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Diario politico. Legittimo (?) impedimento Berlusconi: non ho poteri per governare E così (ancora oggi) “decide” di non farlo In agenda di nuovo solo processo breve Mentre Tremonti sbriga ‘affari’ economici Preparandosi a (degna – ?) successione

febbraio 24, 2011 di Redazione 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. Litigano spesso. Il primo vorrebbe un maggior coinvolgimento del secondo rispetto alla mission di salvare il salvabile e di produrre provvedimenti tali da solleticare la pancia del “popolo”. Giulio non ci pensa proprio, sia perché ha la responsabilità di tenere in ordine i conti per/sia per non “sporcarsi le mani” e rimanere il nome più spendibile per il dopo-Cavaliere. Prima o poi. Prima, in una ipotetica soluzione di transizione con lui stesso alla guida. Poi come leader di un Pdl deberlusconizzato. Vediamo come la dicotomia si stia sviluppando in queste ore, con il presidente del Consiglio in attesa di soluzioni per sé e il ministro dell’Economia impegnato (silenziosamente e da parte, per non compromettersi) a tenere in piedi la baracca (ma non troppo). di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, Berlusconi e Tremonti

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di Ginevra BAFFIGO

Mentre in Libia si consumano ore di fuoco e sangue senza che si chiarisca la posizione dell’amico governo italiano, sul versante interno le parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, continuano a scuotere il dibattito politico.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sembra abbracciare la posizione del Colle, che martedì si esprimeva in un severo rimprovero. Eppure nelle parole del Capo di governo non riusciamo a riscontrare l’ammissione di colpa attribuita al suo esecutivo. «Di decreti non ne parliamo più. I decreti devono avere un consenso totale -riconosce il premier – Non è più nella nostra disponibilità perché ci vuole la firma del capo dello Stato».

Ancora una volta l’ultima parola, che spetta a Napolitano, fa sfumare i disegni del Cavaliere, che quindi, dagli Stati generali di Roma Capitale, torna a lamentare l’assetto costituzionale previsto dall’attuale Carta. «Al governo rimane solo il nome e l’immagine del potere» chiosa amaro.

A detta dell’uomo di Arcore, in una simile situazione è impossibile attuare le riforme, sulle quali gravano costantemente la firma del Quirinale e le profonde modifiche dal Parlamento. E così, un testo varato dal Consiglio dei ministri, da «focoso destriero purosangue», si trasforma in «ippopotamo».

Ciò nondimeno, l’esecutivo, così come ricordava ieri Umberto Bossi, autorizza la questione di fiducia alla Camera sul Milleproroghe, nella speranza che presto si calmino le acque.

In caso contrario, già in queste ore, lo staff del premier sta lavorando a un maxiemendamento, nel quale verranno ripresentati i punti da “correggere” sotto una nuova veste. O magari solo in quella vecchia rispolverata.

Sul decreto Milleproroghe, dunque, il governo è tornato al lavoro. Già in mattinata il titolare dell’Economia, Giulio Tremonti, si è recato al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica, facendo seguire una visita a Montecitorio dove ha incontrato i capigruppo della maggioranza. Capigruppo e non solo: presenti anche il ministro Elio Vito e il sottosegretario Gianni Letta, nonché i capogruppo del Pd, Dario Franceschini, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Che il monito di Napolitano abbia infine portato dei risultati?

Una volta in Aula, il numero uno di via XX settembre dichiara la disponibilità del governo a rivedere il testo del decreto. La questione di fiducia, a detta del ministro Tremonti, dipenderà «dalla discussione con l’opposizione».

Venendo alle ragioni del testo, particolarmente a cuore del ministro, ci sarebbero le norme sui precari della scuola, la normativa sul personale Consob, le delibere sugli immobili acquisiti a seguito di esproprio per Roma e le disposizioni che aumentano il numero di assessori. Stop alle normative sugli incroci tra tra televisioni e giornali, al blocco delle demolizioni delle stabili abusivi in Campania, ed infine alle concessioni nella zona dell’Etna.

La reazione dell’Aula è immediata. Soprattutto quella che si registra sugli spalti dell’opposizione, che già a inizio seduta, richiedeva la sospensione dei lavori in attesa di un pronunciamento del governo. «Non capisco che prosieguo facciamo se non abbiamo una parola in più rispetto a ieri – esplicitava Roberto Giacchetti rivolto al presidente della Camera, Gianfranco Fini – Noi riprendiamo da dove abbiamo iniziato ieri. Non abbiamo alcuna novità su quanto abbia deciso il governo». Fini però, con un battuta secca respingeva la richiesta dei Democratici: «Il governo, come anche lei sa, si accinge a comunicare i propri orientamenti alla Camera. Certamente questo accadrà – aggiunge con una punta di sarcasmo – non appena il governo sarà nella capacità di farlo».

Quanto ad altre, non meno importarti, questioni pendenti sul tavolo di palazzo Chigi, vediamo infine la calendarizzazione del processo breve, fissata per il 28 di marzo. La conferenza dei capogruppo della Camera, si è infatti espressa sul tanto sofferto disegno di legge, nonostante martedì la maggioranza sembrasse aver frenato sul provvedimento per ritornare piuttosto sulla riforma costituzionale della giustizia. Un’agenda (?) invernale alquanto confusa, è il caso di dirlo.

Il provvedimento, con il “potere” di estinguere i tre processi in corso per Silvio Berlusconi, è tornato infatti sul tavolo della commissione Giustizia della Camera il 15 febbraio scorso. Il ddl prevede “tempi certi” per i processi, oltre i quali gli imputati vengono prosciolti d’ufficio. Il ddl inoltre avrebbe valore retroattivo, estendendosi così a molti processi in corso, tra cui quelli, ben noti, del Cavaliere (due in primo grado e uno in fase di udienza preliminare).

Dopo un primo momento a Montecitorio si era deciso di accantonare il disegno perché, per fermare i processi a Berlusconi (ragione prima del provvedimento stesso) si era preferito optare per il «legittimo impedimento» (legge poi dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Consulta il mese scorso).

Il tema della giustizia non smette così di animare il dibattere politico, soprattutto a seguito della nuova inchiesta della procura milanese sul Berlusconi, ora accusato di concussione e prostituzione minorile.

Il caso Ruby ovviamente non è che la punta del iceberg, ma ha costretto il presidente del Consiglio, ed il Pdl per estensione, a progettare nuove leggi, fra cui spicca la stretta sulle intercettazioni.

Così come rileviamo dalla dichiarazione del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che martedì manifestava la volontà della maggioranza di «frenare» sul processo breve per non dar adito a «un elemento di rottura mentre stiamo lavorando alla riforma costituzionale della giustizia», è chiaro che il fulcro del problema sono ancora i tempi. La legge costituzionale potrebbe non essere partorita in tempi utili per la legislatura, e quindi, declinato il verbo politico, in tempi utili per il premier.

La riforma costituzionale richiede infatti un iter di gran lunga molto più complesso, con tempi di approvazione non inferiori a 1-2 anni, quando invece la cosiddetta “l’ingerenza di una parte della magistratura in politica” è vivace e cogente nello stretto quotidiano dell’inquilino di Palazzo Grazioli, vittima di “persecuzione giudiziaria da 17 anni”, ovviamente a suo dire. D’altra parte sono tutti consapevoli che il processo breve, o prima, il legittimo impedimento, non sono che delle scorciatoie giudiziarie e che l’unica vera e trasparente strada maestra è quella della norma costituzionale, prevista tra l’altro dal programma elettorale del centrodestra.

In tutto ciò, la (al momento) flebile voce Democratica prova ad imporsi spiegando il perché del loro parere negativo sulla nuova agenda del ramo basso del Parlamento.

Il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, ricorda infatti che il centrodestra «aveva detto che avrebbe rinunciato» all’esame del testo. «Ma – aggiunge con una punta ironica – si vede che sono confusi». L’eco si propaga anche dalla segreteria del partito: «L’ho detto alla Lega – ironizza Bersani – con il federalismo piantate una bandierina, ma in cambio del federalismo Berlusconi vi chiederà il processo breve. Ora voglio vedere cosa farà il Carroccio, perché noi questa non gliela faremo passare».

Non del tutto sordi alla memoria di Franceschini, dal Pdl si difendono. «L’abbiamo riproposto, e allora? – minimizza il capogruppo Fabrizio Cicchitto, non senza mostrarsi su tutte le furie – Non avevamo annunciato niente di ufficiale».

Ma se qualcuno in Italia alza i toni oltre il consentito, c’è da dirlo, è dall’altra parte della barricata. L’Italia dei Valori parte infatti all’attacco: «Il processo breve – chiosa il “nostro” presidente dei deputati Idv, Massimo Donadi – è il tentativo di cancellare con un colpo di spugna i processi a carico di Silvio Berlusconi. Avrebbe come effetto collaterale l’estinzione di centinaia di migliaia di processi. Siamo assolutamente contrari a quest’amnistia mascherata per migliaia di pericolosi criminali». «Daremo battaglia – segue nella sua climax ascendente Donadi – in Parlamento e fuori contro questo scempio giuridico. Se Alfano volesse davvero accelerare i tempi dei processi, come tutti auspicano, aumenterebbe i fondi per la giustizia, pesantemente tagliati in questi anni. Evidentemente lo scopo è un altro e riguarda Berlusconi ed i suoi processi. Come sempre».

Ginevra Baffigo

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