zero, ma non è il mio stile), solo che, onestamente, non può non sovvenirmi qualche semplice domanda.

Dove sta la CASTA, infine? Solo nella politica? Solo nella politica e nell’industria? Solo nella politica, nell’industria, e nelle professioni?

Abbiamo manifestato per la libertà di stampa, abbiamo difeso la categoria strenuamente. Credo fermamente nella professionalità del mondo del giornalismo, apprezzo profondamente molte firme, trasversalmente, del nostro Paese.

Ma se rinnovamento deve essere, che sia per tutti. Dai giornali leggo invocazioni ai giovani, affinché facciano la guerra ai loro padri e si prendano con la forza dell’innovazione le posizioni di potere.

Ma le posizioni di potere non sono solamente gli scranni del Parlamento o la presidenza di Confindustria.

La coerenza e l’onestà intellettuale passano anche attraverso la regolarizzazione dei giornalisti precari, dei giovani che nelle redazioni fanno fotocopie, nello sforzarsi a dare un po’ di spazio a qualche nuova firma, rubandola alle testate on-line come questa, le uniche che tentano strade diverse, con costi alti e tanti, tantissimi rischi.

Un decennio di Travaglio, un ventennio di Serra, un quarantennio di Bocca, possono fare formazione e coscienza civile. A volte, però, mi piacerebbe leggere un’editoriale senza già sapere dove il giornalista vuole andare a parare, semplicemente perché il nome di quel giornalista non lo conosco.

MARIANNA BARTOLAZZI

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