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Editoriale. Responsabili diventino motore di rivoluzione liberale Guzz

aprile 12, 2011 di Redazione 

Pensi a Iniziativa “Responsabile” e, inevitabilmente, il primo volto che ti viene in mente è quello di Mimmo “Scili” Scilipoti. Ma la nuova formazione-gruppo parlamentare nata il 14 dicembre, e poi rimpolpatasi, per assicurare la continuità di governo (?) ed evitare di cacciare il Paese nel vortice delle elezioni anticipate in mancanza di un progetto alternativo (gli oppositori obietteranno sia sempre meglio il nulla, o il caos, del deliberato, continuo, progressivo smembramento delle nostre istituzioni), è in realtà un coacervo di provenienze diverse. Tra queste si può trovare anche quella del deputato liberale, che non ci sta a farsi schiacciare nella form(ul)a delle macchiette. E dalle colonne del giornale della politica italiana e de il Giornale propone un ricompattamento del gruppo all’insegna del manifesto sulla base del quale Berlusconi scese (almeno dichiaratamente) in campo, nel ’94, per il quale molte persone che amano l’Italia credettero potesse rappresentare la soluzione alla stagnazione successiva all’esaurimento del ciclo di governo e alla guida del Paese della nostra sinistra storica. Oggi quel manifesto resta lettera morta, una raccolta di buone intenzioni mai (neanche lontanamente) messe in pratica. Ma è anche ciò di cui la nostra nazione avrebbe bisogno da una possibile sua destra che non si riconoscesse in una nuova politica pragmatica poco interessata alle etichette e ad una tradizione che non necessariamente rappresenta la risposta giusta alla sfida della costruzione del futuro. Se non possiamo avere da una parte le forze (le donne e gli uomini) onesti e responsabili e dall’altra chi non è disposto a lasciarsi alle spalle la rappresentanza di specifici interessi per fare il (solo) bene di (tutto) il Paese, almeno concedeteci una destra liberale, che si contrapponga, come dice Veltroni, ad una “sinistra riformista”. E’ quello che sostiene anche Guzzanti, e lo fa, come sempre, efficacemente. Eccolo. di PAOLO GUZZANTI

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

Devo dire che quando ho sentito nell’ultima puntata di Ballarò Paolo Mieli, mio vecchio amico e direttore, dire che tutti i deputati “responsabili” sono prontamente passati all’incasso chiedendo posti di governo e che quest’assalto alla diligenza avrebbe prima o poi causato una rivolta fra i fedelissimi del Pdl, mi sono sentito non tanto offeso, quanto soffocato.

Noi cosiddetti “responsabili” veniamo da storie diverse, abbiamo idee e posizioni diverse ma ci ritroviamo su almeno un minimo comune denominatore: la convinzione che non esistano oggi in questo Paese alternative di governo all’attuale legittimo governo votato dalla maggioranza degli italiani nel 2008 e che nell’assenza di leader alternativi, maggioranze politiche alternative, progetti comuni e condivisi alternativi, sarebbe un enorme e ingiustificato danno provocare elezioni anticipate da cui potrebbe uscire soltanto un Parlamento ancor più radicalizzato e incapace di offrire il servizio di governo cui i cittadini hanno diritto.

Questa almeno è la mia posizione. Che però vedo condivisa da tantissimi deputati “responsabili”. Il minimo denominatore comune non significa però che non sia possibile costruire qualcosa di più e propriamente politico in questo gruppo che non è e non deve essere una ruota di scorta del Popolo della Libertà, ma semmai una risorsa in più, un laboratorio politico, una fonte di progetti di riforma e quando è necessario – e Dio sa quanto è sarebbe spesso necessario – una fonte onesta e trasparente di critica. Non siamo mercenari, non siamo ruote di scorta.

Tanto per esser chiari e riferendomi soltanto a me stesso, io non modifico una sola delle mie opinioni critiche nei confronti di alcuni atteggiamenti del Presidente del Consiglio sia per quanto riguarda lo stile di vita privato che diventa pubblico quando coinvolge – magari per legittima ipocrisia di Stato, come sostiene Luttwak – i valori che si suppongono condivisi dai cittadini della nazione che si rappresenta, o per l’insufficienza di risposta politica di fronte alle rivoluzioni del mondo arabo e più ancora per la vicenda libica su cui ho presentato da tempo una durissima interrogazione al governo che non ha avuto risposta.

E anzi oggi penso che Sarkozy, attaccando i carri armati di Gheddafi che stavano per prendere Bengasi e procedere al genocidio degli insorti, abbia fatto semplicemente ciò che noi italiani avremmo dovuto fare un minuto prima di lui dal momento che la Libia costituisce un’area di nostra responsabilità, come la Tunisia lo è per la Francia e il Marocco per la Spagna, e penso che non avremmo dovuto consentire alla Francia di sostituirsi all’Italia traendone poi tutti i vantaggi di immagine e petroliferi.

Né mi convince l’europeismo a fasi di alternato isterismo; e meno ancora l’ideologia della Nato come “ente morale” che poi per disattenzione fa strage di civili e si rifiuta di scusarsi sostenendo che i libici visti dall’alto sembrano tutti uguali e va a sapere chi sta con Gheddafi e chi è contro. Ridicolo. Non mi piace la latente furia antifrancese, come non mi piace l’inconfessato ma diffuso antiamericanismo che cresce in misura proporzionale al frequente appiattimento filo-russo il quale pone a me e a molti altri problemi etici ben più vasti dello scandalo Ruby sul quale peraltro ho scritto pagine di fuoco e a causa del quale ho applaudito e applaudo la manifestazione delle donne contro la mercificazione del loro corpo e della loro dignità. So che molti lettori non condivideranno, ma pazienza: è quel che io penso.

Per quanto riguarda la riforma della giustizia, essendo stato io stesso una vittima politica di alcuni magistrati che agiscono ideologicamente in barba di ogni garanzia di indipendenza, affidabilità e terzietà (la giunta delle autorizzazioni del Senato dovette ascoltare le intercettazioni in cui io, senatore della Repubblica, parlavo con i miei bambini), condividevo totalmente ieri e ancor più condivido oggi i principi della riforma. Politicamente non mi spaventa affatto l’ipotesi che una riforma radicale della giustizia in senso liberale nasca anche dalle vicende personali del presidente del Consiglio. E ho sempre ritenuto e ancor più oggi ritengo che una parte significativa della sinistra italiana sia moralmente complice nel crimine di insurrezione eversiva contro le istituzioni repubblicane e il Parlamento promovendo, accompagnando e facendo squadra con movimenti che fanno dell’aggressione contro il Parlamento la loro ragion d’essere. Fosse per me, lo scrissi anni fa e lo ripeto oggi, i tumulti antiparlamentari dovrebbero essere sedati dalla carica di squadroni di carabinieri a cavallo.

Tutto ciò detto, la questione dell’identità dei responsabili resta aperta e le sarcastiche parole di Mieli hanno aggiunto opportuno sale sulle ferite perché quel che vedo oggi in quest’area non mi piace e, quel che più conta, non piace nemmeno a molti miei colleghi della Camera. Cominciamo dall’onorevole Scilipoti il cui attivismo sazia e satolla ogni giorno la crisi di astinenza dei media antiberlusconiani. Non intendo criticarlo. Intendo porre un problema politico: io non voglio essere coinvolto dalle sue iniziative spericolate e rusticane fra cui l’acquisizione di un programma fascista con il copia-e-incolla. Fatti suoi. Ma non devono diventare fatti miei. D’altra parte, come mi ha fatto osservare mio figlio: “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala”. E infatti pedalo volentieri anche perché la salita, per così dire, è il mio mestiere.

Ma pedalare in quale direzione? Ho ascoltato il discorso che Berlusconi ha fatto ieri davanti all’assemblea dei cofondatori in cui ha riletto il programma originario della sua “discesa in campo”: un programma ideologico, quindi necessariamente generico, ma schiettamente liberale. Quel liberalismo che allora entusiasmò tanti fra cui chi scrive. E’ stato attuato, almeno in parte, quel che fu allora promesso? A me sembra assolutamente di no e che ci sia di che essere profondamente frustrati: ecco dunque servito un fattore di identità radicale che dovrebbe accomunare i responsabili quale che ne sia la loro origine: la radice liberale cui Berlusconi fece e fa appello, ma che per motivi diversi non ha mai fiorito in questo Paese.

Penso dunque che il gruppo parlamentare cui per ora ho dato la mia adesione debba acquistare anche una forte fisionomia ideologica liberale proprio nel senso dell’originale manifesto della “discesa in campo” e che a quella fisionomia debba attenersi, e con quella tormentare quando è necessario (cioè spesso) la maggioranza canonica di governo. E penso anche che nessuno di questo gruppo dei “responsabili” debba mai e in alcun modo chiedere o pretendere posti di governo e sottogoverno.

Credo che non si debba in alcun modo fornire carbone alla fornace dei derisori i quali hanno facile gioco, grazie al masochismo irresponsabile diffuso, a descrivere questo gruppo parlamentare come un’accozzaglia di mercenari a tassametro che fa pagare pedaggio al governo in cambio dei suoi voti. Questa storia deve finire. Come? Occorre un colpo di reni, occorre un’assemblea, occorre una discussione aperta e libera (ho sempre criticato aspramente il tenore nordcoreano dei congressi berlusconiani tutti all’insegna della divinazione monarchica) con molti taglienti contraddittori: occorre la definizione di una linea politica liberale e occorre che questo lavoro, nell’anno e mezzo circa che ci separa di fatto dalle elezioni generali, diventi presenza parlamentare, proposte di legge, critiche serrate, partecipazione attiva, nel sacrale rispetto delle feconde differenze di tutti, delle molteplici e rispettabili origini di ciascuno, ma sempre in nome di un denominatore comune della difesa radicale della libertà.

Se questo accadesse, se come spero accadrà, allora una nuova finestra si spalancherebbe sulla palude stagnante della politica tumefatta dall’eterna e deprimente guerra civile fra fondamentalisti. Siamo “responsabili”? Ebbene: prendiamoci allora la responsabilità di promuovere una seria novità. Ci hanno coperto di letame, e questo fa parte del gioco, e possiamo dimostrare che dal letame del linciaggio continuo può nascere uno di quegli attesi fiori democratici di cui la nostra democrazia malata ha bisogno.

PAOLO GUZZANTI

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