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Che differenza tra le rivolte in Nordafrica e lotta per la libertà del popolo del Tibet? Un mondo che si volta dall’altra parte per non vedere 50 anni di disumanità cinesi di ANNALISA CHIRICO

marzo 12, 2011 di Redazione 

Ne ricorrono 52, per la precisione, da quella strage di Lhasa con cui le autorità di Pechino repressero (nel sangue) la prima manifestazione di risentimento tibetano dopo nove anni di occupazione cinese. In questa metà secolo la lotta nonviolenta “guidata” dal Dalai Lama ha fatto da perfetto contraltare alle persecuzioni di un regime rispetto al quale, peraltro, i tibetani oggi non chiedono più l’indipendenza ma la semplice devoluzione dei poteri necessari ad autogovernarsi. Con Prodi e Berlusconi l’Italia ha rifiutato di ricevere quella guida spirituale che adesso si dice pronta a cedere le proprie funzioni politiche ad un leader democraticamente eletto. Dove finisce la (necessaria, e propedeutica) realpolitik e dove comincia la connivenza? di ANNALISA CHIRICO

Nella foto, il Dalai Lama

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di ANNALISA CHIRICO

L’Ara Pacis di Roma ha ricordato i cinquantadue anni trascorsi da quel 10 marzo 1959, quando il risentimento tibetano, dopo nove anni di occupazione cinese, esplose in una rivolta repressa nel sangue dalle autorità di Pechino a Lhasa. Quasi novantamila i morti e migliaia i prigionieri. Il Dalai Lama e i suoi seguaci esiliarono in India. Eppure, se il massacro di piazza Tienanmen di trent’anni dopo fa parte della memoria collettiva, in pochi conoscono la strage di Lhasa.

Numerose le associazioni che hanno aderito all’appello della Comunità tibetana in Italia. E le istituzioni, dalla Regione Lazio al Comune di Roma, non hanno fatto mancare il loro sostegno. Presenti, come sempre, i rappresentanti del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale.

Sulle note del cantante tibetano Loten Namling si sono alternate le coreografie del ballerino Toni Candeloro. Un omaggio allo spirito dell’Oriente e dell’Occidente all’interno di una creazione intitolata Satyagraha (letteralmente “forza della verità”). Un mirabile esempio di Satyagraha, di lotta nonviolenta, è quella dei cittadini tibetani privati dei loro diritti e della loro terra, eppure uniti nell’incrollabile speranza che la svolta arriverà. Prima o poi. Toccanti le testimonianze di chi ha dovuto esiliare per aver salva la vita, anche dopo quindici anni di prigionia, senza alcuna assistenza medica, sottoposti a pratiche di tortura e a trattamenti disumani. Come la sterilizzazione e l’aborto forzato delle donne, la persecuzione religiosa, gli arresti senza processi, l’opera di “genocidio culturale” contro il popolo tibetano.

Ormai da tempo è chiaro che i tibetani non chiedono l’indipendenza, ma l’autonomia, ovvero la possibilità di autogovernarsi grazie a una maggiore devoluzione dei poteri, pur all’interno della giurisdizione statuale cinese. Proprio ieri il Dalai Lama, che le autorità cinesi continuano a dipingere sprezzantemente come il “lupo travestito da agnello”, ha ribadito la sua ferma intenzione di trasferire il ruolo politico a un leader democraticamente eletto dal popolo. Un atto importante, che sarà sancito dall’approvazione di un apposito emendamento alla Carta dei tibetani in esilio durante la prossima sessione del Parlamento tibetano a Dharamsala (a partire dal 14 marzo).

Tre pillole:
- La forza della nonviolenza non è soltanto uno slogan.
- La grandezza di un leader carismatico, che “guida” il processo di democratizzazione del popolo delimitando il proprio ruolo e preparando la strada per il futuro.
- L’assenza colpevole dei media e della politica.

Qual è – viene da chiedersi – la differenza tra la rivolta di piazza Tahrir o di Tripoli e quella che da più di cinquant’anni si consuma per le strade e nelle campagne tibetane? Vite che chiedono libertà e democrazia, strozzate nel sangue dalle armi del potere dispotico. L’impotenza della comunità internazionale, che sforna solenni dichiarazioni di condanna, ma è incapace di agire. Un desolante quadro nazionale, dove per un barbaro colonnello accolto tra mille onori c’è un umile monaco, certo scomodo, che nessuno volle incontrare. Né Prodi, né Berlusconi. “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”.

ANNALISA CHIRICO

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