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***E’ nel posto sbagliato***
L’AMERICA NON PERDONA STRAUSS-KAHN
di PAOLO GUZZANTI

maggio 25, 2011 di Redazione 

E il caso dell’ex direttore dell’Fmi accusato di stupro rinfocola la bellezza, la contraddizione, la comples- sità dei rapporti tra noi europei e gli americani. E chi, meglio del deputato liberale, americano per vocazione, può raccontarlo? di PAOLO GUZZANTI

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

La devastata storia di Dominique Gastone Strauss-Kahn fa acqua da troppi buchi, ma ha questo di buono: che funziona come un test proiettivo in cui ognuno – persone singole e interi popoli – vedono quel che vogliono e si rinfacciano ogni genere di offesa: alla morale, al genere femminile, all’identità africana, ai malati di Aids (la vittima violentata da Dominique abita in un complesso riservato ai malati di questa malattia, ma nessuno sa se sia o no malata lei stessa), e poi offesa alla Francia, agli Stati Uniti, alla memoria della liberazione dell’Europa, alla partecipazione armata dei bat­taglioni di Lafayette all’indipendenza americana. E poi ancora offesa al buon senso (ma si può essere così cretini?…) e all’intelligenza (ma come: sei in fuga colpevole di stupro e chiami l’albergo per farti portare il telefonino all’aeroporto?) offesa al Partito socialista di cui Dominique Gastone Strauss-Kahn era il candidato, e così via. Offese, menzogne, pregiudizi razziali e culturali.

Gli americani sempre rozzi e puritani, gli europei sempre acculturati cinici e figli di buona donna. In Francia si grida al complotto più nei blog che sulla carta stampata, ma l’opinione è molto diffusa – ma lo sconcertante episodio del Vip stupratore francese a New York serve anche e soprattutto per riaffermare e contraddire, annichilire e rafforzare pregiudizi che navigano, andata e ritorno, dalle due sponde dell’oceano. Pregiudizio numero uno: gli americani sono «puritani», rompono le scatole ogni volta che c’è di mezzo il sesso, basta guardare al casino che armarono con il caso dello studio Ovale e di Monica Lewinsky. Pregiudizio opposto: voi europei siete «so full of shit» (letteralmente: «pieni di merda», ma nel senso di ipocriti e mentitori) perché non avete rispetto per nulla e per nessuno, vedete una donna nera, una lavoratrice che si spezza la schiena per rifare i letti in un grande albergo Sofitel e la trattate come una schiava sottoponendola a sevizie sessuali. Poi fate la valigia, pagate il conto e cercate di squagliarvela sul primo jet di linea. Dalla parte francese si tende a entrare nel campo dei pesi e delle misure: la vittima (la vittima, il faut rappeler, è sempre colpevole) è alta un metro e 80 e pesa 90 chili.

Come ha fatto Strauss-Kahn a imporle con la forza prestazioni sessuali umilianti? Controreplica americana: «Come on! He is so guilty! Look at him!», è totalmente colpevole! basta che lo guardiate in faccia: è scappato come una lepre dopo la sua bell’impresa con la povera cameriera della Guinea, è corso all’aeroporto e si è accorto di aver lasciato il cellulare in albergo. E allora che fa? Chiama l’albergo e chiede di portarglielo in aeroporto: è così che la polizia lo becca e lo trascina giù dall’aereo dove si è già allacciato la cintura di sicurezza. Contro-controreplica francese: ma voi americani siete dei maniaci. Dominique di cellulari non ne ha uno, ma almeno dieci e si è accorto di quello mancante soltanto mentre stava partendo e, avendo la coscienza a posto e nulla da temere, ha chiamato in albergo, il che dimostra che è innocente e non aveva nulla da nascondere. Si può continuare. Si può commentare l’orrore che provoca la cauzione milionaria. O l’arroganza che ogni civiltà continentale scarica sull’altra, dirimpettaia («Voi, maledetti americani», «Voi, maledetti europei»).

Si può andare avanti sulla questione sessuale, femminile, razziale, finanziaria, borghese, rivoluzionaria, conservatrice. Sarkozy, per esempio, sta facendo salti di gioia ma finge disappunto? Chi prende in giro? Sarkozy è indiziato. Secondo molti è stato lui, ha orchestrato tutto lui con l’amico Obama, che però dovrebbe essere di sinistra mentre lui è di destra: Sarkò parla bene inglese e va in vacanza in America, vuoi vedere che ha chiesto a Casa Bianca e Cia di far fare un servizietto al suo possibile futuro antagonista Dominique Strauss-Kahn? Sì, perché, non dimentichiamo, l’uomo in ceppi a Manhattan poteva diventare di qui a poco il prossimo presidente della Republique Française. Che cosa c’è dietro? Chi c’è dietro? Tutto casuale? Non sarebbe più divertente se i fatti dicessero soltanto che i fatti andarono come andarono e che non c’è nulla da sospettare, da accusare, da rivoltare, di complottare? Oppure, versione opposta: sono gli americani che hanno deciso di silurare l’Europa. Si sa come sono quelli là, oltre la Quinta strada: vedono l’euro forte e gli viene l’orticaria, vedono i francesi sabotare la guerra in Irak e gettano champagne e le «French fries», le patatine fritte, nelle fogne al grido di «Abbasso i formaggi che puzzano!». Potrebbe essere un risvolto epocale dello scandalo. E, dall’altra parte, taisez-vous ignoranti cowboys liberati da Lafayette, non siete degni del vino che vi vendiamo.

Dominique Strauss-Kahn non trova casa a Manhattan. Forse ha trovato un residence, ma i cittadini non lo vogliono: peggio di avere per vicino un nazista incriminato di genocidio. Gli hanno messo il braccialetto elettronico e il giudice, una donna cattivissima come tutti i giudici americani, tale Melissa Jackson, ha ordinato che si tenga nota anche di quando va al bagno. Inoltre ha voluto che Dominique si pagasse di tasca sua un agente che lo sorveglia 24 ore al giorno e lo ha «charged», accusato, di reati dettagliati ma anche un po’ vaghi fra cui «atti sessuali e anali con un’altra persona per mezzo di costrizione violenta». Il presidente, ora dimissionario, del Fondo monetario internazionale è servito, a calci nel sedere. Gli americani però in questa vicenda mantengono un profilo basso e sono fieri di sé. E devo confessare, essendo per mia scelta molto americano anch’io, che siamo fatti così e ci piacerebbe anche un mondo fatto così: sulle grandi questioni morali adoriamo la faccia dura e la linea dura. Ma siamo anche pronti alla trattativa: Dominique rischia 74 anni di galera, questo è vero, ma possiamo trattare: certo, non se la caverà con poco, ma patteggiare è sempre possibile. Lo scopo della giustizia americana è non celebrare i processi. Se uno che è colpevole si dichiara innocente e costringe lo Stato di New York a mettere in piedi tutto l’ambaradan del processo per arrivare a scoprire che il colpevole era davvero colpevole, l’ira del tax payer, l’onnipotente contribuente del ceto medio, si abbatterà su di lui e può finire con l’iniezione letale. Se uno viceversa è colpevole, allora ci sarà quasi sempre un giudice donna, possibilmente nera e con occhi di fuoco, che gli farà capire come stanno le cose, come gira il mondo da questa parte dell’oceano: qui non siamo in Italia, qui non siamo in Francia, qui siamo nella liberale Manhattan di Woody Allen, che però è anche la Manhattan delle femministe, delle lesbiche, della libertà di essere gay, dei generi, delle origini, dei mangiari, della diversità, delle revolverate di notte nel Bronx, dei concerti jazz nelle trattorie italiane di Soho.

E questo coacervo di identità ha prodotto la repressione dei repressori, è una religione, è un codice che non si può infrangere. Non puoi, come dire, farti da tergo una lavoratrice nera del tuo albergo, pesi pure 90 chili e sia forte e grande come un armadio, e farla franca. Sei un uomo morto, Dominique, arrenditi: mister Strauss-Kahn, you are screwed, lei è fottuto, è così che gira dalle nostre parti. Lo scandalo intanto fa l’onda, dilaga, riverbera, tutti dicono qualcosa, tutti pensano che le cose non stiano come appare, tutti negano e affermano qualsiasi sciocchezza. L’Europa per ora perde uno a zero, ma l’America non si sente vittoriosa. L’americano ha sempre un senso di colpa, di inferiorità, di rabbia nei confronti dell’europeo e dell’Europa. E quando a New York dicono Europa pensano Francia. E quando pensano Francia intendono Parigi, e quando dicono Parigi pensano sia Tour Eiffel che Elysée, la casa di Sarkò. Pensano anche che questa, in fondo, non ci voleva, perché gli americani purtroppo per un antico difetto genetico si sentono figli dei francesi, anche se i francesi li ripudiano.

Ma nel conflitto fra padri e figli, i figli americani non rinunciano all’uccisione del padre e per una volta che possono castigare il padre a sbatterlo in galera dopo averlo tirato giù dall’aereo, lo fanno. E mentre lo fanno si sentono in colpa e si sentono fieri, due sentimenti opposti, perché mentre lo riconoscono come padre, adorano metterlo alla gogna e coprirlo di sputi mediatici. Sì, perché la società americana – tutta in bianco e nero senza grigio – copre di sputi avvelenati e se poi si arrabbia davvero può spedirti una salva di missili. No, non è il posto giusto per prendere una cameriera africana di proporzioni king size e piegarla, in tutti i sensi, ai propri voleri. Qui non la passi liscia. Sorry.

PAOLO GUZZANTI

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