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Ogni settimana al cinema con il Politico.it: Il Grinta Attilio Palmieri

febbraio 25, 2011 di Redazione 

Sono giorni di grande fermento, sul giornale della politica italiana. Si incrociano qui i maggiori prota- gonisti della nostra politica (Veltroni), firme tra le più prestigiose del giornalismo italiano (Montorro, che ha cominciato ieri la sua collaborazione con il Politico.it), grandi crack della politica in rete (Ciuenlai). E ora è il momento del cinema. Se la critica domenicale delle uscite in sala è affidata al punto di vista più fedele all’entertainment di Fabrizio Ulivieri, quando in sala arriva l’ultima opera dei fratelli Coen – è il caso del film che stiamo per scoprire – e, inevitabilmente, ci si trova di fronte ad un potenziale capolavoro ecco che il Politico.it torna ad affidarsi alla sua penna più sapiente, quella del giovane e brillante studioso vincitore, nel 2009, di uno tra i più importanti premi per la critica cinematografica del nostro Paese. Palmieri torna, un anno dopo Shutter Island, per spiegarci come Il Grinta sia un film che presenta tutte le caratteristiche classiche dei film dei Coen, applicate al genere western, con l’ambizione di coniugare la loro poetica con la produzione firmata (tra gli altri) Spielberg, tuttecose che ne fanno un film forse non completamente riuscito, ma assolutamente da non perdere. A cominciare dalla recensione di Palmieri, come sempre, sul giornale della politica italiana.
di ATTILIO PALMIERI

Nella foto, Il Grinta-Cogburn, interpretato da Jeff Bridges

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di ATTILIO PALMIERI

Spesso il cinema di genere è considerato esclusivamente come un nucleo di lavori indirizzati al pubblico di massa, all’intrattenimento, adatti a divertire e a distrarre proprio in quanto appartenenti al cinema popolare.

E’ una banalizzazione che non fa onore alla storia dei generi cinematografici che, pur non dimenticando la loro naturale propensione proprio all’intrattenimento e al rapporto dialogico con lo spettatore che volta dopo volta va in sala per vedere una storia già nota, dello stesso genere, ma sempre diversa, sono un importante strumento narrativo, specie se utilizzato da autori di un certo spessore.

I fratelli Coen sono tra questi e il loro lavoro di riscrittura dell’immaginario cinematografico è stato negli ultimi vent’anni pari solo a quello compiuto da Quentin Tarantino. Il percorso cinematografico di Joel ed Ethan Coen ha quasi sempre intercettato il cinema di genere rielaborandolo e piegandolo alle esigenze dei due autori del Minnesota. Così hanno fatto con Blood Simple per il noir, con Crocevia della morte per il gangster, con Prima ti sposo poi ti rovino per la commedia, con Non è un paese per vecchi per il western.

Con Il Grinta tornano a rivisitare il western, con accenti decisamente diversi rispetto al film che ha fatto loro guadagnare quattro premi Oscar.

La storia raccontata è quella di una ragazzina di dodici anni che ha come unico obiettivo vendicare l’assassinio del padre uccidendo il bandito che gli ha tolto la vita. Per farlo cerca i maggiori cacciatori di taglie del vicinato finendo per scegliere uno sceriffo un po’ attempato col vizio dell’alcol detto “il Grinta” per la sua determinazione e la sua cattiveria.

Si tratta fondamentalmente di un film di personaggi. La giovane bambina è sempre a contatto con un mondo, quello del selvaggio west, che è sostanzialmente popolato da adulti, sporco, squallido e minaccioso. Il filtro della sua età le consente di smussare ogni asprezza e la sua caparbia determinazione la rende un personaggio dalle tonalità dickensiane.

Il personaggio che dà il titolo al film invece è stato costruito con il preciso intento di dialogare con gli eroi del western classico in modo avversativo: la demistificazione è la parola d’ordine, concetto che si realizza nella rappresentazione di un eroe dolente e malinconico, seppur non privo della sua spregiudicata ironia. Se John Wayne metteva in scena un personaggio classico e valoroso Jeff Bridges lavora ai margini dell’eroe mettendo in scena il suo alcolismo, la sua vecchiaia, le sue debolezze, senza però dimenticarne l’aura mitica.

Il Grinta non è un film perfetto, né uno dei lavori di maggior spessore degli autori de L’uomo che non c’era, specie per la miscela non sempre omogenea tra la storia della vendetta della bambina dagli echi spielberghiani (Spielberg figura tra i produttori del film) e il registro grottesco con cui gli autori mettono in scena il west. In ogni caso, come tanti altri lavori dei Coen, si tratta di un film a tratti esilarante, che certamente non fa rimpiangere il prezzo del biglietto.

ATTILIO PALMIERI

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