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Diario. Un/ il governo che non ama l’Italia C’è già Lega che (ci) vuole (dis)integrare Berlusconi che ci usa a proprio consumo A L’Aquila e sui migranti le finte(!) lacrime E ora questa lavata (di mani) per criminali Per poter salvare se stesso da condanna Ma (oggi) gli italiani li votano ugualmente Rivoluzione culturale per riavere dignità

aprile 14, 2011 di Redazione 

La nostra nazione non l’ha più. Non l’ha (mai?) avuta in quanto nazione, che non c’è (ancora), da qualche tempo (trent’anni circa) non l’ha (di nuovo) come popolo. Solo la cultura – insieme ad un nazionalismo necessario che ponga le sue radici in essa e ad essa sia rivolto, e ben incardinato in un europeismo stemperante – è in grado di ridarci senso di noi e, con esso, la voglia di tornare grandi e quindi l’orgoglio di non farci prendere a pezze in faccia. E di non mettere le nostre istituzioni – la nostra macchina, il nostro mezzo – nelle mani di qualcuno a cui fanno anche un po’ schifo e che, proprio per questo, è pronto a strattonarle e ad usarle insensibilmente per i propri bisogni. Saranno gli italiani a rifare grande l’Italia, sottolinea in queste ore anche il governatore Draghi; la nostra politica deve coinvolgerli e coordinarli. Altrimenti continue- remo ad assistere inerti all’approvazione di leggi ad personam (e contra personas: tutti noi). O peggio. Il racconto di tutto questo è affidato alla bella penna della nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, la “nostra” (?) mancanza di dignità

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di Ginevra BAFFIGO

Appelli all’equilibrio dei poteri e richiami al Risorgimento echeggiano nel giorno in cui si conclude l’intenso dibattito alla Camera sulle «Disposizioni in materia di spese di giustizia, danno erariale, prescrizione e durata del processo».

Dopo tre settimane la maggioranza riesce infatti ad approvarne il testo con 314 voti a favore: su 610 deputati presenti in Aula, a dispetto delle più ottimistiche proiezioni delle opposizioni, solo 296 sono infatti i voti contrari.

Con questi numeri Silvio Berlusconi non può che esprimere la propria soddisfazione, legata ovviamente alla promozione del ddl sul processo breve al Senato, che grazie all’emendamento Paniz potrà ridurre i tempi della prescrizione per gli incensurati (con chiaro riferimento al processo Mills), ma dovuta anche alla tenuta della maggioranza. «La maggioranza tiene bene sui numeri» chiarisce il coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Ed ancora: «Non è tanto la quota 314 ma il fatto che abbiamo tenuto bene per due giorni e dimostrato coesione».

Coesione” dicono dal governo, “franchi tiratori” condannano dalle opposizioni. Alla Camera la maggioranza supera infatti la prova del voto segreto chiesto e concesso su un emendamento dell’Idv. Ma lo stesso non si può dire delle opposizioni, così come il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, non perde l’occasione di sottolineare, schernendo l’«opposizione ridicolizzata». Di contro, il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, replica in difesa dei suoi banchi: «Sui miei deputati metto non una mano sul fuoco, ma tutte e due». «Sono in sei – rimarca – ad aver votato con la maggioranza. Sui deputati del Pd non ho dubbi. Chi sia stato lo si capisce, ma io non sono sleale da attribuire ad altri questo voto».

Considerati gli assenti, la quota 330 può a dispetto delle critiche considerarsi un obiettivo concreto. Ed anche se così non fosse, al governo c’è chi non si perde d’animo: «Questo voto ci dice che i numeri ci sono – sostiene l’alleato Umberto Bossi – Non arriviamo a 330? Sempre meglio di niente». Quanto al fondato timore di scarcerazioni, effetto collaterale della legge, il leader del Carroccio minimizza: «Sono tutti giochi di prestigio della sinistra che ha fatto questa battaglia alla morte».

Da “sinistra” (?), e non solo, le proteste non tardano a farsi sentire. Dall’opposizione il Pd tuona: la prescrizione breve non è che una «amnistia mascherata». Ed al momento del voto Democratici e dipietristi tengono la Costituzione in mano per rafforzare il proprio «no» al testo sulla prescrizione breve. Poi, una volta concluso il voto, dai banchi dell’Idv vengono innalzati dei cartelli con scritte «Rogo Thyssen, nessuna giustizia»; «Crac Parmalat, nessuna giustizia»; «Santa Rita, nessuna giustizia».

Le parole volano veloci ed al contempo sono pesantissime: «Il governo nella coscienza degli italiani ha fatto un passo verso l’abisso – chiosa il segretario del Pd Pier Luigi Bersani – Ora sta a noi far comprendere la vergogna di questo provvedimento che dimostra l’assoluto disprezzo verso i problemi veri del paese». Altrettanto critico il giudizio dell’Anm: «È una sconfitta per lo Stato» commenta il leader del sindacato delle toghe, Luca Palamara. Ed il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, si affretta a fargli eco: «Sono convinto che difficilmente questa legge potrà reggere un vaglio di costituzionalità».

Le proteste, ad ogni modo, travalicano la soglia di palazzo Montecitorio invadendone l’omonima piazza. Il popolo Viola e le famiglie delle vittime di Viareggio e L’Aquila gridano furiosi contro le mura della Camera: «Così ci negate la giustizia».

Venendo al merito del provvedimento, e dunque alle ragioni delle proteste, posti all’Indice delle opposizioni, e di parte della giurisprudenza, sarebbero gli articoli 3 e 4 del testo. Grazie alle modifiche introdotte dall’emendamento Paniz i tempi della prescrizione per gli incensurati verranno drasticamente ridotti, passando da un quarto ad un sesto della pena edittale. Cosa di non poco conto vista l’applicabilità della nuova legge ai processi per i quali non è stata ancora emessa la sentenza di primo grado (processo Mills ivi compreso). Quanto all’articolo 4, ovvero quello sulla «durata ragionevole del processo» e sull’«obbligo di segnalazione», grazie alla riformulazione del relatore Paniz, sarà previsto l’obbligo per il capo dell’ufficio giudiziario di segnalare al ministro della Giustizia e al Csm le toghe che “sforano” i tempi del processo stabiliti dalla legge: tre anni in primo grado, due anni in appello, e un anno e 6 mesi in Cassazione, per quanto riguarda i reati con la pena massima di 10 anni. Il provvedimento, ovviamente, non riguarderà i reati di grave allarme sociale: terrorismo e mafia.

La palese applicabilità al processo Mills, in cui è imputato il premier, ad ogni modo non può che scatenare le critiche delle opposizioni, le quali sostengono che questa sia l’ennesima legge ad personam salva premier.

Fra le varie critiche registrate in questa giornata alla Camera, non mancano quelle all’attuale padrone di casa. Dopo la seduta notturna di martedì, polemiche e ostruzionismo continuano ad essere l’unica arma sguainata dalle opposizioni. E Gianfranco Fini paga la sua stretta sui tempi a disposizione della minoranza venendo definito da Roberto Giachetti «il peggiore presidente per l’opposizione». A questi replica Pier Ferdinando Casini con un tiepido: «Inaccettabile». «Giachetti ha esagerato ma il suo giudizio era rivolto su un punto specifico dei lavori dell’aula – prova a mediare Bersani – Non si è trattato di un giudizio complessivo sulla persona e sul modo con il quale il presidente Fini sta conducendo i lavori».

Le tre settimane di schermaglie alla Camera, a prescindere dal compimento dell’iter della legge e della legge in sé, preoccupano la Cei, che attende la giornata conclusiva per lanciare l’appello ad una «maggiore serenità». Al di là dell’assoluta mancanza di tempismo, il monito dei vescovi è chiaro: «Al di sopra di tutto ci deve essere il desiderio e la meta concreta del bene comune – spiega il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei – che è fatto di tanti aspetti che devono essere affrontati in un clima di maggiore serenità. Altrimenti non si va da nessuna parte».

Serenità ma anche Equilibrio dei Poteri… «Pur in una realtà certamente molto diversa da quella del 1948, la grande attenzione posta dalla nostra Carta al bilanciamento dei poteri e alla presenza nel corpo sociale e istituzionale di formazioni intermedie costituisce un’eredità preziosa, frutto di lungimiranza politica e di capacità di riflessione sulla complessità degli equilibri sociali». Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scrive in un messaggio inviato in occasione della manifestazione Biennale Democrazia dal titolo «Tutti. Molti. Pochi». Il tema, continua Napolitano, «riflette una viva preoccupazione circa le insidie che la concentrazione dei poteri comporta per la vita democratica». «Nulla – segue nel telegramma – potrebbe essere più lontano dall’idea di una democrazia temperata e funzionante dell’idea di un corpo sociale distinto, in grado di esprimersi solo elettoralmente, cui corrispondano ristrette oligarchie dotate di poteri economici e sociali senza contrappesi resi più insidiosi dagli effetti del progresso tecnologico».

… ed una nuova politica economica. Nella città del Lingotto, la manifestazione segue con l’intervento, non meno significativo, del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: «La politica economica deve saper creare quell’ambiente istituzionale in cui la capacità dell’economia di svilupparsi possa dispiegarsi appieno».

Il governatore ricorda come, durante il Risorgimento, l’Italia seppe tramutarsi da economia ai margini dei processi di modernizzazione in atto in Europa nel 1861 in un paese fra i più ricchi del mondo. «Questa capacità di sviluppo – spiega Draghi – impetuosa alla fine dell’Ottocento e poi ancora dopo la seconda guerra mondiale, risiedeva in ultima analisi nelle persone: negli imprenditori e nei lavoratori italiani; va ritrovata, per sciogliere i nodi che stringono le nostre prospettive di crescita».

150 anni dopo, per la situazione economica italiana il fattore cruciale non può che essere quello della crescita: indispensabile sia sul fronte debito, i cui ritmi di riduzione sono ora imposti dalla Ue, sia sul piano del recupero dalla crisi finanziaria. «Se continueremo a crescere al ritmo dell’1% impiegheremo 5 anni per tornare a livelli precrisi» sostiene il governatore. Mentre invece «la riduzione del debito richiesta all’Italia, secondo le nuove norme europee, non è drammatica se il Paese cresce al 2%» sottolinea ottimista il numero uno della Banca d’Italia. Secondo il Patto di stabilità riformato, che attende l’approvazione dal Parlamento europeo dopo l’ok del consiglio europeo, i Paesi con debito superiore al 60% del Pil dovranno ridurre l’eccedenza di un ventesimo all’anno.

Ginevra Baffigo

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