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No ad un’Italia multiculturale (tout court) E’ l’opposto di integrazione e non ‘vince’ Sì (invece) ad Italia che si lasci arricchire ma a partire dalla propria identità storica Remiamo insieme in un’(unica) direzione

marzo 1, 2011 di Redazione 

Naturalmente bisogna intendersi sul significato di “multiculturalismo”. Se per multiculturalismo si intende un crocicchio di comunità e identità diverse, confermiamo la nostra risposta. Alla quale del resto sono giunti Paesi che si confrontano da molto più tempo con il tema-immigrazione. L’Inghilterra di Cameron, che si accorge che così l’integrazione è impossibile, anzi, non inizia nemmeno. La stessa Francia, un modello intermedio tra quello multiculturale tout court e quello di cui parleremo tra poco, che laddove accetta passivamente il multiculturalismo (?) tout court, conosce fenomeni di disgregazione, povertà, criminalità (banlieu, la situazione nella zona più interessata – storicamente – dai fenomeni immigratori, il sud del Paese). La stessa Roma antica ha cominciato a decadere nel momento in cui ha (eccessivamente) aperto i propri confini, e ha visto disgregarsi (ancora) la propria identità. Gli Stati Uniti sono invece un esempio di Paese che, sia pure a costo di grandi sofferenze (soprattutto, va detto, per le sue – allora – minoranze), ha trovato un modello vincente: quello di un multiculturalismo, sì, ma innestato su una forte identità nazionale. Quello che gli americani non sono probabilmente riusciti a fare è di arricchirsi di questa estrazione multiculturale. Quello che invece può e deve fare la nostra nazione. Ora che comincia il fenomeno immigratorio di massa, siamo nelle condizioni di impostarlo come vogliamo avvenga. Noi diciamo sì allora all’apertura e al (necessario) dialogo; ma a partire da una forte consapevolezza della nostra identità storica, da riscoprire attraverso la rivoluzione culturale. Una rivoluzione culturale che coinvolga, e non emargini, le persone provenienti da altri Paesi e si faccia arricchire, appunto, dai loro contributi, indicando la traccia di fondo – la democrazia occidentale figlia del cristianesimo e dell’illuminismo, il solidarismo, la cultura appunto – e la nostra tradizione culturale in particolare – come veicolo della nostra «liberazione» – e lasciando che su di essa le altre culture mettano la propria conoscenza, la propria sensibilità, la propria tradizione (nella misura, come detto, in cui sono compatibili) per un’esplosione di (rinnovata) cultura e intelligenza. Come si fa concretamente? Ritrovando innanzitutto un orgoglio nazionale ben incardinato nello stemperante sbocco europeista; rifacendo della cultura – la nostra – il nostro ossigeno; aprendosi a quel punto da una condizione di forza ai contributi degli “altri”, a cui va lasciata la libertà di professare il proprio credo (religioso), ma che debbono attenersi alle nostre leggi e riconoscere le nostre tradizioni (e soprattutto i nostri nuovi obiettivi), e progressivamente – solo in questo modo – integrarsi nella nostra società. Come del resto già avviene – grazie ai flussi “controllati” – nel nostro Paese. Che può accentuare la propria spinta all’integrazione – e prepararsi ad un’immigrazione più consistente che va comunque governata, anche nella chiave europea – dandosi quell’obiettivo di ritornare grande per il raggiungimento del quale gli “stranieri” possono offrire – diventando a quel punto nostri connazionali – un contributo decisivo. E’ chiaro che tutto questo funziona meglio in chiave europea, dato che la questione si pone nello stesso modo (sia pure con qualche differenza dovuta alla geografia), data la comune radice – sennò non staremmo assieme – e la comune esposizione al fenomeno, a livello continentale. L’Italia lavori – senza la violenza delle rivendicazioni inutilmente autarchiche leghiste – ad un’Europa (sempre più) politica e, in questa chiave, ad un governo europeo del fenomeno. Portando quest’idea sostenibile – e probabilmente vincente – per il futuro.

Nella foto, l’unione d’intenti tra culture (di “provenienza”) diverse per rifare grande la nostra nazione (e l’Europa)

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