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***La proposta***
COME FAR QUADRARE I BILANCI DELLA CULTURA
di ENRICO MUSSO*

aprile 15, 2011 di Redazione 

E’ la chiave di ogni (nostro) progetto. Cultura strumento per la (nostra) liberazione, per salvare e rifare grande questo Paese e per costruire il futuro (del mondo). Da qui. La pensa allo stesso modo il parlamentare eletto nel Pdl e passato poi al gruppo delle autonomie – che comprende anche l’Udc – al Senato. Nel giorno dell’insediamento di Giancarlo Galan alla guida del dicastero-chiave (ma la maggioranza, in tutti i sensi, ancora non lo sa) per la costruzione del futuro dell’Italia Musso ha tenuto un lungo discorso nel quale descrive dettagliatamente il modo in cui rilancerebbe la cultura nel nostro Paese. Un vero e proprio programma da ministro, appunto. Nella concezione del senatore genovese la cultura ha la stessa centralità che ha nella nostra. La differenza è che Musso trova il modo di (o comunque prova a) fare (direttamente) quadrare i bilanci coniugando quel concetto con l’idea dell’investimento (economico). Non solo indiretto. Ecco il discorso. di ENRICO MUSSO*

Nella foto, Enrico Musso

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di ENRICO MUSSO*

Presidente, Signor Ministro, Colleghi Senatori,

(1 – La cultura dei tagli)

Le scelte politiche sulla cultura in Italia hanno visto in questi anni una drammatica inversione di tendenza. Da un passato di molti sprechi, frutto di una generale tendenza all’appropriazione del denaro pubblico, e al formarsi di rendite corporative e clientelari da esso finanziate; a un presente di vacche anoressiche che, dove, senza intaccare le cause della malattia, si punta a far morire di fame il malato, portando la spesa pubblica – sprechi compresi – giù fino a un ridicolo 0,18 % sul PIL, contro il 2-2,5% di Paesi come la Francia, la Germania, il Regno Unito.

Senza contare che è alla vastità del patrimonio che dovremmo rapportare i dati. Il 75% dei tesori naturalistici e culturali del mondo. Più siti patrimonio UNESCO di qualsiasi altro paese, oltre 900. La gestione di questo patrimonio culturale è un onere, ma il calo della spesa pubblica nel settore, per il periodo 2008-2013, è calcolato di 2 miliardi e 850 milioni.

Fu un altro ministro, di un governo ben peggiore, per fortuna non italiano, a dire “quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”. Ma qui qualcuno ha messo mano alla sciabola.

Certo, con valide motivazioni. Il terzo debito pubblico del mondo (come il Ministro dell’Economia sovente ricorda) e ormai anche la terza pressione fiscale d’Europa (come il sullodato ministro talora dimentica). Risanamento finanziario e regole europee impongono forti riduzioni di spesa.

Ma la logica dei tagli lineari, quindi indiscriminati, abdica al giudizio di valore su che cosa richiede e che cosa non richiede l’intervento pubblico. E non è poi molto diversa dalla logica dei finanziamenti “storici”, o del “diritto acquisito”, che genera iniquità di ogni sorta.

Il pendolo fra i due estremi è schizofrenico. Il FUS è stato decurtato dai 526 milioni del 2007 ai 418 del 2010 e a 258 per il 2011. Ma ora il DL 34 in discussione la prossima settimana in questa aula può riportarlo a 407, ricorrendo peraltro ad un ulteriore aumento delle tasse, quelle sulla benzina, di cui non si sentiva la mancanza.

Nella manutenzione e restauro, la capacità di spesa era di circa 450 milioni di euro, la disponibilità totale per il 2011 di appena 102 milioni. Il ridimensionamento del personale lascia scoperti settori tecnici indispensabili. Il Presidente del Consiglio superiore per i beni culturali, Andrea Carandini, ha scritto al Presidente della Repubblica che non è più in grado di attuare quanto l’articolo 9 della Costituzione impone, e si è dimesso. Come lui Salvatore Settis, nel febbraio 2009, per lo stesso motivo.

Il presidente del Fondo Ambiente Italiano parla di “situazione catastrofica” per i beni culturali: rispetto a sei anni fa, il finanziamento si è ridotto del 70 per cento. Anche i tagli alle Regioni e agli enti locali si stanno riflettendo sui bilanci della cultura.

Gli appelli del ministro Bondi al suo stesso Governo per il ripristino di risorse economiche e professionali indispensabili sono stati ignorati, nel disinteresse e nello scientifico accanimento per annientare e umiliare un settore vitale.

Oggi il neoministro Galan, cui faccio i migliori auguri di buon lavoro, è chiamato a raccontarci una sua visione, che il predecessore aveva probabilmente presente ma non ha avuto la forza politica di tradurre in atti concreti, finendo poi, con grande dignità di cui desidero dare atto, per rassegnare le dimissioni. E certificando che quella che attende ora Lei, signor Ministro, è un’operazione politicamente impervia, in questa difficile stagione politica, e per portarla avanti con successo è importante avere le idee chiare.

(2 – Tra Scilla e Cariddi)

I forsennati tagli orizzontali e il mantenimento dello status quo sono in realtà, sul piano logico, scelte simili, e similmente sbagliate.

Serve una “terza via”, non solo quanto a cifre, ma quanto a criteri di assegnazione e strategie complessive di intervento.

Abbiamo ripetuto come un mantra che investire sulla cultura significa non solo salvaguardare l’identità nazionale nel contesto del patrimonio artistico e culturale dell’umanità, ma collocare un tassello indispensabile del mosaico dell’Italia che verrà, della sua economia, della sua ricchezza, della sua competitività (oggi come è noto ridotta a posizioni mediocri, fra il 50° e il 70° posto, nelle classifiche mondiali).

Ma dobbiamo essere consapevoli che le politiche culturali del passato, in particolare le politiche di spesa, non erano un modello di efficienza e di efficacia, ma un modello di spreco, difese corporative, autoreferenzialità, superfetazioni burocratiche. E potenzialmente lo sono ancora, perché i tagli lineari sono rispetto a questo neutrali. “Affamare la bestia” è il contrario di “ingrassare la bestia”, ma nessuno dei due concetti ha minimamente a che fare con educare la bestia. Prendiamone coscienza, o non basterà recuperare le risorse tagliate, come lodevolmente si sta ora cercando di fare, peraltro smentendo quanto deciso solo poche settimane or sono.

Proprio nell’ipotesi che le risorse siano ripristinate, e magari incrementate, si devono studiare i modi per eliminare finalmente gli sprechi, favorire il merito e la qualità nella produzione culturale come nella valorizzazione del patrimonio esistente, costruire infine anche una dimensione economica e reddituale del settore.

Se non si mette mano a una stagione di riforme radicali, l’auspicato reintegro – peraltro parziale e coperto nel modo sbagliato – serve solo a tappare la bocca a qualche forza politica o a qualche operatore del settore.

(3 – Cultura ed economia: capovolgere la visione)

I dati sull’economia della cultura, che citavo prima per l’Italia, ma ancora di più quelli dei paesi più avanzati, suggeriscono che noi dobbiamo rovesciare la nostra visione. Oggi della cultura pensiamo una di queste due cose: che, siccome è pagata dai contribuenti, deve costare il meno possibile; oppure che, siccome genera benefici per la società, è giusto sia pagata dai contribuenti.

Eppure, basterebbe riflettere al fatto che oggi nell’economia mondiale competono non più le imprese ma i territori e i paesi, basterebbe pensare quali sono oggi i “vantaggi competitivi”: l’accumulazione (e quindi il patrimonio) di conoscenza e cultura, l’alta qualità, l’unicità e non replicabilità del proprio “prodotto”, il potersi rivolgere a un mercato potenzialmente planetario, in uno dei settori maggiormente in crescita con il crescere del reddito e della scolarizzazione, con il crescere della comunicazione, con i sempre minori costi e tempi di trasporto. Basterebbe pensare tutto questo per capire che abbiamo di fronte non solo l’architrave della nostra identità nazionale, ma un asse portante della nostra economia. Poi, è anche devastante per la nostra immagine mostrare di considerare superfluo ciò che tanto ha rappresentato e rappresenta per l’arte e la cultura mondiale. Tanto più che si tratta di tagli comunque “minori” per il bilancio dello Stato. Il taglio del FUS di quasi il 40% in un anno avrebbe significato una diminuzione della spesa pubblica di 160 milioni, centesimi di punto cioè dello 0,2 per mille della spesa pubblica: nulla a fronte degli immensi sprechi che tuttora sussistono perché non si fanno le grandi riforme dell’economia e del mercato e non si rende più efficiente la macchina pubblica e più competitiva l’economia privata.

(4 – Principi e nuove strategie)

Dunque: la cultura (anche) come fonte inestimabile di ricchezza e reddito – per il turismo, lo studio, la conoscenza. Un settore in crescita che offre lavoro a molti professionisti, crea un grande indotto, incrocia le politiche sociali, quelle della formazione e quelle turistiche. Perfettamente integrato alle nostre ricchezze ambientali, artistiche, architettoniche.

È un’industria, l’unica dove l’Italia non deve temere concorrenza. Abbiamo il meglio, e ne abbiamo più di tutti. È solo (si fa per dire) una questione di gestione. Il primato del patrimonio culturale, inteso come prodotto della cultura del passato, comporta anche un onere enorme, e ha enormi ricadute dirette ed “esterne”, o “di sistema”. Soprattutto, ha una redditività “diffusa”, cioè non solo per l’investitore, e differita nel tempo, addirittura per secoli. Per questo non è facilmente “bancabile”, diremmo oggi, e richiede (anche) la cooperazione e la collaborazione tra lo Stato e il privato.

Non bisogna dunque avere paura di riavvicinare cultura e mercato, e anche costi e ricavi, investimenti e profitti. Ma la ricetta non è solo questa. L’impegno economico, pur necessario, è sprecato se non inserito in un piano che indirizzi le risorse, avendo come riferimento l’equilibrio tra:

Conservazione dei beni culturali

Creazione di nuova cultura, sia scientifica (ricerca), sia artistica;

Divulgazione e fruizione della cultura, elemento necessario di crescita sociale.

Introdurre logiche economiche non deve significare tagliare risorse – quando mai – ma passare dalla logica della sovvenzione a quella dell’investimento. Un investimento particolare, in cui i profitti sono in parte per chi ci mette i soldi, e in parte per la società intera, e per le generazioni a venire. Ma pur sempre un investimento. Non è un crimine gestire la cultura in modo efficiente, eventualmente o parzialmente redditizio, sia riducendo i costi (eliminando gli sprechi) sia aumentando i ricavi. Un’efficienza che non potrà eliminare certe peculiarità economiche, come la sostanziale impossibilità di sostituire lavoro con capitale nello spettacolo dal vivo, il cosidetto “morbo di Baumol” che frena la crescita della produttività del lavoro.

Ma ci sono spazi per principi innovativi, che possono declinarsi in nuove strategie e in molte nuove idee.

(4.1 – Il merito)

Tutti parlano di meritocrazia. Ma il premio al merito non può che nascere dal confronto, e quindi dalla concorrenza.

Il criterio di assegnare i contribuiti pubblici – tanti o pochi che siano – rispetto a un’eredità storica è quanto di più inefficiente e disincentivante si possa immaginare. Io non prenderò tanti o pochi contribuiti in relazione alla cultura che produco, o al suo successo di critica e/o di pubblico, ma in relazione a quanti ne ho avuti negli anni precedenti. Ed essi a loro volta, in un mondo autoreferenziale in cui è difficile riconoscere e fare accettare valutazioni oggettive, dipendono spesso da influenze o egemonie culturali e politiche, o quando va bene dalla circostanza di essere “saliti sulla giostra” in tempi e circostanze contingenti più o meno favorevoli.

Per gli stessi motivi, le nuove forme della cultura faticano ad affermarsi nel novero delle attività culturali e ad essere riconosciute parte del patrimonio culturale. È stato il caso della fotografia e del cinema, e in parte lo è ancora. È oggi il caso della computer culture e della digital art, la più importante nuova forma d’arte comparsa sulla scena mondiale negli ultimi 20 anni, con un numero di fruitori imparagonabile alla lirica che drena quasi tutte le risorse pubbliche.

Occorrono dunque nuove regole nella distribuzione delle risorse pubbliche, e in particolare del FUS.

La prima regola è che la politica deve stare fuori dalla cultura. La politica si è insinuata nella discrezionalità della valutazione artistica, e l’assegnazione dei contributi con criteri storici, o decise da commissioni largamente infiltrate da artisti politicizzati è solo la declinazione finanziaria di un concetto di “egemonia culturale” che è una forma di manipolazione delle masse non diversa dalla tv spazzatura.

La ripartizione del FUS ha seguito negli anni logiche clientelari e politiche con una sfacciataggine rara anche per il panorama italiano. Le baronie dell’università impallidiscono di fronte a certe monarchie che per decenni mantengono il potere all’interno dei teatri pubblici e talvolta arrivano a nominare i loro eredi. I criteri di distribuzione dei fondi siano ispirati a politiche innovative, verifiche di risultati, apertura verso i nuovi linguaggi espressivi, alla creatività più vivace. Invece di confrontare la validità dei “progetti” culturali e artistici, si fa riferimento a vecchie categorie, e per paradosso si va a finanziare esperienze decrepite.

Si introducano sistemi di valutazione nuovi e più oggettivi del valore artistico delle opere, basate su criteri stabiliti ex ante e un po’ meno manipolabili. Un po’ come è avvenuto nel mondo della ricerca e dell’università con le riviste internazionali con impact factor. Sistematicamente nei paesi più seri, e ormai un po’ anche in Italia, il candidato a una posizione legittima la candidatura con un curriculum di pubblicazioni che testimonia oggettivamente delle sue capacità, sottraendo discrezionalità e impedendo l’arbitrio alle commissioni di concorso. Analogamente, nelle diverse tipologie di attività culturali si può costruire ex ante una rete di riferimenti tendenzialmente oggettivi e riconosciuti internazionalmente, per esempio la partecipazione e il riconoscimento conseguito in festival internazionali, il curriculum delle recensioni critiche, e – vivaddio – anche il pubblico.

Il pubblico, questo sconosciuto. Con la scusa della non mercificazione della cultura, interessare a un pubblico è diventato quasi una colpa. Come se comunicare efficacemente il messaggio culturale ed artistico non fosse essa stessa una delle qualità di un artista.

Recuperiamo il pubblico come criterio oggettivo di valutazione. Certo, sapendo le produzioni andranno ponderate per un coefficiente di valore artistico, maggiore per le sperimentazioni più difficili, intermedio per produzioni classiche, consolidate ma impegnative, un peso zero, e conseguentemente un contribuito zero, ai cinepanettoni o prodotti equipollenti nelle varie arti. Il tutto con coefficienti predeterminati e valutazioni sui progetti e non sugli enti o gli autori in quanto tali.

E in epoca di risorse scarse, “ripensare gli incentivi” può voler dire smettere di assistere tutti. Si aiutino prevalentemente gli esordienti, e magari in una logica di prestiti d’onore, che siano suscettibili di restituzione a cominciare dagli eventuali profitti dell’opera sussidiata.

(4.2 – I fruitori)

Non è necessario che la logica sia una logica di mero profitto per pensare di “formare” o educare i futuri fruitori, cioè i “clienti” del prodotto cultura. Riavvicinare il pubblico, anche puntando sulla formazione scolastica, al repertorio lirico-sinfonico.

Si può poi fare ricorso a prezzi molto premianti per ragazzi e nuovi fruitori: non per buonismo, ma perché anche la cultura dà assuefazione, e la riduzione di ricavi iniziali ne porta di maggiori in futuro. O forme di acquisti cumulativi per attività culturali diverse, in modo da ampliare lo spettro delle tipologie di attività richieste da ciascun fruitore.

Bisogna creare legami più fitti tra il mondo del lavoro e lo studio, tra il mondo delle imprese, il terzo settore e il mondo della cultura.

Con agevolazioni, o anche senza, la partecipazione a eventi culturali può diventare di volta in volta un premio aziendale, una loyalty per fidelizzare i clienti di un supermercato, un premio per i risultati scolastici o universitari, la “retribuzione” di attività di volontariato o di pubblica utilità.

E come un quotidiano che insegue il lettore in vacanza, le fondazioni teatrali potrebbero maggiormente puntare su “appendici estive” e festival sul modello di Verona, Caracalla, Orange, esportabili in cornici archeologiche o ambientali di cui l’Italia dispone in numerose regioni, con evidenti benefici anche sull’industria turistica.

Anche merchandising e marketing possono avvalersi di un ruolo pubblico di coordinamento. Il genio dell’artigianato italiano, dell’estro nazionale, può essere sfruttato nel creare gli oggetti, dando lavoro al settore. Tutti i musei, tutti i teatri, tutti i siti della cultura devono portare il marchio della cultura italiana. Il merchandising deve generare introiti per sostenere le strutture. Non deve essere lasciato a gestori esterni. L’esempio dei Musei Vaticani (che a loro volta hanno studiato il Metropolitan Museum of Art di New York per gadgets e riproduzioni) insegna che un merchandising articolato può servire anche per il fundraising, ed è fondamentale per la sopravvivenza della cultura e delle strutture.

(4.3 – I costi e l’efficienza)

Sul fronte dei costi, le situazioni sono differenziate. La più grave riguarda la lirica: teatri commissariati, deficit complessivo cumulato a 160 milioni di euro, debiti di oltre 290 milioni di euro. Lo stato “azionista di maggioranza” contribuisce per circa il 70% ma poi delega il governo dei teatri agli enti locali contro ogni logica d’impresa, e ripiana le perdite a pie’ di lista. La vigilanza dello stato è formalmente rigidissima ma inefficace sugli sprechi “veri”: produzioni e allestimenti troppo costosi, utilizzati da un solo teatro e una sola volta.

Il governo centrale ha di fatto ha tollerato la formazione dei disavanzi. Ora, o continua a pagare ed entra nella gestione, crea una holding, provvede alle modifiche necessarie per razionalizzare e ridurre i costi in base alle econome di scala presenti nel settore, o rende veramente autonomi i Teatri e li affida al governo degli enti locali rendendoli pienamente responsabili. Il secondo modello potrebbe accompagnarsi alle riforme in itinere relative all’autonomia finanziaria degli enti locali.

Vanno incentivate le riprese di produzioni, le coproduzioni, l’abbassamento dei costi dei cantanti e dei direttori, compresi i più noti, e il conseguente ridimensionamento del potere dei loro agenti, l’impiego sistematico dei giovani migliori, l’eventuale affitto dei teatri anche per manifestazioni gestite da soggetti terzi.

Occorre “pulire” la regolamentazione del rapporto di lavoro da vincoli pubblicistici sugli organici o limitazioni all’autonomia negoziale delle parti; con i necessari aggiustamenti della legislazione giuslavoristica.

(4.4 – La finanza)

La redditività differita nel tempo e diffusa a soggetti terzi è il principale paradosso che rende spesso le attività economiche connesse ai beni e alle attività culturali “non redditizie” per gli investitori, e li tengono lontani.

Ma c’è un’altra categoria di “benefici” non monetari ma non per questo “esterni”. Sono i benefici intangibili: i vantaggi di immagine per l’azienda che sponsorizza un grande evento o persino per il privato che trae soddisfazione morale nel contribuire, per esempio, al restauro di un’opera d’arte.

Quello dei benefici intangibili, o d’immagine, o morali, è un’area incomprensibilmente trascurata in Italia, e su cui campa la cultura di tutto il mondo.

Occorre incentivare il fund raising da parte delle istituzioni culturali. Il National Endowment for the Arts o il National Endowment for the Humanities americani sono fondi nazionali cui contribuiscono le grandi multinazionali insieme ai cittadini singoli. Persino in Italia, in particolare a Venezia, diverse fondazioni straniere si occupano di salvaguardare patrimoni artistici o culturali.

Si può anche puntare sul crowdfunding, che si basa su donazioni micro o singole, raccolte attraverso il web. Così come sono possibili forme di sottoscrizione pubblica, di azionariato diffuso, per la produzione o la manutenzione di un’opera d’arte, in qualunque settore. Campagne di adozione di un museo o di un’opera particolare, o per l’acquisto di un’opera. Raccolte di fondi che diano diritti particolari (che spesso non comportano costi aggiuntivi) a beneficio di chi elargisce i fondi.

Il governo italiano può giocare un ruolo importante nel coordinare e garantire iniziative analoghe in Italia. Coordinando l’ingresso, a titolo di esempio, di figure di primo piano del mondo dell’economia e della cultura. E soprattutto attuando sistematici sgravi fiscali per chi contribuisce alla cultura. Una deduzione anche al 100% comporta per il soggetto pubblico il mancato introito dell’aliquota marginale, ma il maggiore introito dell’intero importo guadagnato al settore dei beni e delle attività culturali.

Per le imprese che operano nelle attività culturali il ricorso stabile e duraturo ai crediti d’imposta finalizzati a specifici obiettivi (per esempio: il credito d’imposta per la digitalizzazione delle sale cinematografiche – che consentirà a centinaia di sale tradizionali, in centri urbani di piccole e medie dimensioni, di rimanere sul mercato con un’offerta competitiva, diversificata, flessibile resa possibile dalla tecnologia della proiezione digitale), consente un ritorno in termini di imposte dirette e indirette, occupazione e immagine.

Il governo consolidi e amplii a nuovi settori le misure di incentivazione fiscale concesse al cinema attraverso gli strumenti del tax credit e tax shelter. E valorizzi il sistema di incentivi creditizi (in conto capitale e in conto interessi) a favore delle attività culturali in funzione di obiettivi specifici con particolare attenzione all’innovazione tecnologica.

(4.5 – Il fattore umano)

Per l’economia della cultura serve personale specializzato, a tutti i livelli: chi con eccellenti e specifiche capacità manageriali; tutti con background culturali adatti al ruolo ricoperto.

Spesso chi occupa l’incarico più importante di un museo è uno storico dell’arte, ma non un manager. E chi sorveglia una sala non sa rispondere alla domanda di un turista su un quadro.

Bisogna puntare maggiormente – anche a pari risorse pubbliche – sulla formazione, secondaria e universitaria, per i diversi profili professionali necessari, su più livelli: manager, operatori culturali, personale di base. Un compito oggi lasciato alla buona volontà e all’autonomia delle singole sedi scolastiche e universitarie, con il rischio di mancanza di coordinamento, disomoegenea e insufficiente qualità, riduzioni dell’offerta di ciascuna istituzione in conseguenza della riduzione di risorse che ha duramente colpito anche il comparto della formazione. Negli Stati Uniti l’MBA in Cultura della Yale University o del Kennedy Center for Performing Arts sono fra i titoli di studio più ambiti anche perché garantiscono carriere redditizie e prestigiose, attraendo di conseguenza i giovani migliori, da tutto il mondo, a fronte di un patrimonio culturale neppure lontanamente paragonabile al nostro.

Risorse devono essere messi a disposizione per la ricerca. Il fondo nazionale potrebbe erogare finanziamenti per progetti di ricerca in campi della cultura. La ricerca scientifica in campi legati alla cultura devono poter accedere a finanziamenti come la ricerca scientifica per campi legati alle scienze naturali.

La cultura può offrire tanto lavoro ai giovani italiani: eserciti di giovani preparati possono custodire, comunicare e salvaguardare i beni culturali del Paese, spiegarli, comunicarli. È un’occasione per unire le due risorse più preziose del Paese: la cultura e i giovani.

(5 – Il cibo per la mente)

Una delle dieci frasi per le quali verrà ricordato questo governo è “la cultura non si mangia”. È un peccato, perché è una delle più infelici. Gli anglosassoni dicono “food for thought”, cibo per il pensiero. E il pensiero dà cibo. Noi Italiani mangiamo oggi per quello che la cultura italiana è stata nei secoli. Se dovessimo mangiare per quello che siamo adesso, un paese da centro quando non da bassa classifica per i principali indicatori riguardanti l’economia, la società, l’ambiente, e – appunto – la cultura, la formazione, la ricerca, mangeremmo molto peggio. E continuando così mangeremo peggio in futuro non lontano.

ENRICO MUSSO*

*Senatore

Roma, Senato della Repubblica

13 aprile 2011

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