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Intanto a Fukushima il disastro continua E anche a NY vogliono chiudere impianto Ma economicamente nucleare conviene? Ogni centrale porta l’1.4% di produzione E “copre” 3% di massimo consumo Paese E’ un affare. Ma per chi lo “costruisce”… di EMILIO D’ALESSIO

aprile 27, 2011 di Redazione 

Sfatiamo un mito: l’energia atomica non conviene. Ammesso che nel 2013 – in piena campagna elettorale – Berlusconi possa avere il coraggio di rimettere in campo un tema che comunque non porta voti (anche a distanza di tempo da Fukushima), un programma avviato allora porterebbe al completamento della prima centrale solo nel 2025. Contro l’immediatezza del “ritorno” (in tutti i sensi) energetico delle rinnovabili. Ma questo, diranno i nuclearisti, si sapeva; il problema è assicurarci l’indipendenza energetica “prima o poi”. E il vero vantaggio dell’energia atomica sarebbero i suoi bassi costi, tali da riverberarsi anche in una riduzione delle bollette per ogni cittadino. Ma il nucleare è ben lungi dal soddisfare in un basso rapporto centri di produzione/prodotto quel fabbisogno del nostro Paese. E anche la storia delle bollette è parzialmente falsa: i costi di produzione dell’energia incidono solo per un 30%. Tutto questo a fronte di un’alternativa-energie pulite la cui praticabilità – e convenienza – economica diviene anno dopo anno una realtà. Come abbiamo scritto ieri, in questo quadro l’unica ragione per insistere con l’atomo è la convenienza, sì, ma di quanti (pochi) faranno affari con la costruzione delle centrali. Ce ne parla l’esperto di sviluppo sostenibile. di EMILIO D’ALESSIO

Nella foto, nucleare: al tramonto(?)

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di EMILIO D’ALESSIO

Nella conferenza stampa al termine del vertice con Sarkozy il premier Berlusconi ha ammesso di avere imposto una moratoria sulla strategia nucleare del governo per evitare una probabile sconfitta al referendum. Che quella presa dal governo fosse una decisione strumentale lo sapevamo già tutti da tempo, quindi nessuna sorpresa. Secondo quanto dichiarato da Berlusconi una pausa di due anni permetterà all’opinione pubblica di “tranquillizzarsi” e al programma nucleare italiano di ripartire.

La moratoria di due anni è una scelta tattica, certo. Profondamente sgradevole ma giuridicamente legittima. Berlusconi oggi ha detto che anche i suoi sondaggi consigliavano di evitare un confronto elettorale sul tema. Il premier detesta perdere, e certo la contemporanea presenza del referendum sul legittimo impedimento rende ancora meno attraente rischiare che venga raggiunto il quorum (sarebbe la prima volta dal 1995). Ha detto bene Massimo Giannini ieri sera a Ballarò, Berlusconi ha il pallone in mano e decide lui se giocare o no.

I promotori dei referendum non avrebbero mai pensato ad una opportunità come quella offerta dalla catastrofe di Fukushima. Una maggioranza di votanti che non si raggiunge dal secolo scorso sembra oggi una ipotesi molto concreta, con la vittoria scontata dei sì. Ecco perché Berlusconi corre ai ripari e confessa, esternando non a caso nell’occasione del vertice con la Francia, partner principale della tardiva e abortita avventura nucleare italiana.

Lo “scippo” brucia ma in realtà il new cleare italiano è comunque terminato. Cominciamo dalla causa del ripensamento strumentale, il gravissimo incidente di Fukushima. La situazione, dopo 40 giorni, non è affatto sotto controllo. I reattori ancora non sono ispezionabili per l’altissima radioattività, si procede per ipotesi e con rilevazioni strumentali limitate e discontinue. Il piano predisposto per il cold shutdown è già disatteso e comunque prevede almeno sei mesi di lavoro in cui l’impianto continuerà a diffondere radiazioni. Nel frattempo quasi centomila persone sono state evacuate e non torneranno alle loro case, con loro se ne sono andate l’economia locale, le tradizioni, la vita sociale. Non sarà così facile “tranquillizzare” gli Italiani, come vorrebbe Berlusconi. Anche perché Angela Merkel ha annunciato formalmente che la Germania dismetterà tutti gli impianti nucleari entro dieci anni. Il governatore di New York Andrew Cuomo vuole chiudere la vecchia centrale di Indian Point, dove un incidente avrebbe conseguenze su un’area abitata da venti milioni di persone. I paesi impegnati nei progetti per nuove centrali atomiche hanno tutti tirato il freno, Cina compresa.

La moratoria del governo di centrodestra, seppure strumentale, ipocrita e teoricamente rivedibile, sarà l’epitaffio del nucleare italiano. Iniziare ex novo un programma nucleare nel 2013 è pura follia. Inoltre tra due anni, quando il tema dovrebbe teoricamente essere riportato in agenda, saremo in piena campagna elettorale per le politiche e certo Berlusconi non avrà interessi a sollevare un problema così sensibile, con la consapevolezza che se lo farà la gran parte degli Italiani sarà felice di votargli contro. In ogni caso il centrosinistra dovrà rivendicare la sua netta opposizione all’energia atomica, rilanciando sul risparmio energetico, l’efficienza e la produzione da fonti rinnovabili, settori che creano occupazione e fanno crescere il paese.

Del resto, ricordiamolo, il programma atomico sottoscritto a suo tempo con la Francia comprende quattro centrali EPR, in totale meno del dieci per cento del nostro fabbisogno di elettricità. Ma nell’immediato il governo prevedeva l’avvio delle procedure per una sola centrale, che con il nuovo rinvio al 2013 non sarebbe stata comunque terminata prima del 2025. Una centrale atomica equivale all’1.4% dell’attuale potenziale di produzione elettrica del paese e al meno del 3% del picco storico di consumo in Italia (53 GW, estate 2005). Sono percentuali risibili, ininfluenti. In venti anni il risultato di tutto questo polverone atomico sarebbe una variazione solo del 10% del cosiddetto “mix energetico”, con costi altissimi in termini economici, sociali e ambientali.

Tutto il resto fa parte di un ampio prontuario di disinformazione e propaganda, come il miraggio della riduzione del prezzo dell’energia, ripetuto con sorprendente incompetenza dal governo. Il costo di produzione dell’elettricità in Italia incide solo per il 30.9% delle bollette, il resto sono tasse e accise. Lo scenario economico non sarebbe certo destinato a cambiare per un pugno di costosissime e pericolose centrali atomiche, che al massimo potrebbero ridurre di qualche punto il costo di un decimo di quel 30.9%. Quindi la riduzione miracolosa riguarderebbe il 3% della bolletta elettrica. Sai che risparmio. Ovvio che occorre investire altrove, puntare sulle rinnovabili, sostenere l’efficienza energetica, cercare soluzioni efficaci per garantire gli impegni sottoscritti con l’Europa e che scadono nel 2020. Un governo serio farebbe questo.

EMILIO D’ALESSIO

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