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L’editoriale. Ora dare (anche) un senso al tricolore di P. Salvatori

marzo 19, 2011 di Redazione 

Il nostro caporedattore analizza la festa del 17 marzo e trae la conclusione che tutto questo può – e deve - rappresentare un inizio, ed è semmai il segno della possibilità di farcela. Ora, scrive Salvatori, alla “bulimia epidermica” di un nazionalismo senza contenuti, è necessario fare seguire la costruzione di un tessuto comune che dia fondamento “definitivo” – e propedeutico – al nostro stare insieme. di PIETRO SALVATORI

Nella foto, la nostra bandiera

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di PIETRO SALVATORI

Il dibattito sulla giornata del 17 marzo è stato pervaso da due filoni di discussione che hanno appassionato stampa e opinione pubblica. Il primo, facilmente derubricabile a fuffa politichese, quello inerente alla discussione su “festa sì, festa no”. Da un lato il patriottismo alla Meloni, alla La Russa, dall’altro il leghismo e il produttivismo confindustriale.

Quale senso civico e politico dare ad un anniversario di questo tipo? In un anno solare totalmente privo di ponti, mini-vacanze, festività infrasettimanali, era sostanzialmente questa la domanda intorno alla quale si è consumato un dibattito nell’agone del quale il tentativo, più che quello di affermare una linea politica dai confini definiti e riconoscibili, è stato quello di conquistare venti secondi più dell’avversario nei tg della sera.
L’altro è stato quello enfatico. Una sorta di psicosi collettiva da tricolore, con le trasmissioni televisive, radiofoniche, i giornali, i social network, invasi per un giorno da una retorica nazionale che nemmeno la nazionale di pallone genera. Un fenomeno sicuramente interessante, un riconoscersi in una liturgia collettiva utile all’evolversi di una coscienza comune di popolo.

Ma l’ampiezza e l’estemporaneità del fenomeno lasciano riflettere. Quasi si sentisse l’esigenza di affermare pubblicamente una sensibilità nazionale solo perché “è così che oggi si deve fare”. Frutto di una narrazione, storica, culturale, sociale, del nostro Paese sfilacciata, disomogenea, lontana dalla sensibilità comune. Priva di un solido impianto valoriale che potesse essere silenzioso fondamento di una percezione diffusa dell’essere un popolo.
Di qui l’enfasi bulimica di affermare quasi con garbata violenza un qualcosa che rimane a livello epidermico. Un riconoscersi in un simbolo in quanto tale, più che per quello che rappresenta. Il 17 marzo potrebbe essere l’occasione per riempire di contenuti un sentimento tanto nobile quanto effimero.
Operazione che solo uomini di Stato responsabili e consapevoli possono compiere: “Un politico pensa alle prossime elezioni, un uomo di Stato alle prossime generazioni”.

PIETRO SALVATORI

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