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Nostro declino pure a causa di talk show La politica si sterilizza nella chiacchiera Dibattiti (interni) ridiventino “conclusivi” Leader abbiano responsabilità proposte

febbraio 24, 2011 di Redazione 

I giovani non la guardano (quasi) più, preferendole l’interattività della rete. Bersani la snobba, forse per esorcizzare l’impossibilità di “averla” (e di saperla usare: come nella favola di Fedro). Ma la televisione è il grande dominus dell’Italia e (quindi, in un senso e nell’altro) della nostra politica degli ultimi trent’anni (e può esserlo, in positivo, per almeno un altro decennio ancora).

Nella foto, lo studio di Ballarò: il problema non è infatti di destra o sinistra, ma di meccanismo tout court

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Non è un caso che la Seconda Repubblica nella sua estrema autoreferenzialità sia “coetanea” di “Porta a porta” e della nascita dei dibattiti televisivi-spettacolo, che sostituirono le vecchie, ma sane, trasmissioni giornalistiche dedicate alla politica. Un giornalismo che, come il giornale della politica italiana ha scritto più volte, avrebbe un compito di “mastino da guardia” della politica che invece non assolve, e che nella sua versione moderna, in Italia, non ha mai assolto.

Dalla nascita del secondo livello (di pagina) dei “retroscena” tutti incentrati sul “teatrino della politica” (definizione felicissima del suo più grande animatore: il presidente del Consiglio) sui quotidiani cartacei – il primo fu Repubblica di Eugenio Scalfari – a, appunto, la deriva televisiva (anche nelle forme di sudditanza e di imbarbarimento, quest’ultime più sul fronte dei giornali, che però rappresentano un fenomeno legato alla deriva antidemocratica e non all’impoverimento della politica, che semmai sono l’uno la conseguenza dell’altra, sia pure alimentandosi poi a vicenda) il giornalismo italiano si è reso corresponsabile della fine (per il momento) della politica e dell’avvento della personalizzazione, che come ai tempi dell’antica Roma è il preludio della fine (anche) della democrazia (appunto).

Ma non è di questo che vogliamo parlare oggi. Oggi puntiamo il dito solo contro la politica. Una politica che, nell’onestà e nella responsabilità di suoi (anche pochi) protagonisti avrebbe potuto “fare da sé”, essendo lei a cambiare – piuttosto – come dovrà fare, lo stesso giornalismo. Invece si è sempre più dedicata a se stessa, in una deriva autoreferenziale che, appunto, l’occasione televisiva della chiacchiera sostitutiva della politica – sostitutiva perché non è possibile (o molto difficile) saper far coesistere il circolo vizioso della parola fine a se stessa con l’assunzione di responsabilità della proposta, vera, e dell’azione (politica) – ha portato alla sua attuale, completa sterilizzazione, per cui si parla – e si fa – di tutto, tranne che concepire un progetto e assumere scelte concrete per la costruzione del futuro dell’Italia.

L’inversione del fenomeno può essere certo sistemica, ma è più responsabile pensare che chi si renda conto di tutto ciò – come il giornale della politica italiana – cambi già nel proprio comportamento la tendenza, assumendosi la responsabilità di avanzare proposte concrete – che significa siano tali per cui, nel momento in cui fossero accolte, potessero essere messe in pratica con una certa sicurezza di essere efficaci, o quanto meno compatibili e sostenibili – e di incalzare l’azione conseguente.

Va cambiata la stessa modalità dei confronti interni ai partiti – anzi, al partito, giacché solo nel Partito Democratico oggi ci si confronta. Ma lo si fa per finta: perché le decisioni (?) vengono prese altrove rispetto ad assemblee che ricalcano lo schema sterile del talk show televisivo (non per caso), nelle quali si susseguono interventi estetici che, non essendo organizzati, non entrando in una dialettica che sia “conclusiva” – ovvero che porti ad una decisione – restano del tutto fini a se stessi, o al limite ad una propaganda a sua volta inebriante del Paese, che – grazie a questo e a quell’atteggiamento dei giornali e ai dibattiti televisivi – si convince sia questa la politica, a sua volta anestetizzandosi.

La politica è fatta dagli uomini; è dunque dagli uomini – come da il Politico.it – che può partire, subito, un’inversione di tendenza. Per questo il giornale della politica italiana sollecita i giovani a partire di qui, evitando di farsi traviare dall’esempio bacato dei propri patrigni e fratellastri maggiori.

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