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Quella della sinistra su deboli è ideologia Fare il sindacato non li potrà (più) aiutare Perché così sinistra non vincerà (ancora) E italiani seguiranno(?) le derive leghiste (Adesso) il Pd si faccia “partito dell’Italia” E rifacendola grande risollevi anche loro

maggio 13, 2011 di Redazione 

La nostra nazione non è nella condizione di continuare nell’ordinaria (mancanza di) amministrazione. L’Italia ha bisogno di un progetto organico e complessivo sulla base del quale salvarsi e, così, tornare grande, o imboccherà la strada di un declino ineluttabile, sulla quale non sarà tanto facile, poi, tornare indietro. La parzialità della sinistra, e del Pd di Bersani di oggi, sono incompatibili con la concezione di questo progetto organico e complessivo. Il suo scopo (della parzialità) sarebbe aiutare gli oppressi, ma senza il contributo organico e complessivo l’Italia non si salva e con essa andranno (o resteranno) a picco anche i più deboli. Le esigenze della nostra nazione, delle persone che oggi vivono male e della sinistra, al contrario, oggi coincidono in quel possibile sforzo (“sforzo” per questa sinistra autoreferenziale di oggi; non per le forze oneste e responsabili che ne costituiscono l’essenza, sotto la scorza di una vetusta ideologia) della sinistra (stessa), o meglio del Partito Democratico, di farsi partito del Paese, capace di produrre quella nuova politica che vada oltre la rappresentanza di specifici interessi occupandosi di fare (solo) il bene di tutti (insieme). Come abbiamo scritto, naturalmente questo significherà fare anche il bene di quelle persone che oggi versano nelle condizioni peggiori, ma il modo di farlo sarà strutturale e “definitivo”, ovvero quelle persone verranno non assistite, ma coinvolte nella ripresa nazionale. il Politico.it può permettersi di indicare – non demagogicamente e credibilmente –  questo obiettivo perché ha già argomentato il modo in cui raggiungerlo, e, naturalmente, continuerà a farlo. Ma il tempo per compiere questo completo ribaltamento di piano è adesso, oppure non sarà (più) possibile. E non ci sarà modo di dare risposte a quelle persone (ma non sono tutti i deboli) di cui Amnesty International denuncia l’abbandono nel nostro Paese, di cui ci parla ora il deputato del Pd. di ANDREA SARUBBI*

Nella foto, Pigi: e l’astrusità (per lui) di una concezione che non ha nelle corde

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di ANDREA SARUBBI*

Il rapporto che Amnesty International pubblica ogni anno cerca di misurare la distanza tra il mondo reale e il concetto ideale di civiltà: è un tentativo, in base a dei parametri il più possibile oggettivi, di quantificare le mancanze dei singoli Paesi, anche quelli che – come noi – si ritengono all’avanguardia nel rispetto dei diritti umani. Il capitolo dedicato all’Italia, che avrei voluto trovare vuoto, ci offre purtroppo diversi spunti di riflessione: provo a riassumerlo qui sotto, raggruppandolo per argomenti.

Premessa: siamo più di 60 milioni, abbiamo un’aspettativa di vita di 81 anni e mezzo, gli adulti sono quasi tutti alfabetizzati. Quasi significa che, in Italia, un adulto su 83 non sa leggere e scrivere: statisticamente è pochissimo, ma a me fa comunque un certo effetto. Finita la premessa, passiamo ai quattro punti principali.

Rom. Già nell’introduzione, Amnesty scrive che nell’Italia del 2010 “i diritti dei rom hanno continuato a essere violati e gli sgomberi forzati hanno contribuito a spingere sempre più nella povertà e nell’emarginazione le persone colpite”. A marzo, quando l’Alta commissaria Onu per i diritti umani ha visitato l’Italia per la prima volta, si è detta preoccupata perché le autorità italiane stavano trattando i rom e i migranti come “problemi di sicurezza”, invece di cercare il modo di inserirli nella società. Il 25 giugno, poi, è arrivata una condanna da parte del Comitato europeo dei diritti sociali, secondo il quale l’Italia aveva discriminato rom e sinti in riferimento a diversi diritti, come quello all’alloggio e alla protezione contro la povertà e l’esclusione sociale e il diritto dei lavoratori migranti e delle loro famiglie alla protezione e all’assistenza. “I rom – scrive Amnesty – hanno continuato a subire discriminazioni nel godimento dei diritti all’istruzione, all’alloggio, all’assistenza sanitaria e all’occupazione”. E c’è un lungo passaggio del rapporto sugli sgomberi forzati, che “hanno disgregato le comunità, l’accesso al lavoro e hanno reso impossibile ad alcuni bambini la frequenza scolastica”: in particolare, Amnesty si sofferma sulle due città più grandi. Roma e Milano, dove i problemi sono stati maggiori. Il piano nomadi di Alemanno – contestato anche dalla Comunità di Sant’Egidio – “ha perpetuato una politica di segregazione e, per molti, ha avuto come effetto il peggioramento delle condizioni di vita, a causa dei ritardi nella costruzione dei nuovi campi o nell’adeguamento di quelli esistenti. Nonostante alcuni miglioramenti, è rimasto inadeguato il livello di consultazione delle famiglie interessate dagli sgomberi da parte delle autorità”. Quanto a Milano, Amnesty prima denuncia la mancanza di “una strategia per offrire una sistemazione alternativa alle persone colpite” dagli sgomberi e poi ricorda che l’assegnazione delle case popolari, “inizialmente revocata dalle autorità locali per ragioni politiche, è stata confermata a dicembre dalla decisione di un tribunale, che ha anche definito discriminatorio il comportamento delle autorità”.

Immigrati. La battaglia di Maroni contro l’Acnur per i disperati in viaggio dal Nordafrica ha lasciato il segno: secondo Amnesty, in Italia “i richiedenti asilo (compresi molti bambini) non hanno potuto accedere a procedure efficaci per ottenere protezione internazionale”, nonostante le proteste dell’Onu e delle organizzazioni non governative. Il rapporto condanna la violazione del principio di non-refoulement (il divieto di rimandare persone verso Paesi in cui rischierebbero gravi violazioni dei diritti umani) e cita il caso dei 68 migranti rinviati in Egitto ad ottobre, dopo essere stati intercettati al largo della Sicilia: su quella barca, ricorda Amnesty, c’erano anche 44 minori. Nel capitolo sull’Italia c’è anche spazio per la vicenda di Rosarno: si ricorda che l’inchiesta ha finora portato “all’arresto di oltre 30 persone – italiane e straniere – per sfruttamento e riduzione in schiavitù dei lavoratori migranti impiegati nel settore agricolo della zona”. Infine, un attacco al governo: “Le autorità non hanno adeguatamente protetto i migranti dalla violenza a sfondo razziale e, facendo collegamenti infondati tra immigrazione e criminalità, alcuni politici e rappresentanti del governo hanno alimentato un clima di intolleranza e xenofobia”.

Lgbt. Amnesty denuncia il ripetersi nel 2010 “aggressioni omofobe violente”, che attribuisce anche al clima culturale in atto: “commenti dispregiativi e discriminatori formulati da politici nei confronti di rom, migranti e persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno alimentato un clima di crescente intolleranza”. Sul piano legislativo, il rapporto ricorda ancora la mancanza di una legge contro l’omofobia: “a causa di una lacuna legislativa, le vittime di reati di natura discriminatoria basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere non hanno avuto la stessa tutela delle vittime di reati motivati da altre tipologie di discriminazione”.

Detenuti. Oltre a denunciare il sovraffollamento delle carceri italiane, già evidenziato dal rapporto 2009 del Consiglio d’Europa, Amnesty mette in evidenza “le segnalazioni di maltrattamenti a opera di agenti delle forze di polizia o di sicurezza: non sono cessate le preoccupazioni circa l’accuratezza delle indagini sui decessi in carcere e su presunti maltrattamenti”, che “spesso hanno portato all’impunità dei perpetratori”. In particolare, il rapporto cita alcuni casi, fra i quali quello di Stefano Cucchi, che attendono ancora giustizia. Sul tema dei maltrattamenti c’è anche un passaggio dedicato al G8 ed alle violenze di Bolzaneto: “molte delle accuse sono cadute a causa della prescrizione; tuttavia, se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel codice penale, la prescrizione non si sarebbe potuta applicare”.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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