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Talenti. Il coraggio di saper capire una battuta di Marianna Bartolazzi

febbraio 23, 2011 di Redazione 

Ovvero come la sinistra italiana si prenda troppo sul serio e, così facendo, perda di vista la realtà. In tutti i sensi. La “propria”. E (quindi) quella del Paese. Messaggio alla dirigenza “diffusa”, di “base,” del centrosinistra che usa la rete per confrontarsi: re-impariamo a ridere delle battute. O (presto) non ci sarà più niente da ridere. (Proprio) per noi (di nuovo, in tutti i sensi). Con questo pezzo sulla “satira politica (non più) a senso unico” che ha trovato spazio (ad esempio, da ultimo) sul palco del Festival di Sanremo, comincia la sua collaborazione con il Politico.it Marianna Bartolazzi. Il giornale della politica italiana è il laboratorio della nostra politica del futuro. E (quindi) il luogo nel quale si confrontano i suoi protagonisti. In particolare quella generazione dei nati dopo il 1980 che, a differenza dei propri “fratelli maggiori”, non è (ancora?) stata “colpita” dalla cooptazione dell’attuale classe dirigente autoreferenziale (del centrosinistra e del centrodestra), e ha la freschezza e la libertà necessarie per fare quello che i loro stessi fratelli maggiori non hanno (ancora?) saputo fare: mettere in campo responsabilmente idee e proposte concrete per la costruzione del futuro dell’Italia, per la quale proprio la generazione degli “’80″ potrebbe giocare il ruolo decisivo. Dopo Giulia Innocenzi e Antonio De Napoli, dopo Dino Amenduni e Riccardo Maraga, per non parlare del nostro direttore e dell’intera redazione del giornale composta da (loro) coetanei, il Politico.it apre (spalanca) ulteriormente le porte (e le finestre) per intensificare il proprio impegno per restituire – al più presto – all’Italia la politica vera, e con essa la possibilità, concreta, di salvare e rifare grande – in un unico tempo – questo Paese. di MARIANNA BARTOLAZZI

Nella foto, Luca e Paolo (si) prendono in giro il centrosinistra sul palco del Festival di Sanremo: apriti cielo (in tutti i sensi?)

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di MARIANNA BARTOLAZZI

Il bello di Facebook è che, una volta capiti i meccanismi, si può davvero creare e comunicare qualunque cosa. Si ha la possibilità, sulla rete, di mettere i propri accenti, di coniare il proprio profilo, di far risultare senza filtri la propria satira personale.

Non sono tra coloro che pensano si possa ridere di qualunque cosa. Ma della politica, beh, è obbligatorio.

Per tornare a Facebook, qualche giorno fa un mio amico (virtuale nella rete, reale nella vita) ha postato un´immagine, da lui realizzata, che raffigura la bandiera dell´Italia con al centro il simbolo dell´Eni. Didascalia, “Anche in Libia si celebrano i 150 anni dell´unità d´Italia”.

Ora, tutti noi conosciamo la genesi dell´azienda in questione, il suo spirito popolare e progressista, la spinta storica delle gesta dei suoi fondatori. Ovvio che l´immagine satirica si riferiva alla situazione attuale e, in particolare, alle scelte economiche di miope prospettiva compiuta dall´Italia in questi anni. Mi fermo qui, perché l´esegesi di un motto o di un disegno satirico ne spoglia di valore ed energia il significato.

Sta di fatto che il cane a sei zampe al centro della bandiera italiana ha scatenato un “putiferio da social network” senza precedenti: tra chi difendeva l´artista e chi lo deplorava nessuno, e sottolineo nessuno, ha pensato di farsi su una leggera risata.

Lo so, non sono tempi facili per risate leggere. Lo abbiamo visto durante la settimana di Sanremo, con la polemica della “satira da par condicio” di Luca e Paolo, condita da espressioni di genuino orrore nei riguardi del tentativo di prendere in giro Saviano e Santoro.

L´abbiamo visto leggendo qua e là l´esegesi dell´esegesi (perdonate la doverosa ridondanza) dell´inno d´Italia di Roberto Benigni. Troppo favolistico. Vagamente revisionista. Poco completo. Praticamente, il giudizio che si potrebbe dare di una lezione universitaria.

Anche in questo caso: non sono per gli intoccabili o per non affrontare una riflessione profonda sul mondo dello spettacolo nostrano (che sarebbe necessaria da diversi anni).

Non ho potuto non pensare, tuttavia, che forse la sinistra del nostro Paese è, anche in base ad una lettura di questi recenti episodi, sempre meno padrona del suo tempo. Incapace di governarlo, di capirlo.

Non mi riferisco alle alte sfere, quanto più alla classe dirigente diffusa, politica e non, che scrive sulla rete sempre più spesso per far sentire la propria voce.

Mi si permetta, allora, facendo parte anche io di questa agorà virtuale, di esprimere i miei dubbi. Non sarà forse che, in decenni di berlusconismo, ci siamo a tal punto abituati al “dileggio del potente” (sacrosanto fin dall´antica Grecia), da pretendere sottesamente che la satira divenisse a nostra immagine e somiglianza?

Non sarà che, pur non ammettendolo mai, si sia diffusa tra noi, di pari passo con l´anti-berlusconismo, la credenza che la satira italiana sia, o debba essere, un´appendice della sinistra?

E che quando ciò non avviene, quando cioè i comici allargano il tiro oppure, come nel caso di Benigni, parlano al cuore di un Paese, e non alla sapienza di un gruppo di dottorandi, questo ci spiazza, ci indigna, perché non riusciamo a contestualizzare la loro libertà nelle NOSTRE categorie di libertà?

A mio avviso, il cuore del Paese ha recepito quel messaggio, ha riso a quelle battute, e se l´abbia fatto per simpatia o per disprezzo dell´oggetto della satira, non è dato sapere, a meno che non si vada nei luoghi dove il Paese stesso si esprime e ci si parli, col Paese.

No, non è certo questo il tempo giusto per le risate leggere. Ma permettiamoci tutti, ogni tanto, di sussurrare all´orecchio del nostro vicino che fa le pulci alla più pura delle arti, queste tre, semplici, parole: “…è una battuta…”.

E, se non dovesse sentirci, sarà allora arrivato il momento di urlarlo.

MARIANNA BARTOLAZZI

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