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Il futuro dell’Italia. Art. 1, (ri)fondata sulla creatività M. Patrone

maggio 23, 2011 di Redazione 

Continua la narrazione del giornale della politica italiana sul domani della nostra nazione. Un’Italia che si prepara ad un (possibile) futuro (anche) post-industriale: quello di un Paese in cui la produzione è – soprattutto - produzione delle idee. Su questa strada, l’imprenditoria (di sé stessi, soprattutto dei giovani), sì, ma ciò non sarà (pienamente) consentito finché il mercato del lavoro non sarà stato a sua volta concepito (o, meglio, compiuto) così come Marco Biagi lo aveva presumibilmente in mente: un lavoro non precario, ma libero, libero di essere creativo. Un’Italia (ri)fondata sulla creatività, che ha un solo modo per farcela: (ri)cominciare dalla Politica (in tutti i sensi). La firma è del nostro direttore. di MATTEO PATRONE

Nella foto, Marco Biagi

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di MATTEO PATRONE

La riforma del mercato del lavoro immaginata da Marco Biagi – costata la vita al giuslavorista – era fondata su di un sogno: quello di un’Italia libera e creativa. Un’Italia in cui il lavoro non sia semplicemente ciò che è necessario fare per guadagnarsi da vivere, bensì l’occasione della piena espressione di sé (nel servizio alla società). Una società (sempre più, di nuovo)-comunità, coesa e solidale, in cui ciascuno porta il proprio mattoncino alla costruzione del futuro.

L’Italia sognata da Biagi è un’Italia liberata dal moloch del posto uguale per tutta una vita. E’ l’Italia in cui ciascuno ha il proprio settore di “appartenenza”, ma all’interno di esso crea (le opportunità e i contenuti, il “prodotto”) a seconda delle esigenze o meglio continuamente reinventando la strada da percorrere.

La riforma Gelmini dell’Università, che liberalizza, in qualche modo, l’accesso alla ricerca, è incompiuta – come la riforma del mercato del lavoro fatta dal precedente governo Berlusconi – ma raccoglie il messaggio biagiano di una liberazione del sistema. Per le aziende (o per lo Stato), si tratta di cessare di dover mantenere anche chi non produca; per i lavoratori (intellettuali) il problema (da evitare) è ristagnare nello stesso filone, (auto)ponendo un limite alla creatività.

Ovviamente la libertà non può tradursi in precarietà, o segna la fine della creatività (stessa). Per i mestieri intellettuali, a cominciare dalla ricerca, la chiave è prevedere stipendi adeguati ad un impegno decisivo per la costruzione del futuro dell’Italia, che compensino un impiego “strettamente” legato alla propria capacità produttiva. Le direttrici sono del resto fatte per essere interpretate, e la produttività non sarà (soprattutto per la ricerca stessa) un unico, dirimente e (non) esaustivo criterio di valutazione.

Per l’Italia “industriale” (in un’era che, tanto più se seguiremo questa strada di sviluppo, sarà appunto sempre più post) il modo di riuscire è offrire ai lavoratori la possibilità di partecipare alla definizione delle scelte, e contemporaneamente prepararli ad una sempre maggiore esigenza di specializzazione – e di libertà creativa – con la formazione permanente, associata all’indennità di (dis)occupazione.

Ma tutto questo non basta ancora in un Paese depresso e abituato alle rendite di posizione e alla “comodità” (si fa veramente per dire) dell’attuale stagnazione. Serve un completo cambio di prospettiva, e la responsabilità di offrirlo è di chi dà il “senso” (di marcia) alla (nostra) società; ovvero della politica.

E la (nostra) politica ha un “solo” modo per riuscirci (oltre a “regolarizzare”, si fa ancora una volta per dire, quella maggiore libertà): cominciare a realizzare l’Italia libera e creativa partendo da se stessa. Politica che cessi di essere una professione, e torni a rappresentare un (puro) servizio alla società. (Ri)diventandone l’espressione: composta, come dev’essere, via via dalle personalità che, per onestà e responsabilità, per dimostrata capacità e per la possibilità di offrire prospettive (attraverso le idee) alla nostra nazione – si presentino come le migliori per perseguire il bene del Paese, nella costruzione del domani. In un “impiego” (soltanto) a tempo, ma senza ossessioni. Un’Italia che torni ad avere orgoglio di sé, e voglia tornare grande, ancora una volta, ce la può fare.

MATTEO PATRONE

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