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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Il ‘nostro’ (cinema) è (oggi) “di provincia” Perché la nostra nazione (lo) è ‘provincia’ Tornare a svolger narrazione mainstream (Ri)scrivendo Storia della civiltà (futura) ‘Nazionalismo’ e riv. culturale per farcela Il cinema è termometro e seme di società

maggio 1, 2011 di Redazione 

Lo “dimostra” Malavoglia, la rilettura di Verga ispirata a Visconti propostaci da Pasquale Scimeca: Storia “marginale” laddove in origine era La Storia (in tutti i sensi). Il respiro, la linea orizzontale (in tutti i sensi?) sulla quale una nazione tiene lo sguardo si riflette nello Sguardo del Cinema. E così il Cinema può indurre ad alzare la testa (anche qui, in tutti i sensi) per guardare oltre. La rivoluzione culturale è quel processo per cui l’Italia investe su se stessa, e torna ad arrampicarsi sulla scala del mondo – e della civil- tà – “poggiandosi” sulla propria progressiva capacità di guardare un po’ più in alto. (Anche) per vedere meglio e indicare poi agli altri come salire a loro volta. Il cinema, arte figurativa del nostro tempo, ha (o ri-avrà) il ruolo-guida. Lo ha già sul giornale della politica italiana, dove Attilio Palmieri&Fabrizio Ulivieri precorrono i Tempi. Come tutto il Politico.it (M. Patr.).

Nella foto, il visconteo La terra trema

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Malavoglia

REGIA: Pasquale Scimeca

ATTORI: Antonio Ciurca, Giuseppe Firullo, Omar Noto, Doriana La Fauci, Greta Tomasello

GENERE: Drammatico

DURATA: 94 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Inizio verista davvero, con la cruda nascita di un asinello estratto in diretta dal grembo dell´asina. Crudo inizio con l´arrivo degli ormai eterni profughi che eternamente sbarcano sulle nostre coste, e nulla è più verista di questi nuovi disperati in fuga dalle loro disperate terre del Nord Africa.

Antonio (l´`Ntoni del Verga) se ne sta seduto sul molo e mangia un panino. Uno dei disperati fugge dalla nave e lo raggiunge. Antonio gli dà il resto del panino e lo salva dalla polizia. Lo porta dallo zio come schiavo, per travagghiare.

Il disperato si chiama Alef, da Antonio sarà poi chiamato Alfio.

Mentre Alfio comincia a far lo schiavo in Sicilia, Antonio va a Milano (non si capisce per cosa).

Dopo alcune peripezie narrate dal film Antonio ritorna e ricomincia a lavorare come pescatore, ma non è più quello di prima: è più noddico, non si riconosce più nel travagghio, racconta delle sue avventure a Milano con le bottane milanesi, fuma spinelli e fa a botte con tutti, finché non conosce una ragazza che ha un bar e sa anche cantare. Con lei comincerà a comporre canzoni e a musicarle.

Il regista, Pasquale Scimeca, indubbiamente ha davanti la lezione di Luchino Visconti (La terra trema) e fa cinema verista: ambienti miserabili, fotografia dura, dialetto (con sottotitoli), miseria, disperazione, malavita e mare impietoso, sciagure, incubi e debiti. Gli elementi veristi ci sono tutti.

Io un film lo giudico da quanto mi prende. In verità questo mi ha preso ben poco, ma in compenso mi ha annoiato abbastanza.

E´ un film goffo. Tanto movimento (inutile) e poca azione (cioè storia): qui non c´è storia, solo quotidianità di stampo surrealista (= verista?).

La cosa migliore del film sono le musiche, ma a parte quelle il film è, come si dice in spagnolo, un gran rollo “una bella pizza”.

(Un´annotazione personale: io vorrei sapere che film vedono quelli de il Giornale che hanno avuto da ridire su Hereafter di Clint Eastwood e danno 7 ad un film come questo; per tralasciare di altri loro giudizi…).

Voto: 2 stelle.

FABRIZIO ULIVIERI

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