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Senza riduzione debito non ripartiremo Ma senza lo sviluppo saremmo daccapo Via i privilegi della politica (e gli sprechi) Poi contributo di italiani al ripianamento Intanto il mercato del lavoro sia ‘liberato’ Sì ora alla possibilità di licenziare (tutti) Occupazione continua con la formazione Solo così (?) si salva e rifà grande l’Italia

aprile 27, 2011 di Redazione 

Mentre il resto della stampa fa le pulci alla nostra politica autoreferenziale di oggi, a cui è collaterale, il giornale della politica italiana continua nel proprio impegno per gettare le basi della costruzione del futuro. Nel 1835 gli Stati Uniti azzerarono il loro debito, mettendosi nella condizione di prolungare una (eterna?) giovinezza. Oggi l’Italia è appesa al proprio (di debito). L’attuale ministro dell’Economia, che ci osserva stupito dall’immagine che accompagna questo articolo, ha trovato nella necessità di mantenere in ordine il bilancio l’unica stella polare della propria azione (?) economica. Ma stare fermi non risolve e, a lungo andare, nemmeno tampona (più). Con questo intervento del suo direttore, il Politico.it avanza allora una (ulteriore) proposta su come coniugare il necessario ripianamento del debito – a partire da una (altra) proposta di Giuliano Amato – e lo sviluppo, che, scrive Matteo Patrone, non può passare – durevolmente – che dalla costruzione di una prospettiva per i nostri (singoli) giovani e (quindi, e viceversa) per il Paese. di MATTEO PATRONE           

Nella foto, il ministro (?) dell’Economia (?)

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Oggi l’Italia è impantanata. Per tenere a bada la pressione del debito il ministro dell’Economia non consente più alcun intervento. Ma la nostra nazione non è un Paese libero, florido (in modo futuribile) e dinamico, che si possa permettere di mantenere lo status quo. I giovani non trovano lavoro. E quando lo trovano, non si apre nessuna prospettiva per loro ma (proprio perché) nemmeno per il proprio Paese.

La “liberazione” (economica) dell’Italia passa dunque necessariamente (anche) attraverso la messa in sicurezza del debito. Ma saremmo pronti a vedere di nuovo scoppiare, irrimediabilmente le valvole che tengono a bada quella pressione se non avessimo contemporaneamente creato le condizioni per un rilancio dell’economia che passasse anche attraverso maggiori opportunità – e sicurezze – per i giovani.

Tremonti propone di tirare i remi in barca: i nostri venti-trentenni si accontentino di fare quel che viene loro proposto -ma in questo senso è necessaria quella parte di rivoluzione culturale che ci liberi dal vincolo “sociale” di fare solo certi lavori – e nessuna idea di sviluppo viene messa in campo.

Da sinistra giungono mesti e fiacchi propositi. Si alza (semmai) una sola voce capace di un pensiero forte: quella di Giuliano Amato. Che, stimolato a trovare una soluzione dall’ipotesi di nuovo governo formulata dal giornale della politica italiana, propone un prelievo (“forzoso”) di diecimila euro (in media) dai conti correnti di ciascuno di noi proprio allo scopo di dimezzare il debito, alleggerirci (in tutti i sensi?) e “liberarci” così per la fase due.

La proposta viene subito rigettata sdegnosamente da destra, e (ancora una volta) mestamente incompresa a sinistra. Manca (appunto) il pensiero forte, e del resto nessuno, in una nazione sfiduciata in una propria (?) politica autoreferenziale che pensa a fare solo i propri interessi, sarebbe disposto a concedere ancora (proprie risorse) ad uno Stato che viene visto come nemico poiché, nella sua attuale conformazione, come tale in effetti si configura.

Ma ora immaginate uno scenario ulteriore. Se – al contrario - alla proposta Amato si accompagnasse una contemporanea riforma strutturale della spesa, a cominciare dai costi della politica – un taglio radicale che ha l’obiettivo di perpetuare la possibilità, e non il contrario, dei servizi essenziali – l’Italia sarebbe forse meglio disposta nei confronti di un contributo che verrebbe visto come propria con-partecipazione allo sforzo collettivo per liberarci di questo peso. Il debito, ridotto, non tornerebbe a crescere (subito) perché sarebbe appunto stata riformata la propria principale fonte costitutiva.

E se alla ristrutturazione della base si associasse una riforma del mercato del lavoro che rimettesse tutto in gioco, ma per giocare la partita dell’innovazione e dello sviluppo, il nostro Paese potrebbe probabilmente ritrovare quell’entusiasmo che lo renderebbe capace di rimettere in campo il proprio genio, e di farcela.

Un mercato del lavoro dal cui campo venisse dunque tolto il moloch, oggi insostenibile, del posto fisso. Anche per chi, quel posto fisso, oggi ce l’ha. E per – in tutti i sensi – chi oggi non ce l’ha. No al posto fisso, ma – attenzione – sì alla continua occupazione. La chiave per risolvere questo (apparente) paradosso si chiama formazione permanente, finalizzata all’innovazione.

Se le aziende (e lo Stato) fossero liberate dal vincolo di mantenere (in tutti i sensi) i propri dipendenti a prescindere dalle proprie esigenze di crescita, ma contemporaneamente fossero responsabilizzate (con leggi apposite) – e coinvolte dalla Politica – a riconsiderare la “crescita” non più (solo) come un esercizio di riduzione dei costi, bensì come continuo investimento in una innovazione sostenuta (anche) dallo Stato (stesso), la flessibilità potrebbe trasformarsi in un costante impegno al rinnovamento (di sè) delle aziende e dei lavoratori, per uno sforzo congiunto a salvare e rifare grande – in un unico tempo – l’Italia.

Che, per riuscirci, ha un solo ruolo da interpretare in commedia: quello di culla della civiltà. E questo significa, inevitabilmente, cultura; innovazione; formazione permanente.

M. Patr.

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