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Sì, il ministro Meloni lo ha (già) capito (?) Le “politiche giovanili” (come le culturali) hanno senso come costruzione di futuro Dell’intero Paese e quindi di suoi giovani (Vero) ministro ad hoc(?) è pres.del Cons.

marzo 8, 2011 di Redazione 

Quando Pippo Civati, riprendendo uno spunto del giornale della politica italiana, al veltroniano Lingotto-2 del mese scorso fece notare che i protagonisti del Risorgimento – al quale tutti, in occasione della ricorrenza della nostra (?) Unità, fanno riferimento – erano giovani, si sentì rispondere che, sì, però nell’800 morivano anche prima. Come a dire che, avendo più tempo davanti, oggi si può cominciare ad essere protagonisti anche un po’ più tardi. Al di là della possibile (da un certo punto di vista, è sperabile) pretestuosità della risposta, vi si legge la concezione personalistica della nostra politica che ha questa politica autoreferenziale di oggi per cui lo scopo non è fare il bene del Paese, costruire il suo futuro, ma decidere – personalisticamente, appunto – a chi va il potere, che ne è il fine. La stessa concezione personalistica che richiamavamo stamane parlando delle donne: per cui molti uomini (ché loro, oggi, sono al potere e poiché le donne hanno il polso del valore decisivo della propria “metà” di contributo) concepiscono la questione femminile meramente come una questione di potere, ovvero quanti posti dai a me e quanti te ne tieni per te, quando invece è in gioco la maturità e la completezza (di sensibilità e di visione) di una politica che sia così in grado di preparare degnamente il domani. Perché il fine è, appunto, questo e non il potere, “semplice” strumento. Per la stessa ragione è impolitico considerare i giovani una categoria, così come i beni culturali. Nel secondo caso il giornale della politica italiana ha modo di raccontare ogni giorno la propria concezione: la cultura è la chiave per salvare e rifare grande questo Paese, e non ha alcun senso relegarla a comparto (nemmeno tanto rilevante) dell’azione di governo, quando è la chiave di volta di qualsiasi azione di governo che voglia restituire alla nostra nazione il posto che le compete nel mondo. E, appunto, nella (ri)generazione di cultura (stessa), e non (più) tanto nella conservazione dell’eredità del passato (che ci fu lasciata da altri italiani! Perché non dovremmo poterla (ri)generare oggi? Su questo, un punto comunque non piano e scontato, torneremo). Di più facile comprensione è il valore “generale” dei giovani: se la politica è la costruzione del futuro – quale è - e i giovani sono ad un tempo una parte di coloro che lo vivranno e quelli che vi sono più “vicini”, e che dunque meglio lo possono immaginare e realizzare in un modo che sia tanto più efficace e, appunto, “futuribile” – lungimirante – oltre ad avere quella marcia in più rappresentata dalla freschezza della gioventù che è la vera ragione per cui il Risorgimento non l’hanno fatto degli ottantenni (quali coloro che oggi ci governano), quanto sarebbe miope concepire le cosiddette “politiche giovanili” come se non fossero la politica nel suo complesso, come se lavorare per i giovani non significasse, in realtà, lavorare alla costruzione dell’(Intero) futuro - possibilmente attraverso l’impegno dei giovani stessi – e dunque fare politica tout court? L’invenzio- ne delle “politiche giovanili”, così come quella delle “politiche culturali”, è l’invenzione di una (classe) politica che non è più tale, che non ha più nulla da dire. E infatti coincide con l’inizio del declino dell’Ita- lia. Mettiamo da parte le “politiche”, e ricominciamo a fare politica. Ovvero a costruire il futuro del Paese.

Nella foto, il ministro per la Gioventù, Giorgia Meloni

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