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Diario politico. Pigi non è mio segretario Da ‘miliardario’ Silvio detto con disprezzo A iconografia su Lega che l’ha pendente (fronteggiando così solo i ‘nani’ leghisti) Il vuoto di stile esprime un vuoto di idee Con Bersani Pd resterà un mezzo partito Invece ora come mai serve (tutto) a Italia

maggio 5, 2011 di Redazione 

Perché i Democratici sono quella forza più onesta e responsabile della nostra politica chiamata ad assumersi la responsabilità - e l’onore - di salvare e rifare grande – in un unico tempo – questo Paese. E se il rischio, come vedremo magari più tardi, è che chi verrà dopo Berlusconi (e Tremonti può rappresentare solo uno specchietto per le allodole) porti a compimento quello sfondamento anti-democratico preparato da trent’anni di rivoluzione anti-culturale del presidente del Consiglio, rendendo l’Italia “positiva” (?) al virus del fascismo che, scrive Giorgio Bocca, è “tornato tra noi”, e nessuna certezza può essere legata alla reazione (è proprio il caso di chiamarla così?) delle altre frange della politica italiana, non in funzione difensiva, ma proprio per andare all’attacco e rifare grande l’Italia, (mai come) in questa fase storica la nostra nazione ha bisogno di un Pd che si faccia “partito dell’Italia” e rappresenti la possibile scelta ideale di quella maggioranza di nostri connazionali che non si riconoscono nell’estremismo berlusconiano, e agognano quella nuova politica che vada oltre la rappresentanza di specifici interessi costituita dai cartelli della destra e della sinistra che si occupasse di e facesse solo il bene del Paese. In questo contesto, un Pd vecchio, chiuso in se stesso (“ideologicamente”, nonostante l’apertura delle alleanze, in realtà compensativa di quella chiusura “programmatica”), nostalgico della lotta di classe e del socialismo, è esattamente ciò che può spalancare delle praterie alla soluzione non auspicata. Ed è naturalmente il segretario ad averne la principale (ir)responsabilità. Il racconto della giornata di ieri, con il Tuttoberlusconi da Vespa, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, Bersani stupito delle nostre critiche

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di Ginevra BAFFIGO

Passaggio del testimone da Alfano a Tremonti. Sarebbe infatti il capo del dicastero economico il possibile «successore» allo scranno di palazzo Chigi: parola di Silvio Berlusconi. Dal privilegiato palco televisivo, il premier rivela così a Bruno Vespa: «Se mi chiederanno di candidarmi mi ricandido, ma se mi tiro indietro Tremonti è un possibile candidato». Da Porta a Porta il presidente del Consiglio si affretta poi a rassicurare l’elettorato con una sorta di “abdico ma non mollo”: «Vedremo alla fine di questa legislatura se sarà necessario per il centrodestra mettermi ancora quale candidato alla guida del governo» e, se così fosse, «io non mi tirerò indietro, se invece verranno fuori altre personalità, e ne abbiamo diverse, Tremonti in primis, che possano suscitare consenso elettorale, e sarà l’ampia gamma di sondaggi di cui disporremo che ci dirà se sarà così, io sarei felice di poter magari restare ancora in politica ma occuparmi del partito e lasciare ad altri la conduzione del governo». La possibile successione di Tremonti ottiene da subito la reazione della maggioranza, dove paradossalmente dal Carroccio si leva l’entusiastico favore del collega Roberto Maroni: «Tremonti è un ottimo ministro e sarebbe un ottimo premier», quanto alle file pidielline la reazione del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, è senz’altro più tiepida: «Se lo ha detto Berlusconi…».

Berlusconi e la campagna eversiva della procura di Milano. Nel corso dell’intervista Berlusconi non si limita ovviamente a designare un possibile erede del suo lascito politico, bensì, come sempre da Vespa, affronta un ampio spettro di tematiche, a cominciare dalla sua problematica relazione con le autorità giudiziarie: «È in corso e continua questa campagna eversiva da parte di una procura di cui i cittadini italiani dovrebbero tenere assolutamente conto. Le accuse nei processi contro di me sono infondate, ridicole e assurde. I giudici volevano farmi fuori con una chiara eversione rispetto al giudizio degli elettori. Gli elettori si devono regolare».

E restando in quel di Milano, il capo del governo ribadisce che per lui le ormai prossime amministrative sono da considerarsi «un test politico» per il centrodestra e che non vi è il rischio di perderle per quanto ci sia «un clima da guerra civile e non certo per colpa nostra. Le sinistre annoverano tra i loro sostenitori i centri sociali in cui si annidano molti facinorosi».

Dalle “sinistre” e “sinistri” della politica alle ondate migratorie, le quali, a detta del premier, fanno senz’altro meno paura. Il presidente del Consiglio infatti minimizza sul fronte immigrati: «Siamo un Paese di 60 milioni di abitanti: non dobbiamo aver paura dell’arrivo di qualche migliaio di persone. Immigrati ne arriveranno perché la situazione in Libia è complicata, così come in Tunisia. Cercheremo di distribuirli in tutta Europa».

Mille donne per Letizia Moratti: il premier chiama. In una giornata che si contraddistingue per la climax ascendente di battute di pessimo gusto dei nostri rappresentanti, l’uomo di Arcore non poteva non regalarci qualche perla di genuino spirito circense. Difatti, una cena con mille donne Silvio Berlusconi non poteva proprio perdersela.

Il leader Pdl presenzia infatti la campagna elettorale di Letizia Moratti in un collegamento telefonico, la cui brevità non è di certo andata a discapito del suo repertorio (?).

Una cena con mille donne? «Mamma mia – non riesce a trattenere il premier – e io che sono lontano: che disastro perdere occasioni come queste, una cena con mille donne non si può perdere».

Prima di “affrontare” l’attualità Silvio Berlusconi non lesina qualche barzelletta, ognuna delle quali faceva ovviamente perno sul suo indiscutibile (?) ascendente sulle donne. Per quanto contraddittorio, Berlusconi segue poi con il lodare le donne del suo governo: vero «fiore all’occhiello». «Sono convinto che le donne siano superiori a noi – confessa (?) Berlusconi – per il loro senso di responsabilità, per la tenacia, per la capacità di affrontare i problemi, noi uomini facciamo tanti ghirigori e spesso giriamo intorno alle questioni».

Venendo infine al versante delle elezioni amministrative il presidente del Consiglio avvia la sua contro-campagna elettorale: il candidato sindaco del centrosinistra, Giuliano Pisapia, vorrebbe infatti reintrodurre l’Ici sulla prima casa. «Voi che sarete – esordisce Berlusconi – missionarie di verità e di libertà ricordate a chi va a votare quali sono i programmi di Pisapia se lui, Dio non voglia, diventasse sindaco di Milano. La sinistra ha nel suo programma la reintroduzione dell’ici sulla prima casa, e lui potrebbe farlo a Milano autonomamente dalle decisioni del governo centrale». «Ricordate tutte le cose negative – continua il Cavaliere – che ha la sinistra nel suo programma, che ha come ideologia l’invidia per chi sta bene».

L’incubo dei programmi tributari della sinistra torna a bussare alla porta di Villa san Martino? Sarà… certo il programma tributario del governo non sembra essere più indulgente, per stessa ammissione di Berlusconi, che dagli studi di Porta a Porta conferma le scelte del ministro di via XX settembre in materia fiscale. «Ci sono situazioni del bilancio che richiedono assoluto rigore e Tremonti non può inventare disponibilità che nel bilancio non ci sono. La crisi c’è ancora, non è possibile in questo momento pensare a una riduzione della pressione fiscale» ribadisce al suo giornalista di fiducia.

Tasse o non tasse, Pisapia non piace, ed il premier invita a diffidare dal «suo viso rassicurante»: «Dall’altra parte – è sempre il premier al telefono con le mille donne pro Moratti – c’è la sinistra di sempre: il candidato scelto questa volta ha un viso rassicurante, ha la fisionomia del moderato, ma non dimentichiamo che viene da Rifondazione, poi è passato a Sinistra e Libertà e ha tra i suoi sostenitori anche i Centri Sociali: quei violenti che qualche giorno fa hanno aggredito a Napoli il nostro candidato sindaco».

Ed anche sulla Libia… Le battute fuori luogo ed i riferimenti alla viril(?) tempra dei nostri delegati al governo non si esauriscono in quel delle campagne elettorali, ma travalicano i confini della complicata vicenda delle mozioni sulla missione italiana in Libia.

Gli allori della vittoria si consegnano alla Lega, o almeno questo è quanto ritiene Umberto Bossi, che sullo scemare delle tensioni con il Pdl rispolvera il suo ben noto linguaggio: «La Lega ha vinto, ce l’ha sempre duro. Abbiamo trovato la quadra» chiosa ai microfoni dei giornalisti.

Ad esprimere la posizione del governo alla Camera è il ministro degli Esteri, Franco Frattini, dove la mozione della maggioranza passa con 309 sì, 294 no e 2 astenuti, quella del Partito democratico 260 voti, mentre a favore della mozione del Terzo Polo votano 265 deputati.

A verdetto decretato il premier tradisce una certa soddisfazione: «Abbiamo dimostrato ancora una volta che la maggioranza e il governo sono solidi».

Ma sul no posto dalla Nato ai limiti pretesi dal Carroccio sul termine della missione militare il Senatùr non ha proprio nulla da aggiungere? «Credo che una volta presa una posizione del genere nel Parlamento italiano, anche la Nato dovrà in qualche modo prenderne atto» e la vaga risposta del leader leghista. Senz’altro meno vaga è invece la replica del leader Democratico, Pierluigi Bersani, alla battuta della Lega che «ce l’ha sempre duro»: «Quando gira a Roma mi sembra piuttosto flettente, ma non sono un tecnico».

Al di là delle solite boutades, sappiamo che in parte le carte sul tavolo della missione libica sono cambiate, come spiega la Farnesina: «La soluzione politica verrà lanciata certamente giovedì, sappiamo che il Consiglio nazionale di Bengasi ci preparerà una road map politica che io ho letto e che mi sembra un contributo importante su cui noi ragioneremo anche perché viene dai libici, non da altri» rivela il ministro degli Esteri Frattini alla vigilia dell’incontro del cosiddetto gruppo di contatto sulla Libia.

Ginevra Baffigo

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