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Il premier ha stancato. Si parla di lui, gli accessi scemano G. Baffigo

giugno 9, 2011 di Redazione 

Il giornale della politica italiana, con i suoi lettori più (af)fini, ma soprattutto con le migliaia che si aggiungono, passano, cliccano ogni giorno su queste pagine è anche un (ideale, in tutti i sensi) osservatorio sull’umore degli italiani. C’è stato un tempo nel quale (solo) le immagini (spesso dalla pessima fotografia) dei leader del centrosinistra “funzionavano” male: quando venivano proposte portavano ad un numero di condivisioni e di letture delle pagine interne inferiore alla media. A meno che, come spesso accade su il Politico.it, quelle immagini non fossero che un contraltare (e viceversa) di un messaggio forte, di una proposta risolutrice, di una sollecitazione – nel senso opposto – alla nostra politica autoreferenziale di oggi che partiva da queste colonne. Al contrario, Berlusconi in home era una garanzia di – perdonate il gioco di parole – accessi in eccesso (è proprio il caso di dirlo). Oggi la prima tendenza viene confermata (premiando piuttosto i volti nuovi, noti, del centrosinistra), la seconda, invece, completamente invertita: quando la gerarchia prevede contenuti su e “di” Berlusconi l’attenzione scema. E ben prima che fosse chiaro che il “vento sta(va) cambiando” con i risultati delle amministrative. E il Diario politico di stasera, che parla (soprattutto) del/ il presidente del Consiglio, farà la stessa “fine”. Naturalmente, in tutto questo, incide la nostra linea editoriale, che ci ha consentito di raccogliere intorno a questo dominio la parte più responsabile e proiettata al futuro della già innovativa comunità italiana su internet. il Politico.it è il laboratorio nel quale si costruisce l’Italia del domani; proposte, uno sguardo libero e di rottura rispetto agli schemi politicanti consolidati, fanno del giornale della politica italiana un’avanguardia nel panorama dell’informazione e della nostra politica (anche) in rete. E questo rende la nostra “audience” molto più critica nei confronti di tutto quanto è conservazione e politica autoreferenziale di oggi. Da Repubblica, ad esempio, al contrario, riconoscono che quando il secondo quotidiano italiano non apre con il presidente del Consiglio le vendite crollano. Ma, comunque, una (inversione di) tendenza è in atto. Noi semplicemente la stiamo rilevando prima di altri. E ora l’informazione, doverosa, (anche) su Berlusconi. Che, siamo certi, a questo punto leggeremo comunque (più volentieri). La firma del Diario di questa sera, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, Silvio: teatralmente, piange (per aumentare l’audience?)

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di Ginevra BAFFIGO

«Penso che non mi recherò a votare: è diritto dei cittadini decidere se votare o meno per il referendum».

Presa di posizione di Silvio Berlusconi che, in conferenza stampa a palazzo Chigi, così risponde ad una domanda sui referendum di questo weekend. Solo qualche giorno fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ribadiva piuttosto come presentarsi alle urne fosse compiere «il proprio dovere» di cittadino.

Ad ogni modo non perde tempo nel rimarcare la “differenza”, tra il capo dello Stato e il presidente del Consiglio, il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro: «Il premier, che pure dovrebbe conoscere la Costituzione e rispettarla, diserta le urne come si comporta, appunto, solo chi non ama e non rispetta la democrazia e non vuole essere giudicato dagli elettori perché li teme e li disprezza».

Altrettanto secca è la replica di Pier Luigi Bersani: «Non vota? Lo faranno gli italiani». Poi il segretario Democratico rilancia l’appello ad andare a votare «fin dalle prime ore di domenica mattina». «Io andrò alle 10» promette Bersani all’Unità, perché «è molto importante dare un segno immediato di fiducia nella partecipazione» con l’effetto di «incoraggiare tutti ad andare a votare».

Insiste sullo stesso tasto anche il non più diffidente presidente della Camera, Gianfranco Fini: «Mi auguro che si raggiunga il quorum e che nel confronto tra il sì e il no prevalgano le posizioni che garantiscano la modernizzazione del Paese – commenta il presidente della Camera, Gianfranco Fini – Astenersi dal voto è legittimo ma è sbagliato, perché si rinuncia alla prerogativa costituzionale di far sentire la propria voce».

Riforma fiscale. Il presidente del Consiglio allarga come sempre il suo intervento, toccando il tema della riforma fiscale che, a suo dire, verrà approvato «prima dell’estate».

Con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e con Umberto Bossi, «abbiamo ripetutamente parlato, con modi rispettosi e civili» assicura il premier. Non vi sarebbero dunque tensioni, in particolare con il titolare di via XX settembre. L’”impressione” di questo allontanamento sarebbe piuttosto da attribuire, ancora una volta, all’(ir)responsabilità dei media: «Sono del tutto destituiti di fondamento le notizie date dalla stampa che si è completamente allontanata dalla realtà».

Venendo al cuore della riforma del fisco il Cavaliere si affretta a rassicurare: «La manovra di 40 miliardi non è nulla di preoccupante, occorre aderire alle indicazioni della Commissione Ue. Noi siamo in una posizione privilegiata – sostiene il premier – meglio di noi c’è solo la Germania». «Siamo i primi in Europa nonostante tutto quanto ricevuto in eredità dal passato», come il tuttora preoccupante «debito pubblico» nonché il costo dell’energia. In Italia, sciorina poi Berlusconi «non abbiamo aumentato violentemente l’età pensionabile, non è stata alzata fortemente l’Iva, non sono stati licenziati o tagliati gli stipendi dei dipendenti pubblici». Insomma, tutto è stato fatto «senza aumentare le imposte».

Ad ogni modo qualche correzione va fatta: «Quest’anno credo che interverremo prima dell’estate con un’opera di manutenzione di qualche miliardo, sarà di quattro, probabilmente tre miliardi circa. Poi provvederemo negli anni a venire a fare quello che abbiamo fatto negli anni scorsi». Nelle previsioni del premier il pareggio del bilancio verrebbe addirittura raggiunto nel 2014.

Quanto alla contropartita per tener in squadra il Carroccio? «Non è un trasferimento di ministeri, si tratta di uffici di rappresentanza. Non esiste», smentisce rapidamente il premier.

Codice antimafia. Il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione e nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia viene infine approvato dal Consiglio dei Ministri.

Le volontà del Guardasigilli Alfano sembrano infatti prendere forma concreta nelle azioni del governo, da cui a breve il ministro rassegnerà le proprie dimissioni per assumere l’incarico di segretario nazionale del Pdl.

L’ultimo passo che Alfano dovrà compiere prima di congedarsi dal suo ufficio di via Arenula sarà l’approvazione dei decreti attuativi della riforma dei riti civili. Ma guardando all’oggi il titolare della Giustizia è contento: «Si tratta di uno strumento agile e snello per tutti gli operatori del diritto che vorranno contrastare la mafia in modo efficace». Le nuove misure legislative dovranno ora passare al vaglio del Parlamento: 60 giorni di tempo la deadline per rendere più incisiva la lotta alla criminalità organizzata.

Ad oggi, il nuovo codice, promosso all’esame del Parlamento, raccoglie, coordina e armonizza la legislazione antimafia nel suo complesso, incluse alcune norme del codice penale, quali l’articolo 416-bis, che sotto questa legislatura è stato esteso alle associazioni di tipo mafioso straniere, nonché ai fenomeni malavitosi della ‘ndrangheta, strettamente legati al territorio calabrese.

Per il ministro Alfano si tratta dunque del «completamento di una strategia che il Governo Berlusconi ha perseguito fin dall’insediamento, ricordo il primo Consiglio dei ministri operativo a Napoli nel maggio 2008, quando venne approvato il primo pacchetto, un decreto e un ddl, contro la criminalità organizzata, poi abbiamo continuato nel 2009 e nel 2010 a Reggio Calabria abbiamo completato l’opera, sostituendo le mille chiacchiere con i fatti». La strategia del governo si è mossa su «tre direttrici, che hanno messo in grande difficoltà la criminalità organizzata: arresto dei latitanti, carcere duro, aggressione ai patrimoni criminali».

I numeri però li dà il premier: «abbiamo arrestato 8 presunti mafiosi al giorno, 8.466 in tutto, tra i quali 34 pericolosi latitanti in 800 operazioni di polizia. E sono stati confiscati beni per 21 miliardi e mezzo di euro”. E’ stato inoltre istituito il Fug (Fondo unico di giustizia), alimentato con le somme di denaro sequestrate alla mafia. Attualmente in cassa ci sono 2,1 miliardi di euro.

Per Pina Picierno «anche oggi, per uscire dall’empasse in cui il governo si trova, Berlusconi e Maroni annunciano nuovi eclatanti provvedimenti antimafia. Tutto bene, se non fosse per la mancanza totale di coerenza: un giorno si vantano otto arresti in ventiquattro ore, quello dopo si insulta la magistratura. Un giorno si promette la sconfitta delle mafie, quello dopo si tagliano i fondi alle forze dell’ordine». Ed anche dal Fli sembra levarsi la stessa musica: «La lotta alle mafie non è fatta da codici o annunci – chiosa Fabio Granata – Almeno non solo. E’ fatta soprattutto di esempi, linguaggio, rispetto per la magistratura, coerenza. Per questo il governo Berlusconi tra inquisiti, oltraggi alla magistratura e attacchi ad alcuni strumenti indispensabili come le intercettazioni, tra scudi fiscali e codice etico sulle candidature sistematicamente violato, non ha alcuna credibilità».

Ginevra Baffigo

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