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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Ulivieri: Corpo Celeste, per me sono **1/2

maggio 29, 2011 di Redazione 

E’ il giorno del cinema sul giornale della politica italiana. Il giornale della cultura (popolare). E di uno dei principali strumenti per (ri)definire il nostro futuro: lo Sguardo degli Autori, appunto. Che tornino all’impegno. Lo fa (a prescindere dal nostro cinema) Terrence Malick con The Tree of life, è meno ambizioso (ovviamente) ma ugualmente “contribuisce” l’esordio di Alice Rohrwacher, sorella di Alba, che impatta con le nostre periferie al sud. E, scrive uno dei nostri due critici, (di nuovo) con una religione che, nella società del benessere (?), ha (a sua volta) via via perso contatto con la realtà, privandoci di uno degli ultimi riferimenti morali. Dovremo riaverci, il giornale della politica italiana ha già avuto modo di indicare la strada, di una dimensione etica e filosofica. O ci afflosceremo su noi stessi. Ecco la funzione (centrale) del cinema sul giornale-laboratorio della costruzione del futuro. Ce lo possiamo permettere, grazie ad Attilio Palmieri, tra i più brillanti giovani studiosi italiani, in grado di attribuire quello spessore. Così come, ovviamente, il nostro professore, che ci racconta ora questo film.
di FABRIZIO ULIVIERI

Nella foto, Yle Vianello (Marta nel film)

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Corpo Celeste

REGIA: Alice Rohrwacher

ATTORI: Yle Vianello, Salvatore Cantalupo, Pasqualina Scuncia, Anita Caprioli, Renato Carpentieri.

GENERE: Drammatico

DURATA: 98 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Il film inizia come il suo messaggio centrale: nel buio. Una processione al buio fra sassi e discariche.

Si fa giorno e il giorno ci rivela una povertà squallida: quella della periferia di Reggio Calabria. Povero quanto semplice è il linguaggio degli sparuti fedeli lì raccoltisi nottetempo, come quello del film che parla un linguaggio essenziale e scarno: quello delle immagini che rivelano miseria e solitudine. Si ode solo dialetto e chiacchiere corali dei fedeli, riuniti in quel luogo-non-luogo per un evento religioso in nome di Maria.

Parla Don Mario, il parroco (altro personaggio essenziale e scarno nel linguaggio e nel modo di vivere): questo è un anno speciale perché il vescovo Giorgio prenderà parte alla cerimonia.

Si aspetta perciò in un silenzio imbarazzato dallo squallore del luogo l´arrivo del vescovo e quando finalmente arriva le fanfare si accendono.

Periferie scalcinate, franose e petrose. Fangose. Gelide come l´inverno che tiene fra i suoi artigli Reggio Calabria. Ci ripetono le immagini.

L´unico momento di calore sono le lezioni di catechismo, che insegna la religione della peggiore specie, quella figurata da immagini edificanti e melliflue, di santi e madonne, con un bel “cazzo!” buttato lì dall´insegnante mentre si accalora cercando di spiegare ciò che non dovrebbe più essere spiegato (in quella maniera).

La camera gira all´interno della famiglia di Marta (Yle Vianello), che compra unicamente i pesci dell´Atlantico perché nel Mediterraneo ci affogano troppi marocchini.

Poi di nuovo si torna alle periferie, alla speculazione edilizia, ai quartieri dormitorio, alla miseria e alla solitudine (temi insistiti per tutto il film). Ma c´è la Madonna che ci tiene a galla e non ci fa affogare in questa brutturia, e il catechismo che unisce i ragazzi nella parrocchia, prima che anch´essi, fatta la cresima, fuggano dalle stolterie di una religione bugiarda (questa Calabria dimenticata sicuramente dallo stato lo è probabilmente anche dalla Madonna – sembra dire la Rohrwacher).

In tutta questa cornice di depressione e squallore si svolge la storia del film (che poi non è una storia). La storia di Marta (certamente una ragazzina radicale che non ama le falsità) che si prepara alla cresima durante un inverno rigido.

Un film peso, che procede a scatti, con scene sfilacciate, di una vita troppo quotidiana e misera e ci parla di una Chiesa che ancora persevera ad appoggiare certi politici con metodi democristiani che magari pensavamo estinti.

Buona la regia della Rohrwacher. Grande la piccola Yle Vianello! (che assomiglia sfacciatamente alla Rohrwacher).

Beh, è un film che mi ha fatto soffrire molto. Irritato. E più volte sono stato sul punto di andarmene senza aspettare la fine. Ma il finale ha ripagato la mia imposizione di rimanere incollato alla sedia, perché è un finale molto sentito e dichiara pubblicamente che la Chiesa ci ha ingannato; e che per secoli ha falsificato le parole di un Gesù, che certo non era quello dei Vangeli (né tantomeno quello del catechismo!), con litanie e edificazioni che null´altro erano che pure menzogne. E forse questo è il senso della scena finale, che in verità non ho capito.

Voto: due stelle e mezzo.

FABRIZIO ULIVIERI

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