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E il film che ci “aiuta” è l’ultimo Tognazzi Chiave di nostro futuro si chiama cultura Ma non (solo) conservazione del passato Italia (ri)generi (ancora) cultura mondiale E saremo di nuovo la culla della civiltà

febbraio 27, 2011 di Redazione 

Ultimo Tognazzi che si scrive Il padre e lo straniero. Un discreto film, di un nostro cinema che ci sta provando – lui – a rimettersi alla testa del cinema mondiale (come lo è stato nel dopoguerra), ma che manca ancora dello spessore necessario. E questo è dovuto – scrive Ulivieri – ad una batteria autoriale (registi e sceneggiatori) che – come parte della nostra nazione, quella, almeno, che ha il coraggio e la responsabilità di lottare per cambiare dentro i nostri confini – non ha la statura dei loro zii (e pure la nuova generazione sta crescendo – in tutti i sensi – anche se siamo ancora a pochi casi “isolati”: i soliti Garrone, Sorrentino, per capirci. Toni tra gli attori). (Ecco perché) dicevamo che (però) il cinema ci sta (già) provando e può essere (a maggior ragione) il nostro capofila (e la nostra cartina di tornasole): l’Italia ha un grande patrimonio. Che è la cultura. Ma non, i beni prodotti nel passato. Ma averlo potuto fare. E quindi poterlo ri-fare. Cosa manca? Il clima necessario. Un clima ad un tempo di ritrovato (ben incardinato nello stemperante sbocco europeista) orgoglio nazionale e di rinascita culturale. E’ la rivoluzione della quale il Politico.it scrive da mesi. Trasformiamo il nostro Paese in un grande campus a cielo aperto, fatto di una scuola rigenerata, (e) di un’università che miri(no) ad essere la punta avanzata dell’istruzione nel mondo. E con il Grande Educatore – la televisione – accompagniamo questo “sforzo” (si fa per dire, è un impegno bellissimo) ridando a (tutti) gli italiani gli strumenti perché possano (ri)avere nella cultura il proprio ossigeno. Immaginate un Paese che si riabbia della propria capacità di pensare e che per questo torni ad impegnarsi. E’ un’Italia la cui economia (ri)esploderebbe in un sol colpo. Perché un Paese che possa ambire a questa condizione è un Paese che rinasce, le cui energie vengono liberate, ed esplode (quasi: la politica dovrà rappresentare il grande e saggio padre capace di coinvolgere – appunto – e coordinare – ecco il -secondo- punto) da sé. Proprio come nel dopoguerra. Quando già conoscemmo un boom. Oggi possiamo (ri)farlo, grazie alla cultura, in forma stabile e duratura. Conoscere il nostro nuovo Rinascimento (attraverso questo che abbiamo descritto e che possiamo a ragione definire il nostro nuovo Risorgimento). E tornare, così, al centro del mondo. Il padre e lo straniero ora, che ci parla (appunto) di noi (M. Patr.). di FABRIZIO ULIVIERI

Nella foto, Alessandro Gassman (a destra) e Amr Waked si confrontano nel film. Un’immagine che rievoca (anche esteticamente) le scuole della Grecia antica. E la ricchezza dello straniero è una componente essenziale della possibilità di rifare dell’Italia la culla della civiltà: fatta salva la radice della nostra identità, seme fondamentale di qualsiasi frutto in questo senso, il contributo delle persone che vengono da altri Paesi e da altre culture, se ben dosato, ci può consentire un’esplosione (in senso buono) di cultura e intelligenza

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Il padre e lo straniero

REGIA: Ricky Tognazzi

ATTORI:
Alessandro Gassman
Amr Waked
Ksenia Rappoport
Leo Gullotta
Nadine Labaki

GENERE: Drammatico

DURATA: 110 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Diego (Alessandro Gassman) e Walid (Amr Waked), l´amicizia fra due uomini e una confusa storia di terrorismo (?) internazionale. Questo è il succo del film.

I due uomini si incontrano, a Roma, in un istituto per bambini minorati. Tutt´e due i padri hanno un figlio minorato. Sembra un incontro banale e piuttosto scocciante per Diego, che non ama suo figlio, Giacomo, o almeno non lo ama come lo ama la moglie, con la quale a causa di questo ha ormai rapporti difficili.

Walid invece ama suo figlio come una madre e più di una madre. E insegnerà a Diego ad amare suo figlio Giacomo in modo straordinario.

La loro amicizia è quella fra due uomini maschi. E´ un´amicizia soprattutto dominata dal fascino di Walid, lo straniero. E´ uno che viene dalla Siria e che parla sentenzioso. Ha un fascino misterioso e losco talora. Il fascino dell´arabo infido, sebbene sempre gentile.

Diego ne resta incantato e lo segue dappertutto. Per una Roma che sembra trasformata in Damasco e fino a Damasco a bordo di un aereo militare che pare appartenere al ricco Walid.

Walid talora riveste la figura dell´angelo annunciatore (ma annunciatore di che? della pace che manca a Diego con la sua compagna? o della sua incapacità di amare suo figlio Giacomo?). Talora invece Walid sembra un Lucifero caduto, in una trama internazionale di servizi segreti (molto scadente questa parte del film) che parrebbe aver approfittato dell´amicizia di Diego per le sue trame terroristiche.

Certe volte il film assume il ruolo di una propedeutica alla bellezza del mondo orientale (arabo) quasi fosse la unica possibilità di salvazione per la civiltà caotica e nevrotica italiana.

E´ un film che risente sicuramente dell´influsso di Ferzan Ozpetek (Il bagno turco – Hamam/La finestra di fronte), molto manierato, con ripetute ed insistite oleografie e con un mistero (alla “Finestra di fronte”) che alla fine non porta da nessuna parte.

Ancora una volta la preoccupazione dello stile supera quella della narrazione. Non si riesce a fare narrazione senza gli scrupoli del bello stile (fin troppo ricercato).

Si ritorna di nuovo alla radice del problema: il cinema italiano si rende conto di essere indietro rispetto al cinema internazionale e cerca allora di fare un cinema mainstream ma con tutta la buona volontà e buoni spunti (e questo film di buoni spunti ne ha) non riesce a fare un buon prodotto.

[Vorrei azzardare un´ipotesi: la mia sensazione è che chi produce/dirige film o non ha una preparazione culturale che lo porti molto al di là della media o non vi è la sapienza e la scaltrezza di ricerca (di marketing) su come vada prodotto in film mainstream o tutt´e due]

Il finale è abbastanza banale e perciò contraddice la legge di Charlie Kaufman (che un grande finale salva un film).

Comunque, come dice il mio amico Matteo Patrone, “un passaggio in sala lo vale”. E se ha un merito il film di Tognazzi è quello di credere nella dialettica fra Occidente ed Oriente. Un´urgenza che è più che mai divenuta impellente ora, con le recenti rivolte nei paesi arabi, da parte di giovani che chiedono pane, lavoro, dignità, giustizia e rispetto per la vita umana e non vogliono più tirannidi e sfruttamento.

Tre stelle.

FABRIZIO ULIVIERI

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