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Ora (l’)abbiamo un ministro della Cultura Ma a Galan diciamo: non è solo il turismo
E (neanche, solo) conservazione di beni La cultura è la chiave per liberare l’Italia Ma non da Silvio o da parti “politiche” (?) Ma da lacci/ lacciuoli che ci siamo imposti E per (ri)scoprire la strada (del futuro) Italia torni ad essere la culla della civiltà

aprile 13, 2011 di Redazione 

La cultura, cominciamo col dire, non è né di destra né di sinistra. La cultura è dell’Uomo. E siccome non è pensabile avere una così bassa considerazione delle persone che amano definirsi di destra per sostenere che esse non aspirino ad un continuo arricchimento dell’anima – ad un “perfezionamento”, ad una tensione verso l’alto - ribadiamo che la cultura è un valore condiviso. Almeno dalle forze oneste e responsabili. Che sono a destra come a sinistra. E il nostro Risorgimento, i cui protagonisti vanno dalla destra storica – Cavour – alla “sinistra” – Mazzini e Garibaldi – sta lì a dimostrarcelo. L’Italia può (ulteriormente) risorgere, e prepararsi a conoscere un nuovo Rinascimento, a condizione di mettere in campo una nuova politica che si preoccupi di fare solo il suo (della nostra nazione) bene, andando quindi oltre la destra e la sinistra – stesse; da destra e da sinistra! – e riconoscendo quindi nella cultura – eccoci al punto – un bene condiviso. La rivoluzione culturale, tornare a  fare della cultura (stessa) il nostro ossigeno, è la chiave per salvare e rifare grande questo Paese per due ragioni e su due, relativi, livelli. La prima ragione è che la cultura è ciò che ci può liberare (se volete, “psicologicamente”) dalle nostre autolimitazioni figlie di un periodo nel quale la nostra nazione non era tale, frammentata in tante aree di influenza sottoposte (appunto) al dominio delle potenze straniere. Ciò ci ha privato del nostro istinto ad essere nazione, solo in parte recuperato nel periodo risorgimentale. E ciò significa una minor consapevolezza di noi stessi (in tutti i sensi). Recuperare il senso di noi, anche attraverso un nazionalismo necessario ben incardinato in un europeismo che ne stemperi la tossicità potenziale (il paragone con una centrale nucleare è molto calzante; i danni possono essere gli stessi – davvero – e come nel caso delle centrali atomiche anche nel recupero di un nazionalismo c’è un margine di insicurezza circa le possibili conseguenze, soprattutto non potendo controllare le schegge impazzite della nostra politica autoreferenziale di oggi, capace di inserirsi in questo – nuovo – processo e di provocare un disastro), recuperare il senso di noi, dicevamo, è la pre-condizione per la salvezza e il rilancio. “Rilancio” che è persino improprio definire così; perché ciò a cui pensiamo – e per il quale è decisivo, appunto, il ruolo della cultura – è la costruzione di un (nuovo) futuro del quale la cultura (stessa), attraverso la nostra (ritrovata) intelligenza e capacità di pensare e di impegnarci, e di essere in ultima analisi liberi, ci aiuti ad  individuare le direttrici. Cultura è dunque creazione di futuro. Per noi. Per il mondo. Questo significa essere la culla della civiltà. Il ministro Galan, ne siamo certi, ha la sensibilità necessaria per cogliere tutto questo. Cominci il lavoro. Dando un respiro assoluto alla sua (nuova) avventura (?).

Nella foto, Galan: mal di testa per il nostro invito (?)

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