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L’analisi. Ma meglio del plebiscito è la democrazia di Aldo Torchiaro

marzo 1, 2011 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale della nuova politica, quella fondata sui valori universali dell’onestà e della responsabilità e disposta ad agire nel solo interesse di tutto il Paese; e che è in grado, perciò, di andare oltre le appartenenze del secolo scorso, la destra e la sinistra. Sia pure in un sistema bipolare nel quale sia la parte più onesta e responsabile dello schieramento politico italiano – il Partito Democratico; e dunque comunque una parte, che presuppone le altre – ad assumersi (appunto) la responsabilità di diventare il “partito dell’Italia”, per salvare e rifare grande – in un unico tempo – questo Paese. Nuova politica che non si può fare senza questa leadership “sicura”, che impedisca alla mancanza di ideologie (di parte) di tradursi in un paralizzante consociativismo. Tutto questo si può ricondurre alla forma plebiscitaria (?). E, scrive il notista politico del giornale della politica italiana, è figlio di una lunga tradizione nostrana che anticipa e in qualche modo “nega” (continua a negare) la (piena) democrazia, quella di stampo anglosassone, fondata su due parti ben distinte tra loro (ma anche l’Inghilterra ha compiuto qualche passo verso la nuova politica, in quest’epoca post-ideologica/novecentesca in cui conta finalmente ciò che si vuol fare per il proprio Paese e non più ciò che il proprio Paese può fare per la propria “idea”) che si contrappongono anche duramente, ma, appunto, democraticamente. il Politico.it porta in Italia la tradizione dei grandi quotidiani americani, capaci di ospitare sulle proprie pagine anche opinioni critiche rispetto alla linea del giornale. Ed è il caso di questo splendido excursus storico di Torchiaro, che contribuisce, con la sua analisi delle tendenze plebiscitarie della politica italiana, (proprio) a criticare e, quindi, a rafforzare la nostra narrazione. di ALDO TORCHIARO

Nella foto, Aldo Torchiaro

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di ALDO TORCHIARO

Gli italiani amano davvero la democrazia? Nella scienza della politica non vi è traccia di tale convinzione. L’attenzione è invece sempre rivolta al compromesso, all’accordo comune.

A partire dal momento fondativo del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, e perciò riassuntivo della storia patria moderna: il Plebiscito, parola tra le primigenie nell’organizzazione politica romana (plebis scitum) è un termine dall’accezione positiva in Italia e solo in Italia, e del tutto negativa per gli anglosassoni. Indica il trionfo dell’accordo condiviso, la realizzazione di un idem sentire, per noi. Ma segna l’assenza di democrazia vera per qualcun altro.

La differenza sensibile e eloquente va posta al centro di una riflessione sulla natura stessa della percezione democratica che si ha nel Paese: il ricorso al plebiscito è tanto endemico nella storia italiana da coincidere con le sue fasi più acute, dal Risorgimento alla Liberazione, come con il Fascismo.

Il primissimo plebiscito, 1805, fu imposto da Napoleone a Lucca. Il Principato acclamò con la quasi unanimità dei consensi di voler finire sotto il giogo dell’invasore, ma l’esperienza non solo non servì ad aprire gli occhi sull’infingimento che mascherava: piacque invece a tal punto da indurre ogni campanile ad emularne il beau geste.

Da quel seme crebbe la pianta più diffusa della politica italiana: la ricerca spasmodica della consensualità trasversale, unanimistica e non di rado preventiva. L’Idem sentire divenne ragione comune, scopo ultimo della tensione politica.

Esattamente a differenza dei paesi in cui la conta pura e dura segnava il solco, in Italia il valore aggiunto della politica si individuava nel superamento de plano della necessità del voto in quanto opzione discriminante, selettiva. Il voto diventa da noi conta, appello. Al quale rispondere il più possibile conformemente.

A Parma e Piacenza nel 1848 si organizza il primo plebiscito per l’unità con il Piemonte. E’ affatto un referendum, quello cui sono chiamati gli emiliani. Il plebiscito si tiene solo quando si ha la certezza del suo esito, e si affida al momento formale del voto una funzione cerimoniale, puramente simbolica. Va certificato quel che si assume già per certo. Così i plebisciti in tutt’Italia, così quelli per Nizza e la Savoia, così in Sicilia: l’esito predetermina il quesito.

L’elenco dei plebisciti che una storiografia più laica ammetterebbe come tali va ben oltre quelli del Risorgimento. Il momento fondativo dell’Italia unita fu propulsore e al tempo stesso certificatore di un intendimento generale più vasto: un marchio di qualità democratica per prodotti di natura politica, diciamo così, eterogenea. Cavour poté quindi fondare l’Italia su questo meccanismo, senza tema di sorta.

Crispi fu oggetto dal 1887 al 1896 di un prolungato, ossequioso plebiscito di fatto. Non si votava per questo o quel partito, ma Crispi sì o Crispi no. E nel quindicennio di Giolitti e del giolittismo, il trasformismo fu il tentativo di istituzionalizzare la prassi dell’idem sentire in sede parlamentare, extraplebiscitaria.

Mussolini impose agli elettori una scelta netta, fascismo sì, fascismo no. Il listone e lo squadrismo, fino alla marcia su Roma, furono le spallate con cui una maggioranza accecata consegnò volutamente l’Italia alle camicie nere in un feroce, tacito plebiscito. Termine che si impiegò anche ufficialmente, ben al di fuori del quadro democratico, nel 1929, quando il listone fascista si presentò così alle urne.

Alla fine della guerra, con la Liberazione, si propose l’eccezione che conferma la regola, quella del referendum tra Monarchia e Repubblica. L’Italia si spaccò in due? Sì e no. Sì, perché votarono dodici milioni per la Repubblica, dieci milioni per la Monarchia. Ma dal giorno dopo queste due apparenti metà si ricompattarono a tal punto da rendere immediatamente pacifico quell’esito, annullando quasi subito le preesistenti simpatie monarchiche. E la stessa Costituzione, non è un capolavoro di compromessi?

Nel 1948 torna il Plebiscito. Prova a incarnarlo il fronte unitario delle sinistre, che per meglio chiarire l’obiettivo mimetizza le sigle di parte dietro alla figura simbolo del Plebiscito, quella di Garibaldi. A beneficiarne è però la Democrazia Cristiana, che viene individuata come l’oggetto nel quale inscatolare sogni e bisogni dell’Italia più ampia, dei ricchi e dei poveri, del Nord e del Sud: l’interclassismo, il richiamo alla religione e alla libertà valsero da soli un en plein elettorale. Il ventaglio dei partiti era ampio, ma una maggioranza silenziosa sospinta dalla Guerra Fredda cercò sua sponte il suo plebis scitum. Il risultato superò le aspettative in due direzioni: il potere fu attribuito al vincitore per oltre un quarantennio, mentre lo sfortunato perdente – come accadeva con l’ostracismo ateniese – venne allontanato per generazioni dalla polis.

La prassi di un’alternanza capace di capovolgere tutto ogni cinque anni è irricevibile, in questo contesto. Solo con Tangentopoli c’è stato un terremoto elettorale che però non ha cambiato la naturale inclinazione al compromesso, né è riuscito ad inficiare l’unanimistica tendenza a sacrificare un unico capro espiatorio. Accadde così che la figura di Bettino Craxi viene bruciata sull’altrare da una maggioranza nuova, trasversale ed amplissima. Quando Berlusconi scende in campo, è consapevole di dover interpretare di nuovo l’idem sentire, di dover incarnare il nuovo plebiscito. E’ quanto gli dicono i suoi esperti, congegnando Forza Italia: un nome che incarna non una parte, ma un fronte esteso, trasversale, pressoché sconfinato, come un appello al plebiscito. Per essere più esplicito su questa strada, invoca poi il Popolo (della libertà) come partito / non partito. E come definire i nuovi sindaci o i governatori dalle maggioranze mutevoli, sempre più civici e distaccati dalle polarità del Novecento in nome dell’interesse più ampio di tutti i cittadini, e quindi volti alla conquista del consenso plebiscitario? E’ una tendenza inarrestabile.

E’ nel nostro dna culturale, è un fatto antropologico prima ancora che elettorale? Potrebbe darsi. Ma se ricordiamo bene, il plebis scitum serviva a dare l’impressione di contare qualcosa al popolino, appunto la plebe, mentre le decisioni vere venivano prese dall’alto, e da altri.

Sarebbe meglio celebrare l’Unità d’Italia con onestà intellettuale e più slancio, cogliendo l’occasione per analizzare davvero il valore e il merito che intendiamo attribuire al consenso, alla ricerca magari di una qualità democratica più alta, fatta di più opzioni ben distinte e senza melassa.

ALDO TORCHIARO

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