Top

***Il film***
THE TREE OF LIFE
di FABRIZIO ULIVIERI

maggio 22, 2011 di Redazione 

Un “film su Dio, permeato di una religiosità antica che non rispecchia fino in fondo quella di oggi”, di un Dio che non c’è (più). Un film “per esteti e per poeti, e io che esteta non lo sono più e poeta nemmeno ho, in tutta sincerità, faticato a seguirlo fino alla fine”. Anticipato da Attilio Palmieri, e letto e raccontato da Ulivieri – che gli assegna tre stelle e mezzo - l’ultimo Malick è un’opera senza limiti, fino e oltre quel punto che Italo Calvino indicava come imprescindibile per “dire” nel creare. In ogni modo, assolutamente da non perdere. Non foss’altro che per “ascoltare” il regista, in una delle sue rare (quinto film in quasi quarant’anni di “carriera”) uscite. di F. ULIVIERI

Nella foto, Brad Pitt in The Tree of Life

The Tree of Life

REGIA: Terrence Malick

ATTORI: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going

GENERE: Drammatico

DURATA: 138 min.

-

di FABRIZIO ULIVIERI

Inizio poderoso. Spessore da subito. Molto cielo e molta preghiera e molta voce narrante.

Così inizia un film la cui trama non è facile da sintetizzare ma in poche parole è la storia di un padre non ingiusto sicuramente odioso però e che pretende essere chiamato “Signore” dai suoi figli. Un padre padrone prima che padre.

E’ la storia di questo padre e della sua famiglia, soprattutto dei figli che un giorno gli si rivolteranno contro.

Il padre è interpretato da Brad Pitt capelli a spazzola, occhialuto, leggermente ingrassato e rimbruttito.

La storia parte a ritroso dalla morte di uno dei tre figli. Arriva per telegramma la notizia che il figlio è morto e ora è nelle mani di Dio. Ma è sempre stato nelle mani di Dio, dirà la madre.

Ecco, il personaggio più importante, forse anche più del padre, è Dio.

E Dio è il medium che alimenta la parte (iniziale) costellata da immagini relative alla genesi del mondo vista con gli occhi molto ortodossi della Bibbia…

Non posso dire che il film non sia bello ma per concezione è vecchio.

Il senso religioso che lo permea non rispecchia le angosce di oggi bensì quelle tipiche di una religiosità e di un esistenzialismo radicato negli anni ’50 e ’60. La religiosità di oggi è senz’altro più marcata da un Dio che non c’è più o sembra averci abbandonato definitivamente. Qui invece c’è la certezza panteistica (o animistica?) che Dio sia immanente a tutto: al cibo, all’aria, alla luce, alle parole… Anche il gusto estetico ha un sapore vecchio. A memoria mia, sembra spaziare da uno stile alla Louis Malle fino a Bergman, e talora ricorda tanto Buñuel quanto Kubrick…ma anche il teatro assurdo degli anni ’70, tutto concetto e niente storia. Sarei infatti tentato di dire che è proprio un film da dibattito.

Come dicevo prima è un’opera filmicamente superba, ma manca di una vera storia e ci sono anche troppe voci narranti un teatro dell’assurdo. Molto senso per l’estetica e poca sensibilità alla narrazione e all’azione. Soprattutto nella parte iniziale, quella della Genesi e dei tanti effetti speciali e perfino di animali preistorici compassionevoli (per l’immanenza di Dio?), che fa addirittura pensare che sia un film sulla rincarnazione (?).

Può darsi. Ma non l’ho capito. Come non ho capito che ruolo abbia in questo film Sean Penn…

E’, finalmente, un film che consiglio solo ai palati fini, agli esteti ed ai poeti.

Io che esteta non lo sono più e poeta nemmeno, e il palato nel tempo mi è divenuto grossolano ho, in tutta sincerità, faticato a seguirlo fino alla fine.

Voto: tre stelle e mezzo.

FABRIZIO ULIVIERI

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom