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Il dibattito. I miei dubbi (Radicali) sul ddl anti-omofobia di A. Chirico

maggio 19, 2011 di Redazione 

Messo a punto da Paola Concia e bocciato dalla Commissione Giu- stizia della Camera. La giovane esponente di Radicali Italiani e segretaria degli Studenti Luca Coscioni la critica ponendo alcune questioni. Come si stabilisce, intanto, il movente discriminatorio? In molti casi non è chiaro nemmeno alla persona che compie il gesto. E talora un atto rivolto nei confronti di una persona omosessuale prescinde dal suo orientamento. Chi stabilisce (ancora) quali moventi giustifichino l’aggravante? Si rischia la fila. Qual è (poi) il confine tra il contrasto alla discriminazione e il rispetto della libertà individuale? E ancora: è corretto ridurre la discrezionalità del giudice “imponendo” un trattamento severo nell’impedire il bilanciamento con le attenuanti? di ANNALISA CHIRICO

Nella foto, Annalisa Chirico

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di ANNALISA CHIRICO

Il testo unificato contro l’omofobia e la transfobia messo a punto dalla parlamentare democratica Anna Paola Concia non ha passato l’esame della Commissione Giustizia della Camera. L’attività della Concia, unica parlamentare lesbica dichiarata, a favore dei diritti degli omosessuali è arcinota, così come la sua storia degna di grande stima. Eppure l’iniziativa legislativa in oggetto non mi convince.

Il testo unificato per il contrasto dell’omofobia e transfobia prevede delle aggravanti di pena per reati commessi in ragione dell’omosessualità o della transessualità della vittima. In altre parole, la pena aumenta, se reati, come quelli contro l’incolumità o la vita delle persone, hanno come movente l’orientamento sessuale o l’identità di genere della persona offesa.

Già qui si pongono almeno un paio di questioni. Innanzitutto, in un’ottica liberale è corretto aumentare la pena sulla base del movente discriminatorio? Ammesso che lo sia, esiste un metodo che assicuri una conoscenza certa delle ragioni, che spingono una persona a commettere un reato? Insomma, contano di più il fatto o le intenzioni?

Una risposta netta io non ce l’ho. Certamente le intenzioni di ciascuno non sono sempre conoscibili e definite (talvolta, neanche all’autore dell’azione). Uno stato liberale pertanto dovrebbe limitarsi a punire (con pene certe ed effettive) i reati. Quelli, cui fa riferimento il testo unificato in oggetto, sono già coperti dalle norme vigenti.

Si pensi poi al caso di un picchiatore, che sgancia un pugno a un omosessuale della squadra calcistica avversa. Magari il picchiatore è semplicemente un tifoso violento e non ha alcun astio verso i gay, ma picchia perché è un invasato. Se il testo venisse approvato, egli potrebbe ritrovarsi con una pena aumentata a causa dell’orientamento sessuale della vittima. Ciò non può lasciarci indifferenti.

Chi stabilisce poi quali siano i “moventi” che giustificano un’aggravante? Già vedo pronta una schiera di associazioni, anche religiose, pronte a “rivendicare diritti”, a domandare un briciolo di attenzione al legislatore affinché siano tutelate in quanto minoranze discriminate.

Qual è il confine poi tra il contrasto della discriminazione e il rispetto della libertà di espressione individuale? Questo è un altro punto cruciale. Io, per esempio, sono contro i reati di opinione, tutti. Non vorrei mai vivere in uno stato, in cui va in galera uno che dice che la Shoah non è mai esistita oppure uno che sostiene candidamente che essere gay è una malattia da bastardi. Voglio dire: a Rocco Buttiglione le sue affermazioni in proposito costarono il posto da Commissario Europeo, senza bisogno di tribunali, ma per una scelta squisitamente politica. Una società matura produce al suo interno gli anticorpi contro forme simili di intolleranza, senza che ci sia bisogno di alimentare ogni giorno uno scontro tra sensibilità uguali e contrarie.

Ultimo punto: il testo include una clausola di esclusione del bilanciamento tra l’aggravante speciale introdotta (vale a dire, il delitto commesso in ragione dell’omosessualità o transessualità della persona offesa) e le altre circostanze attenuanti previste attualmente dal nostro codice penale. In altre parole, si dice che, qualora sussista l’aggravante legata all’orientamento sessuale, le attenuanti previste dall’ordinamento vigente non vanno applicate. Si tratta, a dire il vero, di una moda, che caratterizza in modo sempre più repressivo e illiberale gli interventi legislativi introdotti in materia penale nel corso degli ultimi anni. L’inserimento di clausole di questo tipo infatti tende a ridurre lo spazio di discrezionalità del giudice nella concreta determinazione della pena, costringendolo a sposare un trattamento sanzionatorio per quanto possibile severo e rigoroso. A mio avviso, clausole di questo tipo sono incompatibili con una visione liberale e garantista del diritto. In una parola, radicale.

Se poi la sola risposta a queste obiezioni è che si tratta di una normativa “di stampo europeo”, i miei dubbi, anziché rarefarsi, si infittiscono.

ANNALISA CHIRICO

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