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Diario politico. Cavaliere fischiato Bossi: “Peggio per lui” G. Baffigo

marzo 18, 2011 di Redazione 

Si rischia il processo alle inten- zioni, ma il leader della Lega che risponde seccamente ad una domanda dei cronisti sull’alleato presidente del Consiglio fa notizia (almeno di questi tempi). E il giornale della politica italiana sceglie di giocarselo nel titolo, che rappresenta, simbolicamente, al meglio la giornata di celebrazioni del nostro 150esimo compleanno. Una giornata di incomprensioni e solitudini. Quelle di cui sono vittima il Cavaliere e la stessa Lega, che fa di tutto per boicottare i festeggiamenti, e finisce per boicottare soprattutto se stessa, costretta in una immagine bastian contraria e triste. E che si traducono inevitabilmente in una tensione tra i due stessi protagonisti più esposti: Bossi (per la Lega) e Berlusconi. Se questo (o meglio ciò che questo segnala) avrà conseguenze sul prosieguo della legislatura, lo sapremo solo vivendo. Il racconto è della nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, Bossi “minaccia” (di sparare) a SIlvio

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di Ginevra BAFFIGO

«Quello del divario tra il Nord e il Sud del paese si deve considerare uno dei problemi di ordine strutturale, sociale e civile che abbiamo ereditato tra le incompiutezze dell’unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni» e rispetto al quale questo 17 marzo può rappresentare l’«occasione per una profonda riflessione critica per un esame di coscienza collettivo». Questo il messaggio che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, rivolge all’Aula di Montecitorio durante la seduta congiunta delle Camere, il momento più solenne dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia.L’aula di Montecitorio, addobbata di tricolori, è quasi gremita: l’emiciclo è pieno a partire dai banchi della sinistra, mentre nei settori alti del centrodestra si notano diversi posti vuoti. L’Esecutivo ad ogni modo è al completo: Berlusconi ha i suoi fedeli al suo fianco: il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e quello delle Riforme Umberto Bossi. A seguire, alla sua sinistra Altero Matteoli, Roberto Maroni, Mariastella Gelmini, Renato Brunetta, Angelino Alfano ed Elio Vito. Mentre alla sua destra siedono Franco Frattini, Paolo Romani, Mara Carfagna, Gianfranco Rotondi, Ferruccio Fazio. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, arrivato tardi, non ha di che accontentarsi se non di una poltrona al primo banco dell’emiciclo nel settore del centrodestra. Presenziano la cerimonia anche molti sindaci con la fascia tricolore, tra cui il primo cittadino della Capitale, Gianni Alemanno, oltre a presidenti di Regione e di Provincia.

In Aula non sorprende l’assenza della Lega, per la quale i soli volti presenti sono quelli dei ministri Umberto Bossi, Roberto Maroni, il sottosegretario all’Interno Michelino Davico e Sonia Viale (sottosegretario all’Economia) e Sebastiano Fogliato, della commissione Agricoltura della Camera.

Le polemiche di questi giorni sono solo formalmente sopite, tanto che sull’inno di Mameli Bossi cerca di chiacchierare con Tremonti, mentre durante il discorso del presidente della Repubblica il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, non si vede più dagli spalti.

Parchi d’applausi gli esponenti del Carroccio restano impassibili: si distanziano dagli alleati che di contro si perdono in ovazioni, battimani e una commozione patriottica che prescinde i colori di partito.

Solo Bossi, a un certo punto batte con il pugno per tre volte sul banco. E sul finire del discorso del presidente della Repubblica anche il ministro Maroni si fa convincere e rivolge composto un applauso al capo dello Stato.

Il discorso del presidente. Napolitano nel suo discorso, parlando di federalismo, si rivolge soprattutto alla recalcitrante Lega, presente in Aula solo sugli scranni dell’Esecutivo: «Oggi dell’unificazione celebriamo l’anniversario vedendo l’attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un’evoluzione in senso federalistico – e non solo nel campo finanziario – potrà garantire maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell’unità nazionale. È tale rafforzamento, e non il suo contrario – insiste il Colle – l’autentico fine da perseguire». Per il capo dello Stato, questo è il problema «al centro delle nostre preoccupazioni» e al quale «nessuna parte del nostro paese può sottrarsi. È essenziale – conclude – il contributo di una severa riflessione sui propri comportamenti da parte delle classi dirigenti e dei cittadini dello stesso mezzogiorno».

Il «cemento nazionale unitario», aggiunge Napolitano, non deve essere «eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità».

Con un «Viva l’Italia, viva l’unità» si conclude il discorso e dagli scranni del Pd parte un contagioso accenno alle note di Mameli.

Le contestazioni per le strade di Roma. Se il capo dello Stato è stato accolto dalla folla romana con grande calore, ovazioni e grida di «Viva il Presidente!», c’è da registrare che nei confronti del premier, e di alcuni membri del suo staff, vi sono stati in più casi momenti di tensione e di forte contestazione.

All’uscita dal Museo della Repubblica Romana al Gianicolo, Silvio Berlusconi trova ad accoglierlo fischi e cori. Tra la folla c’è chi intona feroce «Dimissioni, dimissioni», e chi di contro gli fa da contraltare incitando il Cavaliere al grido di «Resisti, resisti».

Il copione delle contestazioni si ripete anche davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli, dove in presenza delle alte cariche dello Stato il cardinale Angelo Bagnasco ha officiato la messa. Arrivato in piazza della Repubblica, accompagnato dal presidente del Senato Renato Schifani, Berlusconi affronta altri fischi ed altre parole di scherno: riferimenti al «bunga bunga», esortazioni alle dimissioni e solo un manipolo di sostenitori prova a far sentire in sua difesa la propria voce.

Silvio è chiaramente a disagio ed ostile risponde: «Vado avanti, rimango per difendermi» commenta di fronte all’Altare della Patria. Ed ancora: «Vado avanti, certo. Non lascio il paese in mano ai comunisti».

I fischi ricevuti al Gianicolo e quelli di piazza Repubblica lo portano ad ogni modo ad optare per il piano B: unico tra le autorità presenti, il capo del governo lascia infatti l’edificio dal retro, passando per la sagrestia. Tutte le altre cariche istituzionali, a cominciare dal presidente Napolitano seguito dal presidente della Camera Gianfranco Fini e da diversi ministri, lasciano invece senza problemi né indugi la basilica usando il portone principale.

Il distacco di Bossi. Se le contestazioni della folla nei confronti del premier fanno parte della sua storia recente e non, ciò che oggi sorprende è il distacco del fido alleato Umberto Bossi, che interrogato dai giornalisti sui fischi rivolti al capo del governo risponde secco: «Peggio per lui». Prova a mediare la posizione del leader del Carroccio, Roberto Calderoli, che su Berlusconi aggiunge: «In chiesa secondo me era il più applaudito». Il Senatur ad ogni si dimostra di poche parole anche in risposta alla polemica assenza dei leghisti alle celebrazioni: «Io ci sono».

Quanto alle opposizioni, il fervore della folla accanita contro il premier non è che un’ottima occasione per il segretario Pd, Pierluigi Bersani, per ribadire come «i fischi non sono per il caso Ruby, c’è qualcosa di più profondo che riguarda l’unità d’Italia e i principi costituzionali. C’è bisogno di rilanciare l’Italia perché sulla base dell’accoppiamento tra destra e Lega c’è stato un tradimento dell’unità del Paese e dei principi costituzionali».

Ginevra Baffigo

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