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***Diario politico***
BUON COMPLEANNO, ITALIA
di GINEVRA BAFFIGO

marzo 17, 2011 di Redazione 

Ma perché tutto questo non resti retorica è necessario ritrovare un senso della dignità che ci porti all’onestà e alla responsabilità (diffuse). E non sarà facile perché oggi i loro contrari sono iscritti nella nostra (in)cultura. Le chiavi, il giornale della politica italiana lo scrive ogni giorno, sono due: un ritrovato orgoglio nazionale e la rivoluzione culturale. Il centocinquantenario non sia un approdo (incompiuto), ma la leva per rimotivare quella passione civile e politica che può determinare il nuovo Risorgimento propedeutico al nostro nuovo Rinascimento. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, il simbolo della nostra nazione

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di Ginevra BAFFIGO

Se i sette italiani su dieci, contrari al nucleare, si trasformano in una minaccia elettorale per il centrodestra (come spiegato dal nostro Luigi Crespi su queste colonne), gli stessi nostri connazionali possono rapidamente trasformarsi in papabili voti per i suoi avversari.
Senza entrare nel merito, dalla Bocconi di Milano, il governatore della Puglia, Nichi Vendola, è il primo a sfruttare politicamente la questione del nucleare rimessa in campo dalla tragedia giapponese: «Devono fare un nuovo appalto: devono comperare una nuova generazione di carri armati per poter pensare di raggiungere la Puglia per mettere qualche cantiere nucleare».
Ben sette i siti a “rischio” di essere scelti per “ospitare” una centrale nucleare, di cui quattro solo nella provincia di Lecce, portano Vendola a dare battaglia.

Già nei giorni scorsi, colpito dall’incidente di Fukushima, il governatore aveva espresso il suo punto di vista con una videolettera diffusa in rete: «Soltanto le logiche di una cricca criminale possono impedire all’Italia di partecipare alla discussione che coinvolge tutto il pianeta sul futuro dell’energia nucleare». «Il fatto che in mezzo secolo – ricordava sempre nel videomessaggio – tre incidenti rilevanti come quello del ’79 a Three Mile Island, dell’86 a Chernobyl e quello alla centrale di Fukushima in Giappone abbiano smentito tutte le certezze dei nuclearisti in tema di sicurezza delle centrali atomiche, chiede al mondo intero un atto di responsabilità. Il Giappone oggi è per intero attraversato da un’onda di panico sulla propagazione della radioattività».
Il “no” del governatore, oltre alla “lobby del nucleare”, osteggiava anche il decreto Romani sulle rinnovabili: «Per imporre il nucleare il governo sta distruggendo il settore delle energie rinnovabili che invece sta crescendo. Le banche – denunciava ancora il governatore – stanno già disdettando i mutui agli impianti e le imprese stanno subendo l’annullamento degli ordini. Questo spinge al fallimento migliaia di imprese e in questo momento sono a rischio 40mila posti di lavoro», per quanto, riconosceva il governatore pugliese, «un intervento antispeculativo era necessario».
Tornando a Milano, di fronte agli studenti entusiasti, Vendola smette i panni del numero uno della Puglia per vestire quelli di chi ambisce ad un palco politico più ampio: quello nazionale.
Come è tradizione italiana, la “discesa in campo” la si fa con una critica, il cui oggetto in questo caso diventa la televisione, come proiezione del modello culturale pidiellino, e l’icona giornalistica del medesimo microcosmo, come personificazione della decadenza intellettuale: «I talk show li vedo quando vi partecipo – commenta critico (?) Vendola – ma non “Porta a porta” che è una trasmissione ignobile che uccide il confronto e quindi non ci vado». Bruno Vespa, che di Porta a Porta è il conduttore, risponde rapidamente con la stessa moneta: «Vendola ha due facce ed è un pavido. Incontrandomi in un ristorante di Venezia durante l’ultimo Festival del cinema mi è venuto incontro cordialmente e si è detto disponibile ad essere ospite di Porta a Porta, rispondendo sempre poi peraltro negativamente ai nostri inviti». «È facile oggi replicare che di ignobile c’è soltanto la sua dichiarazione – continua il giornalista – visto che Porta a Porta è da 15 anni la trasmissione più attenta alla parità del confronto. Faremo perciò volentieri a meno di lui e del suo partito ma è spaventoso registrare questo livello di intolleranza da parte di chi si candida alla leadership del paese».
Ma le contestazioni rivolte dal pugliese a Raiuno, non si limitano all’egemonia del salotto di Vespa, ma arrivano, senza troppa sorpresa, al Tg1 di Minzolini: «Fa specie – dice Vendola in chiosa ai 35 arresti effettuati lunedì in Lombardia – che il boss più pericoloso del Nord potesse avere nell’ospedale Niguarda spazio libero, che le ‘ndrine più importanti di Milano della Lombardia campassero sugli appalti delle pubbliche amministrazioni e che tutto questo non abbia prodotto la visione di una fotografia del sindaco Moratti o del presidente Formigoni in qualche tg, per esempio al Tg1 di Minzolini». Una grave omissione, continua il governatore, «nonostante il gip nella sua ordinanza dica che i livelli apicali della politica e dell’amministrazione in Lombardia sapevano dell’inchiesta e non hanno mai fatto niente per reagire». Non vedremo mai la faccia di Formigoni al Tg1 a proposito di ‘ndrangheta «perché io sono più simpatico a Minzolini», ironizza il presidente pugliese.

150 anni dell’Unità d’Italia. Mentre Vendola attacca la maggioranza sui punti sostanziali del suo programma, i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia offrono al Partito Democratico il fianco scoperto dell’alleanza Lega-Pdl.
E’ un attimo per riaccendere la polemica: «Berlusconi ha giurato sulla Costituzione e sulla bandiera – attacca veemente il segretario Pierluigi Bersani – Se giovedì un partito della sua maggioranza non viene in Parlamento, lui deve dire che la sua maggioranza non c’è più perché su questo non si può scherzare».
La Lega infatti resta al centro della bufera per le celebrazioni sull’Unità d’Italia. Dopo il caso della Lombardia, i leghisti si ripetono anche in Emilia abbandonando l’aula sulle prime note dell’inno. Ma il vero problema è che il Carroccio potrebbe non presentarsi domani a Montecitorio per la seduta comune del Parlamento convocata in occasione dei 150 anni.
La minaccia è reale, tanto che lo stesso presidente del Consiglio è costretto ad una chiosa: «E’ necessario un rigoroso rispetto dell’unità dello Stato nazionale». «Senza la memoria del nostro passato – segue il comunicato del premier – della nostra storia, della nostra cultura, senza la memoria delle vicende storiche che hanno portato all’Unità d’Italia saremmo tutti più deboli, poveri e soli di fronte al futuro».
La Lega per ora si riserva il diritto di non commentare. Il ministro Roberto Maroni arriva addirittura a rispondere stizzito ai microfoni dei giornalisti con un «lasciatemi in pace». E la polemica si infiamma. La Russa non vuole alimentare lo scontro, ma sibillino commenta: «Non c’è obbligo di presenza, ma c’è l’obbligo di rispetto». Poi però è costretto a riconoscere come «a volte c’è un po’ di folklore» in alcune esternazioni, «non dico che la Lega sia folkloristica, ma ad esempio lo è Borghezio, o lo è chi invece vorrebbe il ritorno dei Borboni». «Le parole di Speroni mi sembrano un po’ campate in aria» segue il ministro della Difesa, ma «io confido molto in Bossi e gli ho detto: come io lavoro per un’Italia veramente federale, tu lavora per l’unità nazionale. E poi quando ho partecipato alle celebrazioni per il 4 novembre, in piazza del Popolo non c’erano esponenti di sinistra, o al massimo era presente uno solo, ma nessun giornalista mi ha chiesto perché non erano presenti Bersani o D’Alema».
L’immemore Bersani non replica ma segue imperterrito nell’attacco: «Se disertassero sarebbe una vera vergogna»: le assenze dei fazzoletti verdi alle celebrazioni sono «volgari», comportamenti da «buffoni», «incompatibili» con le cariche istituzionali ricoperte. Si arriva a chiedere le dimissioni degli esponenti leghisti che non parteciperanno alle celebrazioni: «Se non se la sentono di rappresentare il Paese – afferma Antonio Misani – rinuncino allora agli incarichi e ai lauti stipendi di cui godono. E’ troppo facile fare i buffoni uscendo dalle aule per non ascoltare l’inno o insultando il tricolore. Il Paese è stanco del banchetto di un gruppo di cialtroni che giocano con la dignità delle istituzioni. Si deve essere orgogliosi di poter rappresentare l’Italia tutta intera», mentre la decisione di assentarsi «è un atto offensivo nei confronti dell’incarico che ricoprono e del giuramento fatto».

Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, gli fa eco stigmatizzando i possibili assenti: «Si tratterebbe dell’ennesimo episodio di rappresentanti leghisti che siedono sui banchi di istituzioni che mantengono salda la nostra democrazia, ma che contemporaneamente vogliono dimostrare ai loro militanti che loro di quell’Unità non fanno parte. Se domani, come traspare dalla parole del capogruppo Reguzzoni, una rappresentanza significativa della Lega non sarà presente alla cerimonia e al discorso del presidente della Repubblica, quello sarà un gesto di non ritorno».
Come per i Democratici anche dall’Idv non ci sono che parole di sdegno: «E’ ora di finirla con questa pantomima ridicola diventata ora intollerabile – attacca il nostro Massimo Donadi – Se la Lega non ritiene di festeggiare si assuma le proprie responsabilità politiche ed esca dal governo». «Il silenzio di Maroni – aggiunge poi Donadi – quel “lasciatemi in pace” ai cronisti che gli chiedevano della partecipazione sua e della Lega alle celebrazioni, è un’offesa profonda allo Stato, ai cittadini, all’istituzione che rappresenta. Il ministro dell’Interno di un grande Paese, perché l’Italia nonostante tutto è ancora un grande Paese, non può rispondere in quel modo. Maroni si deve semplicemente vergognare».

Processo breve vs pm lenti. Maurizio Paniz, relatore del testo sul processo breve, deposita in serata un emendamento in commissione Giustizia della Camera che di fatto ridefinisce il volto del progetto di legge. Prescrizione in tempi “brevi” per gli imputati incensurati rispetto ai recidivi, «non applicabile ai processi di Berlusconi» (?).
A spiegare la modifica è lo stesso parlamentare del Pdl, che sottolinea di aver «voluto semplicemente introdurre una sacrosanta distinzione di trattamento fra chi è recidivo e chi no, toccando il termine di aumento della prescrizione in caso di sua interruzione (sarà di un sesto per gli incensurati, di un quarto per i recidivi, ndr) con una formulazione che escludo categoricamente possa essere applicabile in qualunque modo ai processi nei confronti del presidente del Consiglio».
«La mia – spiega ancora Paniz – è una proposta dettata da una mia ben nota e antica convinzione giuridica: va penalizzato e punito il recidivo, sono stato l’unico parlamentare del mio partito a non votare per questo a suo tempo l’indulto». Ed in ogni caso, «questa come ogni mia altra proposta di revisione della legge, sono proposte a disposizione della commissione su cui aprire il confronto e lavorare». Dal testo originario sono stati infatti «interamente eliminati», fa ancora notare il relatore, gli articoli 1 e 4 mentre è stato modificato l’articolo 5, «con l’obbligo di segnalazione dei giudici che non concludono i processi entro i termini di legge al Pg della Cassazione e al ministro della Giustizia, da parte del capo dell’ufficio giudiziario dove si celebra il processo».
Ma dietro la riscrittura dell’articolo 5 si cela ben altra modifica: l’obbligo di segnalazione al ministro della Giustizia ed al procuratore generale della Cassazione, da parte dei capi dell’ufficio giudiziario, del magistrato che non ha concluso il processo nei tempi stabiliti dalla legge. Ergo, il pm lento viene segnalato alle più alte sfere.
Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, polemizza sul metodo e sul merito, che offrirebbe ben altra materia critica. Con l’emendamento Paniz «è caduta la maschera, il processo breve era solo il titoletto per nascondere all’opinione pubblica le vere intenzioni della maggioranza: far scappare Berlusconi dai suoi processi. L’emendamento Paniz è sconcertante – segue ancora la Ferrante – perché attraverso un cavilloso meccanismo interviene per ridurre i termini massimi della prescrizione del reato per gli incensurati. Guarda caso, proprio quello che chiedeva il collegio difensivo del presidente del Consiglio”.

Ginevra Baffigo

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