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Il tema-Rai non è lottizzare ulteriormente introducendo nuove trasmissioni faziose Ma far televisione onesta e responsabile che miri “solo” (!?) a fare crescere l’Italia

marzo 2, 2011 di Redazione 

Il giornale della politica italiana sostiene l’opportunità di non privatizzare la Rai (almeno non tutta, e comunque non subito) per sfruttarne appieno le potenzialità – che spetta alla Politica sfruttare! – di strumento per la (ri)educazione del Paese, e come chiave della rivoluzione culturale. Naturalmente ciò non significa lasciarla nelle mani ben poco sapienti della politica autoreferenziale di oggi. Si tratta appunto di farne uno strumento della nuova politica che agisca nel solo interesse di tutto il Paese di cui, secondo il Politico.it, le maggiori onestà e responsabilità dell’area di sensibilità e di opinione del Partito Democratico fanno di quest’ultimo la forza chiamata a prendersi la responsabilità di assumere la leadership di questo processo, per salvare – prima che sia troppo tardi; e così poter – rifare grande questo Paese. A questo scopo la televisione pubblica dovrebbe diventare un luogo nel quale non ci si rifà ad alcuna fazione in campo, bensì ai tre valori fondamentali per la costruzione del futuro dell’Italia: i valori fondanti della nuova politica post-ideologica che agisce al di là della rappresentanza di specifici interessi per perseguire solo il bene dell’Italia, ovvero – appunto – l’onestà e la responsabilità; e la cultura, chiave della «liberazione» del nostro Paese dai lacci e dai lacciuoli con i quali è stato storicamente – e più recentemente – legato e dunque della liberazione di quelle energie che possono consentire alla nostra nazione di vivere un nuovo boom – economico, culturale – senza dover ricorrere ad uno di quei tragici passaggi della Storia che, favorendo il rinnovamento attraverso la distruzione, confermano la «consolante dottrina del progresso» teorizzata da Cattaneo. Quel nuovo Rinascimento in cui un’Italia campus a cielo aperto (ri)abbia la cultura come proprio ossigeno, e così possa dare il meglio di sé in tutti i campi, e nei mestieri intellettuali, e culturali, artistici, riprenda a dare il proprio contributo alla Storia del mondo nel tornare ad essere la culla, ovvero il laboratorio, della civiltà. Una condizione che consentirebbe anche di tentare forme di democrazia più avanzata, sulla falsariga del modello classico della democrazia ateniese, in cui un popolo che abbia ritrovato la propria capacità di pensare, e quindi di impegnarsi, possa caricare su di sé la responsabilità di un governo, e quindi di una politica, fatta dalla società, una «società politica» in cui l’impegno (appunto) politico torni ad essere un servizio – a tempo – fatto dai migliori cittadini che poi ritornano a svolgere le proprie professioni. Ma tutto questo richiede, in primo luogo, quella rivoluzione culturale di cui la televisione pubblica è appunto uno strumento-chiave. E’ chiaro che una politica (ancora) autoreferenziale che persegue il potere fine a se…stessa non avrà mai l’onestà, la responsabilità e la lungimiranza di concepire un rinnovamento televisivo che preveda una programmazione sulla base di soli canoni di qualità e così da fornire al Paese gli strumenti per la propria liberazione. Eppure è proprio questo che serve all’Italia. E quindi, ben al di là della destra e della sinistra, al di là di Santoro, Floris, Sgarbi o Ferrara o chi per loro – il problema è il modello, non il colore (che non dovrebbe essere preminente, né da una parte né dall’altra) – ancora una volta questa politica si muove, e disperde energie (proprie), soldi, opportunità e pazienza (no- stre), per fare solo il proprio interesse. Che poi sia un po’ più della destra o più della sinistra, si tratta solo di stabilire da che parte venire presi in giro.

Nella foto, Michele Santoro nello studio di Annozero: spiazzato (anche lui) da un manifesto apartitico per il solo bene della nazione?

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