Top

Perché no alla separazione delle carriere Oltre a ciò si altera l’equilibrio tra i poteri Doppio Csm di fatto subordinato all’Aula E obbligatorietà ‘regolata’ da legislatore Colpa di conflitto di “sentimenti” di Silvio

marzo 10, 2011 di Redazione 

C’è una questione preliminare e una di merito, nel giudizio che si può dare della riforma della giustizia licenziata dal Consiglio dei ministri. La questione preliminare attiene all’opportunità – e non alla legittimità – che un disegno di riforma dell’ordine giudiziario sia proposto e varato da forze che sono da quindici anni in guerra con il settore che dovrebbero riformare. Poco importa che le decisioni non riguardino i processi nei quali è imputato il presidente del Consiglio: sconcerta anzi che sia diventata necessaria questa specificazione, ovvero che la legge non sia ad personam, come se la normalità fosse (è) l’opposta. Questo governo non ha la terzietà e la serenità necessarie a varare una riforma che sia nell’interesse della giustizia, quindi dei cittadini. Ma il Politico.it non si sottrae anche ad un giudizio di merito, perché il “conflitto di interessi” (o di “sentimenti”; ammesso che un conflitto, con una parte “sana”, ci sia) dell’esecutivo e del suo presidente non significano automaticamente che le scelte siano poi prive di correttezza. E il punto della separazione delle carriere tra magistrature giudicante e inquirente, presente nella legislazione di altri Paesi, può essere discusso. Il resto delle norme, tuttavia, va tutta nel senso di una (maggiore) subordinazione del potere giudiziario al potere legislativo, riducendo la pur legittima capacità organizzativa delle toghe (ad esempio impedendo, di fatto, la creazione ex ante di liste di togati che possano accedere all’elezione al Csm: fatto peraltro di per sé più democratico e “garantista”) e accentuando (però, contemporaneamente) il potere di incisione del Parlamento (la percentuale di membri “laici” del Csm aumenta dal 30 al 50%, peraltro in un Consiglio superiore della magistratura che, sia pure ancora presieduto dal capo dello Stato, viene sdoppiato tra magistratura giudicante e inquirente, per segui(ta)re (al)la separazione delle carriere). L’obbligatorietà dell’azione penale, poi, verrà a sua volta subordinata ad una decisione legislativa su quali reati siano da perseguire “obbligatoriamente” e quali, al contrario, possano – anzi, debbano – essere tirati in causa solo dopo che sia stata realizzata una scala di altre priorità (in termini di reati da perseguire) anch’essa decisa dalla politica. Insomma, non riguarderà i processi (attuali) del premier, la riforma della giustizia varata dal governo, ma sembra concepita in modo tale che, come dice Berlusconi stesso, «Tangentopoli non ci sarebbe stata». Ovvero viene meno quella (maggiore) indipendenza del potere giudiziario che assicurava che la nostra politica, magari debitamente rafforzata nella sua, di indipendenza, attraverso la reintroduzione dell’immunità parlamentare – in un clima depolarizzato e libero da faziosità – non avesse troppo potere d’”influenza” sul- la magistratura. Potere che ora, se il Parlamento ap- proverà il testo licenziato dal Cdm, avrà. E che rende- rà un po’ meno giusta e libera la nostra democrazia.

Nella foto, Silvio mostra la rappresentazione grafica del (più) giusto processo (secondo lui): eguale peso ad accusa e difesa, con il giudice terzo del tutto

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom